Cartolina da Baghdad…


Martedì 1 ottobre, ore 18.00
presso Cafè de la Paix
Passaggio Teatro Osele, Trento

A dieci anni dall’occupazione militare dell’Iraq Baghdad ospiterà dal 26 al 28 settembre l’Iraqi Social Forum. Certamente un appuntamento simbolico perché realizzato in una delle città più pericolose del mondo e perché è il tentativo di mostrare un altro volto dell’Iraq. Ma anche l’occasione per provare a discutere di cosa sta succedendo in Medio Oriente. 
Baghdad, Kabul, Damasco. Iraq, Afghanistan, Siria. Il Mar Mediterraneo. Storie che si intrecciano e rappresentano oggi una matassa complessa da sciogliere. Interventi internazionale che non producono gli effetti sperati, guerre definite umanitarie, conflitti che rischiano di assumere dimensioni planetarie. E sullo sfondo nuovi equilibri politici, economici e sociali che emergono da un mondo cambiato, in continua e rapida evoluzione. Prendere atto di questo contesto mutato e iniziare una discussione approfondita è il minimo che possiamo fare. 

Il Forum Trentino per la Pace e i Diritti Umani
in collaborazione con Unimondo e Centro per la formazione alla solidarietà internazionale
presenta

Cartolina da Baghdad…con lo sguardo a Kabul e Damasco
Martedì 1 ottobre, ore 18.00
presso Cafè de la Paix, Trento
A dieci anni dall’occupazione militare dell’Iraq Baghdad ospiterà dal 26 al 28 settembre l’Iraqi Social Forum. Certamente un appuntamento simbolico perché realizzato in una delle città più pericolose del mondo e perché è il tentativo di mostrare un altro volto dell’Iraq. Ma anche l’occasione per provare a discutere di cosa sta succedendo in Medio Oriente. 
Baghdad, Kabul, Damasco. Iraq, Afghanistan, Siria. Il Mar Mediterraneo. Storie che si intrecciano e rappresentano oggi una matassa complessa da sciogliere. Interventi internazionale che non producono gli effetti sperati, guerre definite umanitarie, conflitti che rischiano di assumere dimensioni planetarie. E sullo sfondo nuovi equilibri politici, economici e sociali che emergono da un mondo cambiato, in continua e rapida evoluzione. Prendere atto di questo contesto mutato e iniziare una discussione approfondita è il minimo che possiamo fare. 

Ne parliamo con 
Massimo Campanini
– storico della filosofia islamica – 
Davide Berruti
– operatore internazionale di pace e autore del libro “La chiamavano guerra” – 
Irene Costantini
– dottoranda in studi internazionali presso la Facoltà di Trento – 

Durante l’incontro verranno proiettati due brevi video realizzati in Siria da Andrea Bernardi, corrispondente in Medio Oriente di Unimondo.

F35. Un conflitto istituzionale.

Paolo Beni*

Le dichiarazioni contenute in un comunicato diffuso al termine della riunione del Consiglio Supremo di Difesa, organo costituzionale presieduto dal Presidente della Repubblica, ci appaiono preoccupanti.
Esse mettono in discussione la potestà del Parlamento di entrare nel merito di questioni che concernono la politica internazionale, la difesa e le decisioni di spesa che riguardano il nostro paese. Ci sembra quindi un intervento censorio nei confronti del Parlamento, con un chiaro – anche se non esplicitato – riferimento alla questione degli F35.
La mozione votata lo scorso 26 giugno dalla maggioranza, la stessa che sostiene il governo, viene smentita da un organo alla cui riunione partecipano tutti i più importanti ministri, a cominciare dal Presidente del Consiglio.
Il conflitto istituzionale che ne deriva è evidente, perchè la volontà del Parlamento viene svilita e considerata ininfluente su un punto di grandissima rilevanza.

*Presidente nazionale Arci

Paolo Beni*

Le dichiarazioni contenute in un comunicato diffuso al termine della riunione del Consiglio Supremo di Difesa, organo costituzionale presieduto dal Presidente della Repubblica, ci appaiono preoccupanti.
Esse mettono in discussione la potestà del Parlamento di entrare nel merito di questioni che concernono la politica internazionale, la difesa e le decisioni di spesa che riguardano il nostro paese. Ci sembra quindi un intervento censorio nei confronti del Parlamento, con un chiaro – anche se non esplicitato – riferimento alla questione degli F35.
La mozione votata lo scorso 26 giugno dalla maggioranza, la stessa che sostiene il governo, viene smentita da un organo alla cui riunione partecipano tutti i più importanti ministri, a cominciare dal Presidente del Consiglio.
Il conflitto istituzionale che ne deriva è evidente, perchè la volontà del Parlamento viene svilita e considerata ininfluente su un punto di grandissima rilevanza.
Chiediamo al Presidente della Repubblica, in qualità di più alto garante della Costituzione, una parola chiara e inequivoca che sciolga ogni dubbio in merito al conflitto che con le decisioni del Consiglio supremo di Difesa è stato generato, riconoscendo al Parlamento le prerogative che gli competono.
La piena titolarità del Parlamento a decidere in materia di acquisizione e riordino dei sistemi d’arma è prevista dalla legge di riforma dello strumento militare approvata nel 2012 e controfirmata dal Capo dello Stato. E’ evidente dunque che il Consiglio Supremo di Difesa non può ledere l’autonomia del Parlamento nella decisione assunta con la mozione sugli F35.

*Presidente nazionale Arci

Le dichiarazioni contenute in un comunicato diffuso al termine della riunione del Consiglio Supremo di Difesa, organo costituzionale presieduto dal Presidente della Repubblica, ci appaiono preoccupanti.

Esse mettono in discussione la potestà del Parlamento di entrare nel merito di questioni che concernono la politica internazionale, la difesa e le decisioni di spesa che riguardano il nostro paese.

Ci sembra quindi un intervento censorio nei confronti del Parlamento, con un chiaro – anche se non esplicitato – riferimento alla questione degli F35.

La mozione votata lo scorso 26 giugno dalla maggioranza, la stessa che sostiene il governo, viene smentita da un organo alla cui riunione partecipano tutti i più importanti ministri, a cominciare dal Presidente del Consiglio.

Il conflitto istituzionale che ne deriva è evidente, perchè la volontà del Parlamento viene svilita e considerata ininfluente su un punto di grandissima rilevanza.

Chiediamo al Presidente della Repubblica, in qualità di più alto garante della Costituzione, una parola chiara e inequivoca che sciolga ogni dubbio in merito al conflitto che con le decisioni del Consiglio supremo di Difesa è stato generato, riconoscendo al Parlamento le prerogative che gli competono.

La piena titolarità del Parlamento a decidere in materia di acquisizione e riordino dei sistemi d’arma è prevista dalla legge di riforma dello strumento militare approvata nel 2012 e controfirmata dal Capo dello Stato. E’ evidente dunque che il Consiglio Supremo di Difesa non può ledere l’autonomia del Parlamento nella decisione assunta con la mozione sugli F35.

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Per un 2 giugno senza armi

Massimiliano Pilati*

Il primo giugno ho partecipato a Roma, a nome del Movimento Nonviolento, all’Assemblea nazionale della Rete Italiana per il Disarmo. Obiettivo comune delle Associazioni aderenti a questo sodalizio quello di pianificare e migliorare il lavoro comune di lobby e pressione nei confronti delle istituzioni e della popolazione affinché si cominci un serio ripensamento delle politiche nazionali e internazionali in materia di armamenti, difesa e di interventi in caso di conflitti armati. E proprio un’attenzione particolare all’ultimo aspetto ci ha portato a tenere l’assemblea congiuntamente al Tavolo Interventi Civili di Pace, organismo che si propone oggi come luogo di confronto e di coordinamento della società civile italiana che interviene in zone di conflitto, in Italia e all’estero, per favorire i processi di pace e la trasformazione dei conflitti.

*Movimento Nonviolento

Massimiliano Pilati*

Il primo giugno ho partecipato a Roma, a nome del Movimento Nonviolento, all’Assemblea nazionale della Rete Italiana per il Disarmo. Obiettivo comune delle Associazioni aderenti a questo sodalizio quello di pianificare e migliorare il lavoro comune di lobby e pressione nei confronti delle istituzioni e della popolazione affinché si cominci un serio ripensamento delle politiche nazionali e internazionali in materia di armamenti, difesa e di interventi in caso di conflitti armati. E proprio un’attenzione particolare all’ultimo aspetto ci ha portato a tenere l’assemblea congiuntamente al Tavolo Interventi Civili di Pace, organismo che si propone oggi come luogo di confronto e di coordinamento della società civile italiana che interviene in zone di conflitto, in Italia e all’estero, per favorire i processi di pace e la trasformazione dei conflitti.

Le Associazioni che si occupano di disarmo, pace, nonviolenza e interventi in luoghi di conflitto sono molte e molto povere e il fatto che, rispettando le normali biodiversità di ognuna di essa, si ricerchino comuni terreni di lavoro è nel variegato (e litigarello) mondo della Pace italiana una novità assoluta da incoraggiare. A maggior ragione in un momento come questo in cui la Tavola della Pace, storico organismo di rappresentanza di molte associazioni pacifiste italiane, invece affronta un difficile momento dal quale speriamo riesca ad uscire presto. In Rete Disarmo abbiamo imparato a condividere le analisi dei validissimi centri studio e soprattutto ad usarle e a divulgarle e parte del merito se oggi si parla di F35 è anche di questa nuova impostazione di lavoro.

Il 2 giugno poi vi è stata una giornata di mobilitazione e d’incontri per festeggiare la Repubblica, nel giorno del suo compleanno, in pieno spirito costituzionale e avendo ben presente il ripudio della guerra cardine di un’Italia nonviolenta e disarmata. Con questo spirito la Rete Italiana Disarmo, la Conferenza Nazionale Enti di Servizio Civile, il Forum Nazionale per il Servizio Civile, il Tavolo Interventi Civili di Pace e la Campagna Sbilanciamoci hanno celebrato il 2 giugno con diverse iniziative in tutta Italia. Dietro l’idea che per la fondazione della Repubblica non si debbano ringraziare solo le nostre forze armate, ma ogni persona che quotidianamente contribuisce alla Nazione. Molte associazioni di tutta Italia hanno tenuto aperte le loro sedi e organizzato feste per ricordare il prezioso lavoro nel sociale, nel mondo del volontariato e del Servizio Civile.

In particolare a Roma la manifestazione variopinta, serena e collettiva avvenuta in Piazza Mignanelli nelle stesse ore della inutile e pomposa parata militare ai Fori Imperiali è stata occasione per la consegna degli attestati di Testimone di Pace” con i quali simbolicamente sono stati “premiati” alcuni cittadini italiani, ed altri che lo vorrebbero essere, che si sono distinti nel loro lavoro quotidiano contribuendo a realizzare i valori fondamentali della nostra Costituzione, base fondante della nostra Repubblica.

Nel pomeriggio un attestato di “Testimone di Pace” è stato consegnato anche alla Presidente della Camera On. Laura Boldrini che ha incontrato le cinque realtà promotrici della “Festa della Repubblica che ripudia la guerra” e alcuni volontari in Servizio Civile in una sede romana di uno dei numerosi progetti che permettono a giovani del nostro paese questa meravigliosa esperienza. La Presidente Boldrini a questo proposito ha dichiarato tutto il suo appoggio per le realtà del volontariato e del Servizio Civile e il suo impegno perchè si trovino i fondi per sbloccare i progetti per l’anno 2013 tragicamente bloccati. Non ha mancato un riferimento al disarmo sostenendo che “sugli investimenti per gli armamenti, ed in particolare per i caccia F-35, “ci sarà un dibattito in Parlamento. Ma in altre occasioni ho già detto però che in tempi di crisi vanno riviste le priorità di spesa. Sarà il governo a verificare come impiegare le poche risorse che ci sono”.

Nella tristissima palude in cui versa la politica italiana e nello spaesamento generale il sottoscritto domenica sera è ripartito da Roma con un pizzico di speranza in più…

*Movimento Nonviolento

Armi, affonda la riforma Obama: no allo stop dei fucili da guerra.

tratto da Repubblica.it

tratto da Repubblica.it

WASHINGTON – La riforma sulle armi, promossa con forza da Barack Obama, perde un pezzo importante: la messa al bando dei controversi fucili d’assalto. Lo hanno deciso i vertici del partito democratico al termine di un aspro confronto. Così il provvedimento che il partito dell’asinello presenterà in Aula al Senato il mese prossimo non prevederà questa misura chiesta a gran voce dalle associazioni anti-armi.

La più delusa per questa decisione la senatrice della California, Dianne Feinstein, prima firmataria della riforma. Il bando di queste armi letali sarà così contenuto in un emendamento, ma la scelta di non inserire questo tema nel testo base fa capire che non c’è un clima molto favorevole.

A stoppare la sua iniziativa, il capogruppo Harry Reid, senatore eletto in Arizona. Il passo indietro imposto da Reid si spiega con la preoccupazione sua e di molti democratici eletti negli stati del West di non essere rieletti alle prossime elezioni di midterm, nel novembre 2014. In queste realtà, anche gli elettori democratici sono fan delle armi, e non capirebbero scelte nette da parte dei propri eletti circa la limitazione del possesso anche dei controversi fucili da guerra.

Reid ha detto chiaramente che un testo che contenesse questo divieto avrebbe appena 40 voti su 100 al Senato. Come dire, nasce morto. Visto che nella Camera Alta i democratici possono contare su una maggioranza di 55 voti, è chiaro che almeno 15 colleghi di partito di Obama su questo punto non la pensano come il Presidente. “Ovviamente sono dispiaciuta”, ha commentato Feinstein, da anni in prima linea per limitare l’eccessiva diffusione di armi e pistole nella strade americane. “I nemici della riforma sono molto potenti. Questo lo so da una vita, ma sono ancora fiduciosa di portare a casa la mia idea”. Del resto, lei stessa, si rende conto che includere la sua proposta di bando di queste armi nel testo complessivo avrebbe realisticamente ridotto le chance di approvazione finale della riforma sulle armi entro l’anno, che resta il primo obiettivo della Casa Bianca.

Con la Camera in mano all’opposizione repubblicana, Obama per primo sa che è necessario un’intesa bipartisan se si vuole far approvare il provvedimento. Resta tuttavia ancora aperta la strada dell’emendamento: secondo la proposta di Feinstein, si dovrebbe proibire la vendita al pubblico di circa 160 fucili mitragliatori: una categoria in cui rientrano le armi tristemente famose per essere state usate nelle stragi più recenti, da Aurora a Newtown. Alcuni parlamentari ‘liberal’ sono ancora ottimisti sulla possibilità di far passare il bando: “Penso che abbiamo ancora al nostro fianco tanta parte dell’opinione pubblica. Solo quattro mesi fa – osserva Richard Blumenthal, senatore del Connecticut – prima della strage nella scuola nel mio Stato, questo tema era politicamente intoccabile, un tabù assoluto. Oggi invece c’è un confronto molto aperto”.

Convinto che la partita sia tutta ancora da giocare anche la Casa Bianca. Intervistato dalla Cnn, il nuovo capo dello staff di Obama, Denis McDonough, s’è detto fiducioso che alla fine “si troveranno i voti per dire sì al bando”. “Su questo punto lavoreremo a fondo. Faremo tutti i nostri sforzi – assicura – per far passare l’emendamento”.

Il Canada rinuncia agli F35

Scritta NoF35

di Fabio Pipinato
(tratto da Unimondo.org)

Il contestato programma del cacciabombardiere invisibile perde il Canada. Ottawa doveva acquistarne 65 ma i costi sono saliti troppo. Nuovi dubbi anche in Olanda e Australia ma non in Italia. Si compra. 

di Fabio Pipinato
(tratto da Unimondo.org)

Il contestato programma del cacciabombardiere invisibile perde il Canada. Ottawa doveva acquistarne 65 ma i costi sono saliti troppo. Nuovi dubbi anche in Olanda e Australia ma non in Italia. Si compra. Quello che si avvia a diventare il programma militare più costoso della storia subisce un nuovo duro colpo, dopo la riduzione delle commesse da parte di Gran Bretagna e dell’Italia, che dagli iniziali 131 esemplari ha deciso di acquistare, per ora, soltanto 90 caccia “invisibili” grazie anche ad una pressante ma non sufficiente campagna promossa dalla società civile. L’F-35, Joint Strike Fighter, dovrebbe diventare la spina dorsale delle aviazioni statunitense e di una decina di Paesi alleati, compresa Turchia ed Israele. È nato per trasformare la tecnologia “stealth”, quella che permette di non essere individuati dai radar nemici, in un prodotto a basso costo ma proprio il prezzo è diventato il punto debole del progetto.

Un po’ di storia. Lanciato all’inizio degli Anni Novanta, l’F-35 doveva sfruttare le ricadute tecnologiche dell’F-22, il primo caccia che utilizzava questa tecnologia ( in pratica una esclusiva statunitense), per creare una flotta multiruolo utilizzabile da aviazione, marina e corpo dei Marines (con una versione a decollo verticale che interessa anche la nostra aeronautica militare). Il gran numero previsto, e la partecipazione degli alleati alle spese di sviluppo, doveva abbattere il prezzo finale intorno ai 65 milioni di dollari a esemplari, un terzo di quello di un F-22. Ma con una decina d’anni di ritardo accumulato, il prezzo è salito a 150-180 milioni. E primi caccia saranno operativi solo nel 2020. Con il ritiro del Canada dal progetto i costi aumenteranno con il rischio del ripensamento di altri Paesi. E così via, quella che gli analisti descrivono come un “death spiral”, un avvitamento mortale.
Secondo Giordano Stabile dalle colonne de La Stampa “nella decisione del Canada ha pesato anche la testimonianza di Steve Lucas, già Chief dell’Air Staff dell’aviazione canadese, che ha rivelato come la raccomandazione del caccia da parte dei vertici militari trascurò di proposito «informazioni chiave». La decisione del governo canadese di ordinare i 65 F-35 venne presa nel 2006 senza nessuna gara con possibili concorrenti. I principali sono l’Eurofighter Typhoon (in dotazione anche dell’Italia e prodotto da un consorzio di aziende europee) e il Rafale della francese Dassault”.
Nessuno dei due, però, è dotato di tecnologia “stealth”. Ma proprio sull’effettiva “invisibilità” dell’F-35 sarebbero sorti importanti dubbi in Canada. Rispetto all’F-22 il Joint Strike Fighter sarebbe molto meno efficace nell’ingannare i radar. Altri punti deboli, oltre al prezzo esorbitante, sono la scarsa capacità di carico offensivo in modalità “stealth”, la velocità di punta modesta e la scarsa autonomia. Quest’ultimo punto potrebbe spingere anche l’Australia a ritirarsi. Dubbi crescenti ci sono anche in Olanda ma non in Italia, nonostante i tempi di austerità e tagli della spesa pubblica.

Il Parlamento del nostro paese, infatti, con il voto di martedì 11 dicembre ha perso l’occasione di bloccare l’azione di chi vuole sempre più soldi per le armi e di rimettere al centro di una discussione comune e partecipata (sia in ambito istituzionale che nella società civile) il modello di difesa e di sicurezza più utile ai cittadini italiani. Ed ha votato sia a favore degli F35 che dell’aumento delle spese militari con una maggioranza schiacciante (294 sì, 53 astenuti e solo 25 no) coronando di successo l’intenzione del ministro ammiraglio Giampaolo Di Paola. “È riuscito a ottenere questa riforma in poco più di sei mesi, mentre i provvedimenti di risparmio sulle Province e anche la modifica della legge elettorale giacenti in Parlamento sono saltati per mancanza di tempo. Nel 2013 il comparto della Difesa riceverà in dote un miliardo in più del 2012, alla faccia di tutti i tagli operati sulla spesa pubblica per altre e maggiori necessità come sanità, lavoro, welfare”.

Ma c’è chi dice noSavino Pezzotta (UDC per il Terzo Polo), tra gli altri, scrive: “Sono profondamente turbato sia sul piano umano che su quello etico nel vedere che mentre ci sono milioni di persone e famiglie che si accollano sacrifici pesanti e per molti al limite della sopportabilità, che mentre non riusciamo a trovare congrue risorse per il lavoro né per contrastare la povertà che sta mordendo con i suoi denti acuminati migliaia di persone e famiglie, si impegnino i soldi degli italiani, compresi quelli di chi si è accollato i sacrifici, per acquisire dei costosissimi caccia bombardieri”. In dissenso con il suo gruppo parlamentare anche Andrea Sarubbi. E noi? Stiamo con i dissidenti!

 

Iran: non vi sono soluzioni militari della controversia sul programma nucleare

– di USPID* –

Gli ultimi mesi del 2011 e l’inizio del 2012 sono stati caratterizzati da un crescente livello della polemica internazionale sul programma nucleare iraniano, e sempre più spesso si parla della possibilità di un intervento militare contro quelle installazioni nucleari da parte principalmente di Israele. È essenziale invece che i responsabili della diplomazia non si facciano intrappolare nel dilemma fra l’accettazione impotente di un Iran come nuova potenza nucleare, e l’eliminazione con un intervento militare di un programma nucleare dichiaratamente civile. Per evitare un’altra guerra è quindi importante sostenere una posizione che da un lato abbassi i toni della polemica, e dall’altro esamini le possibili soluzioni all’empasse diplomatica.

– di USPID* –

Gli ultimi mesi del 2011 e l’inizio del 2012 sono stati caratterizzati da un crescente livello della polemica internazionale sul programma nucleare iraniano, e sempre più spesso si parla della possibilità di un intervento militare contro quelle installazioni nucleari da parte principalmente di Israele. È essenziale invece che i responsabili della diplomazia non si facciano intrappolare nel dilemma fra l’accettazione impotente di un Iran come nuova potenza nucleare, e l’eliminazione con un intervento militare di un programma nucleare dichiaratamente civile. Per evitare un’altra guerra è quindi importante sostenere una posizione che da un lato abbassi i toni della polemica, e dall’altro esamini le possibili soluzioni all’empasse diplomatica.

In base all’Articolo IV del Trattato di Non-Proliferazione Nucleare [i] (TNP), del quale esso è parte dal 1968, l’Iran ha il diritto – sotto il controllo dell’IAEA – di arricchire l’uranio e di produrre combustibile per il proprio programma nucleare civile, anche nel caso in cui questo sollevi delle preoccupazioni. D’altra parte Tehran ha ribadito più volte di non volere armi nucleari, sostenendo che il suo programma è limitato a scopi civili. Allo stesso tempo è evidente che il programma nucleare iraniano consente a Tehran di acquisire la capacità di sviluppare armi nucleari ed è altresì evidente che questa capacità o possibilità è stata ed è ben tenuta presente da Tehran. Infatti non si intravede un interesse economico o industriale iraniano all’arricchimento dell’uranio per scopi civili; anzi questa attività sottrae preziose risorse economiche, tecnologiche e scientifiche allo sviluppo del paese.

L’ostilità dichiarata tra Israele e l’Iran certo non contribuisce a creare un clima in cui la questione del programma nucleare iraniano possa essere discusso in modo costruttivo. Le reiterate dichiarazioni anti-israeliane dei dirigenti di Tehran hanno provocato le minacce israeliane di attaccarne gli impianti nucleari, e ciò ha creato un clima obiettivamente teso che richiede un abbassamento dei toni della retorica da tutte le parti per consentire di affrontare in modo costruttivo la questione del programma nucleare iraniano.

Molti fattori concorrono dunque a creare le condizioni per uno scontro violento che può avere conseguenze molto serie. Un attacco contro le installazioni nucleari iraniane si presenterebbe innanzitutto come un attacco contro un paese membro del TNP al quale verrebbero negati con la forza i diritti riconosciuti dall’Articolo IV del trattato; un attacco peraltro realizzato direttamente da, o con il concorso di un paese (Israele) che invece non è parte del trattato e che è universalmente considerato come l’unico paese del Medio Oriente in possesso di armi nucleari. Il TNP ne sarebbe inevitabilmente compromesso: l’Iran non avrebbe più alcun motivo per continuare ad aderire al TNP, e si può immaginare che anche altri paesi del Medio Oriente – o anche di altre regioni – potrebbero avere delle motivazioni serie per riconsiderare la loro adesione al trattato. Peraltro in queste condizioni l’Iran perseguirebbe con maggior determinazione l’acquisizione di armi nucleari, sia pure scontando il ritardo prodotto dai bombardamenti. I proponenti di un intervento militare, in realtà, sembrano avere come obiettivo proprio questo ritardo di un paio di anni sperando, nel frattempo, in un cambiamento di regime. Ma anche questo non è per niente un risultato ragionevole in presenza di un conflitto che molto probabilmente raccoglierebbe tutta la popolazione iraniana in un fronte unito contro gli aggressori.

Se i rischi derivanti da un intervento militare in Iran sarebbero enormi, i risultati rischiano insomma di essere del tutto inefficaci anche per chi si proponesse di bloccare il programma nucleare iraniano con la forza. Innanzitutto non è per niente detto che l’Iran ceda dopo i primi attacchi contro Arak o Natanz; né è evidente che questi attacchi si limiterebbero solo ai siti delle installazioni nucleari, sicché le conseguenze per la popolazione civile sarebbero difficilmente prevedibili. Un Iran attaccato non risulterebbe affatto maggiormente disposto a negoziare e sarebbe doppiamente determinato a costruire armi nucleari. Si creerebbe inoltre una nuova ampia zona di instabilità e di conflitto che si aggiungerebbe a quelle dell’Afghanistan e del Medio Oriente in genere, con il risultato di generare una vasta area di crisi dai confini dell’India fino al Nord Africa. Infine non è da escludere che le operazioni militari coinvolgano anche lo stretto di Hormuz mettendo a rischio le forniture petrolifere e generando serie conseguenze sull’economia mondiale.

È quindi necessario promuovere soluzioni che prevengano lo scoppio di conflitti armati e restaurino un clima pacifico e costruttivo. Al momento in cui scriviamo l’ultimo incontro di Istanbul il 14 aprile 2012 si è svolto in un clima relativamente positivo e la ripresa delle trattative è stata programmata per il 23 maggio a Baghdad.

Il mantenimento della pace è dunque una necessità e nel contempo un obiettivo praticabile, e un possibile accordo, probabilmente step-by-step, sul programma nucleare iraniano potrebbe non essere troppo complesso. Questo potrebbe prevedere:

a. Il rispetto del diritto dell’Iran di sviluppare il proprio programma nucleare civile, incluso l’arricchimento, come per qualunque altro membro del TNP: un arresto completo di tali attività è d’altra parte fuori discussione, mentre può essere presa in considerazione una limitazione della quantità di LEU (Low Enriched Uranium, fino al 4%) immagazzinabile, offrendo in cambio alcune procedure già discusse in passato di fuel-swapping (scambio di combustibile) e una riduzione delle sanzioni: in particolare quelle che limitano la disponibilità di pezzi di ricambio per aerei, il commercio di petrolio e le transazioni finanziarie (comprese quelle indirette che colpiscono i paesi che intrattengono rapporti con l’Iran).

b. La disponibilità dell’Iran a ratificare e rendere operativo il Protocollo Addizionale al TNP e di estenderlo nel tempo – anche per un periodo limitato – in modo da permettere maggiori livelli di controllo da parte dell’IAEA. Se la chiusura degli impianti di Fordow (presso Qom) è chiaramente inaccettabile per l’Iran, un sistema di ispezioni rafforzate per questo e altri siti potrebbe essere un ragionevole punto da negoziare. In alternativa, e sempre in cambio di un alleggerimento delle sanzioni, si potrebbe anche proporre la riduzione del numero delle centrifughe installate a Fordow, mentre una volontaria sospensione della loro installazione durante i negoziati sicuramente aiuterebbe la trattativa.

c. Un limite concordato in maniera consensuale per il livello di arricchimento che l’Iran può raggiungere: l’Iran potrebbe essere indotto a prendere in considerazione un arresto o una limitazione dell’arricchimento al 20% previsto a Fordow se fosse garantito il combustibile per il suo TRR (Tehran Research Reactor). È stato osservato che l’Iran dispone già di una quantità di uranio al 20% sufficiente al funzionamento del TRR per un certo tempo: in questo caso una proposta complementare potrebbe prevedere un arresto dell’arricchimento al 20% in cambio di una riduzione delle sanzioni.

d. Una estensione volontaria da parte dell’Iran dei diritti di ispezione dell’IAEA a siti come quello di Parchin (vedi Appendice A): a tale proposito va però ricordato che l’Iran non ha nessun obbligo di aprire agli ispettori IAEA siti come questo che non sono destinati ad attività nucleari. Naturalmente anche in questo caso questa estensione potrebbe essere alternativamente proposta e negoziata in cambio di un alleggerimento delle sanzioni.

e. Nel lungo periodo: eliminazione progressiva di tutte le sanzioni economiche contro l’Iran in un quadro in cui l’Iran applicherebbe il protocollo addizionale dell’IAEA e si instaurerebbe un regime di cooperazione internazionale sulla produzione di combustibile nucleare.

f. Un’incentivazione da parte di tutti gli attori del negoziato alla promozione di una zona libera da armi nucleari e da altre armi di distruzione di massa (Weapons of Mass Destruction Free Zone, WMDFZ) per tutti i paesi del Medio Oriente.

L’eliminazione step-by-step delle sanzioni giocherà un ruolo importante nel negoziato, e data la prevedibile difficoltà politica di mettere in pratica la riduzione o l’eliminazione di quelle decretate dagli USA a causa del ruolo del Congresso americano, potrebbe essere importante – e più facile – cominciare con il ritirare le sanzioni aggiuntive imposte dall’UE, o anche alcune di quelle decretate dal Consiglio di Sicurezza dell’ONU. In questa prospettiva – che potrebbe dare anche un ruolo attivo alla diplomazia italiana – non può che essere considerato estremamente positivo il fatto che la recente ripresa dei negoziati a Istanbul sia stata messa in moto dalla lettera [ii] che C. Ashton ha inviato al negoziatore iraniano S. Jalili a nome non solo dell’UE ma anche di USA, Russia, Cina, UK, Francia e Germania.

Le linee di sviluppo di possibili accordi qui suggerite – nelle quali si potrebbe anche includere l’idea di stabilire in futuro dei centri internazionali per la produzione di combustibile nucleare – motiverebbero sicuramente l’Iran a restare nel TNP ed eliminerebbero qualunque incentivo a dotarsi segretamente di armi nucleari. Il suo interesse politico prioritario, infatti, è quello di svolgere un importante ruolo regionale. L’Iran invece non troverebbe appoggio nella regione se decidesse di sviluppare armi nucleari di nascosto pur restando all’interno del TNP.

L’importanza di una Zona Libera da Armi di Distruzione di Massa in Medio Oriente sta peraltro diventando sempre più evidente [iii], e come è noto il documento finale della Conferenza di revisione del TNP del 2010 contiene una clausola in favore della costituzione di tale WMDFZ. Una conferenza con questo scopo è già stata prevista per il 2012, anche se la sua realizzazione sarebbe ovviamente messa in discussione da un peggioramento del clima politico regionale. Si presenta insomma in questo momento ai protagonisti di questa controversia l’opportunità per un dibattito franco sulle scelte reali: preferiranno affidarsi nel lungo termine all’equilibrio di una specie di reciproca distruzione assicurata simile a quella della Guerra Fredda una volta che l’Iran o altri paesi – ancorché con qualche ritardo – si siano dotati di armi nucleari, o si convinceranno a percorrere la strada di un Medio Oriente libero da armi nucleari con la possibilità che l’Iran – e altri paesi arabi – non sviluppino mai la bomba? Noi ci auguriamo che questa seconda eventualità sia quella che si verificherà e riteniamo che ogni sforzo debba essere fatto per promuoverla.

Abbassare il livello della retorica aggressiva da ambo i lati è diventato una priorità, soprattutto in un mondo completamente interconnesso dai moderni mezzi di comunicazione. Oggi negli USA l’Iran è visto come un nemico globale anche da un pubblico disinformato che non sa quasi nulla su quel paese; in Iran d’altra parte le invettive contro il Grande Satana e contro Israele hanno un effetto del tutto analogo.

L’UE per parte sua spesso si limita a recepire acriticamente le ondate di retorica provenienti dall’altra sponda dell’Atlantico, mentre ovviamente episodi come l’attacco all’Ambasciata Britannica non possono che avvelenare il clima politico. Meriterebbero quindi maggiore considerazione tutte le proposte di mediazione che contribuiscano ad abbassare il livello della polemica da qualunque parte essa provenga. I rischi sono molto elevati e includono la possibilità di una guerra protrattae su vasta scala in Medio Oriente, un serio aggravamento dell’economia internazionale e un colpo forse letale per il TNP.

_______________________

Questo documento è stato redatto, discusso e approvato dal Consiglio Scientifico e dal Comitato di Coordinamento Nazionale dell’USPID.

Consiglio Scientifico e Comitato di Coordinamento Nazionale dell’USPID:

Carlo BERNARDINI, Francesco CALOGERO, Giuliano COLOMBETTI, Paolo COTTA-RAMUSINO, Nicola CUFARO PETRONI, Marco DE ANDREIS, Mirco ELENA, Roberto FIESCHI, Giuseppe GONNELLA, Diego LATELLA, Francesco LENCI, Giuseppe LONGO, Maurizio MARTELLINI, Antonio PALAZZI, Alessandro PASCOLINI, Mario ROCCA, Carlo SCHAERF, Fabio TARINI.

Appendice: I principali siti nucleari in Iran [iv]

Arak: Si tratta di uno dei due siti la cui esistenza è stata rivelata nel 2002. L’Iran vi sta costruendo un reattore di ricerca di 40 MWt (noto come IR-40) moderato da acqua pesante e la cui entrata in funzione è prevista per il 2014. Dovrebbe sostituire un analogo reattore di Tehran impiegato per la produzione di isotopi di uso medico.

Bushehr: Impianto nucleare la cui costruzione è iniziata nel 1975 in collaborazione con la Germania. La sua realizzazione – interrotta più volte dalla rivoluzione e dalla guerra – è ripresa nel 1995 in collaborazione con una ditta russa ed è stata completata nel marzo 2009. Si tratta di un reattore da 915 MWe che è stato connesso alla rete nazionale nel settembre 2010: una visita dell’IAEA nell’ottobre 2011 lo ha trovato in funzione. Il combustibile e l’assistenza tecnica sono per ora forniti dalla Russia.

Gachin: Miniera di uranio. L’estrazione è iniziata nel 2004 e nel dicembre 2010 è stato consegnato il primo minerale concentrato (yellowcake) destinato all’arricchimento. In precedenza l’Iran utilizzava il minerale importato dal Sud Africa negli anni ’70.

Isfahan: Impianto di trasformazione dello yellowcake in ossido di uranio e in metallo puro, oltre che in composto gassoso adatto all’arricchimento nelle centrifughe (esafluoruro di uranio, UF6)

Natanz: Impianto di arricchimento dell’uranio. Si tratta del secondo sito rivelato nel 2002, ed è un vasto impianto costruito 8 metri sotto terra e rinforzato da strati di cemento. Attualmente sono operative circa 9.000 centrifughe in 3 delle 8 unità previste nella Production Hall A che ne può contenere fino a 25.000. Non si conoscono invece dettagli sulla Production Hall B nella quale, comunque, non sono attualmente in corso lavori di installazione. Le attività di questo sito sono quelle a cui fa riferimento il CS dell’ONU nelle sue richieste di sospensione delle procedure di arricchimento. Un migliaio di centrifughe sono state danneggiate nel 2009 dall’attacco informatico del worm Stuxnet.

Parchin: Complesso militare non nucleare destinato al collaudo e alla produzione di esplosivi convenzionali, ma sospettato di ospitare esperimenti con esplosivi ad alto potenziale per la ricerca e lo sviluppo di armi nucleari.

Qom: L’impianto sotterraneo di Fordow costruito vicino alla città di Qom è destinato all’arricchimento dell’uranio. La sua esistenza – precedentemente non dichiarata – è stata rivelata il /2009. L’impianto può contenere fino a 3.000 centrifughe, circa 700 delle quali già operative nel gennaio 2012. Nel 2009 l’Iran aveva dichiarato che sarebbe stato prodotto uranio arricchito al 5%, ma in giugno 2011 ha manifestato l’intenzione di spingere l’arricchimento fino al 20% arrestando l’analoga produzione a Natanz.

[i] Vedi http://www.iaea.org/Publications/Documents/Treaties/npt.html ; l’Articolo IV così recita:

1. Nothing in this Treaty shall be interpreted as affecting the inalienable right of all the Parties to the Treaty to

develop research, production and use of nuclear energy for peaceful purposes without discrimination and in conformity

with articles I and II of this Treaty.

2. All the Parties to the Treaty undertake to facilitate, and have the right to participate in, the fullest possible

exchange of equipment, materials and scientific and technological information for the peaceful uses of nuclear energy.

Parties to the Treaty in a position to do so shall also cooperate in contributing alone or together with other States or

international organizations to the further development of the applications of nuclear energy for peaceful purposes,

especially in the territories of non-nuclear-weapon States Party to the Treaty, with due consideration for the needs of

the developing areas of the world.

[ii] http://www.deljpn.ec.europa.eu/modules/media/news/2012/120306.html?ml_lang=en

[iii] Preventing a nuclear Iran, peacefully, S. Telhami and S. Kull, INTERNATIONAL HERALD TRIBUNE /2012.

[iv] I dettagli più aggiornati sulle attività dei siti qui elencati possono essere trovati sull’ultimo rapporto dell’IAEA del /2012, http://iaea.org/Publications/Documents/Board/2012/gov2012-9.pdf

*UNIONE DEGLI SCIENZIATI PER IL DISARMO

Italia: ecco le armi esportate da Berlusconi a dittatori e regimi autoritari

– di Giorgio BeretItalia: ecco le armi esportate da Berlusconi a dittatori e regimi autoritari ta* –

Quasi 127 milioni di armamenti per la “dittatura monopartitica” del Turkmenistan (tra cui elicotteri per uso militare, fucili d’assalto, lanciagranate e pistole della ditta Beretta già consegnati); oltre 99 milioni di euro di armi alla Russia di cui si sa solo di 10 autocarri protetti Iveco; una nave d’assalto anfibia da 416 milioni di euro all’Algeria; “prestazione di servizi” da parte del Ministero della Difesa alle Forze armate egiziane nel pieno delle rivolte popolari e oltre 30 milioni di armi destinate al “regime autoritario” del Gabon. Sono solo alcune delle esportazioni autorizzate dal governo Berlusconi nel 2011 sulle quali il rapporto del Consigliere militare del presidente Monti ha steso un velo di silenzio.

Italia: ecco le armi esportate da Berlusconi a dittatori e regimi autoritari

– di Giorgio Beretta* –

Quasi 127 milioni di armamenti per la “dittatura monopartitica” del Turkmenistan (tra cui elicotteri per uso militare, fucili d’assalto, lanciagranate e pistole della ditta Beretta già consegnati); oltre 99 milioni di euro di armi alla Russia di cui si sa solo di 10 autocarri protetti Iveco; una nave d’assalto anfibia da 416 milioni di euro all’Algeria; “prestazione di servizi” da parte del Ministero della Difesa alle Forze armate egiziane nel pieno delle rivolte popolari e oltre 30 milioni di armi destinate al “regime autoritario” del Gabon. Sono solo alcune delle esportazioni autorizzate dal governo Berlusconi nel 2011 sulle quali il rapporto del Consigliere militare del presidente Monti ha steso un velo di silenzio.

Ma che si scoprono spulciando le oltre 2500 pagine dell’intera Relazione consegnata al Senato l’8 maggio scorso che Unimondo presenta qui in anteprima. Andiamo con ordine.

Il 24 aprile scorso, l’Ufficio del Consigliere Militare ha reso noto il Rapporto del Presidente del Consiglio sui lineamenti di politica del Governo in materia di esportazione, importazione e transito dei materiali d’armamento per l’anno 2011. Un rapporto presentato con un forte ritardo, da cui appariva un’inspiegabile sottrazione di informazioni riguardo alla tipologia dei materiali esportati e una serie di dati smentiti dalle stesse tabelle allegate ai documenti ufficiali: un fatto prontamente denunciato da un comunicato congiunto della Rete italiana per il disarmo e la Tavola della pace.

Nello specifico – segnalavano le due associazioni – “dal Rapporto è scomparsa la Tabella 15 che negli ultimi anni, documentando i valori e le tipologie dei sistemi militari autorizzati verso i singoli paesi, forniva informazioni preziose per il controllo e la trasparenza delle politiche di esportazione militare”. E le tabelle allegate al Rapporto mostravano vari “vuoti” nell’elenco dei paesi destinatari di armamenti (si veda nel Rapporto la Tabella 4): una semplice svista dei funzionari – si sarebbe portati a dire. Sennonché, guarda caso, le “sviste” riguardano una serie di paesi che presentano più di qualche criticità circa il rispetto dei diritti umani, le libertà civili e democratiche e, più in generale, le condizioni di vita e di sviluppo umano. Paesi e governi a cui – ai sensi della legge 195/1999 che regolamenta la materia – si dovrebbe porre più di qualche attenzione prima di esportare armamenti.

Navi, elicotteri e lacrimogeni all’Algeria

Si comincia dall’Algeria, primo acquirente di sistemi militari italiani nel 2011 (oltre 477 milioni di euro di autorizzazioni). Al contestato governo del presidente Bouteflika proprio nel mezzo delle dimostrazioni, ripetutamente represse dalle Forze dell’ordine con gas lacrimogeni, il governo Berlusconi ha autorizzato l’esportazione di un completo arsenale militare. A cominciare proprio dai sistemi antisommossa: 75 mila “cartucce lacrimogene cal. 38 a lunga gittata modello M38 STA/CS-LR” e altre 75 mila “cartucce lacrimogene cal. 38 a corta gittata modello M38 STA/CS-SR” della Simad spa per un valore complessivo di 4.974.000 euro che – come spiega il sito della ditta – sono dotate nel “caricamento al CS di gas irritante e sparano a lungo raggio a circa 120 mt. e a corto a circa 80 mt.”: degli effetti di queste particolari “cartucce” ne sanno qualcosa anche in Val di Susa. Cartucce in buona parte già arrivate ad Algeri visto che la Relazione delle Dogane ne riporta l’uscita dal nostro paese proprio l’anno scorso.

Sempre nel 2011 è stato consegnato alle forze navali algerine un elicottero EH101, primo di un lotto di sei elicotteri AgustaWestland che saranno impiegati principalmente per compiti di trasporto, ricerca e soccorso (ma che il Rapporto governativo dell’anno scorso spacciava per indistinte “apparecchiature elettroniche”), a cui vanno aggiunti 10 elicotteri A109 per la Protezione Civile ma anche 14 elicotteri A139 in versione militare dotati di supporti per mitragliatrici cal. 7.62 sempre della AgustaWestland questi ultimi per un valore di oltre 167 milioni di euro: autorizzazione rilasciata lo scorso anno con destinario la Gendarmeria Nazionale Algerina insieme ad una “nave d’assalto anfibio” per la Marina militare di stazza da 6 a 11 mila tonnellate della Orizzonte Sistemi Navali (la joint-venture tra Fincantieri e Selex Sistemi Integrati) del valore di oltre 416 milioni di euro.

Elicotteri militari e fucili d’assalto al Turkmenistan

L’arsenale si fa più ancora imponente nel caso del Turkmenistan. Verso un paese che definisce se stesso come “democrazia secolare”, ma che il Dipartimento di Stato americano qualifica come uno “stato autoritario” riportando una lunghissima serie di violazioni dei diritti umani (dalla tortura agli arresti arbitrari, dalle restrizioni della libertà di parola, di stampa, di riunione, di associazione e di religione alle restrizioni sulla libera organizzazione dei lavoratori) – denunce ripetutamente segnalate anche da Human Rights Watch, Amnesty International da Reporter senza Frontiere per non parlare dell’Economist Intelligence Unit (EIU) che nel suo rapporto sull’Indice di democrazia definisce da diversi anni il governo turkmeno come un “regime autoritario” classificandolo al terzultimo posto al mondo (peggio c’è solo il Chad e la Corea del Nord) – il governo Berlusconi nel 2011 ha autorizzato l’esportazione di ogni sistema d’armamento.

Si comincia – come aveva già segnalato nel 2010 Francesco Vignarca (coordinatore di Rete Disarmo) – con due elicotteri EH101 ampiamente attrezzati da 50,5 milioni di euro, per proseguire con cinque elicotteri AW139 “per impiego militare” del valore di 64 milioni di euro, e continuare con due cannoni del complesso binato navale 40/70 compatto della Oto Melara da quasi 7 milioni di euro e, tralasciando altre cose minori, chiudere con 1.680 fucili d’assalto ARX 160 con relative oltre 2 milioni di munizioni, 150 lanciagranate GLX 160, 120 pistole semiautomatiche PX4 Storm con dispositivi di soppressione del rumore (si tratta delle stesse pistole vendute qualche anno fa a Gheddafi) e altri devices della Fabbrica d’armi Beretta per un valore totale di 3.870.156 euro. Armamenti ai quali vanno aggiunti tre veicoli aerei teleguidati Falco XN (extra Nato e venduti anche al Pakistan) e assistenza tecnica della Selex Galileo per 8,7 milioni di euro autorizzati nel 2010. Al regime di Gurbanguly Berdymukhammedov sono comunque già state consegnate nel 2011 armi per oltre 82,7 milioni di euro.

Russia, Panama, Egitto, Gabon e altri ancora

Alla Russia dell’amico Putin, il governo Berlusconi nel 2011 ha autorizzato un record di esportazioni militari italiane di oltre 99 milioni di euro (si veda la Tabella 4 del Rapporto): dall’intera Relazione di oltre 2.500 pagine non è possibile però sapere di quali sistemi si tratti a parte dieci autocarri modello M65E19WM protetti e completi di dotazioni proprie della Iveco per un valore totale di 2.750.000 euro.

Simile discorso per il Gabon (uno stato a “regime autoritario” da decenni presieduto dalla dinastia Omar e Ali Bongo Ondimba) verso il quale, per la prima volta in vent’anni, sono state rilasciate nel 2011 autorizzazioni per armamenti italiani del valore complessivo di oltre 30 milioni di euro di cui, però, non è possibile sapere dalla Relazione consegnata al Senato né la tipologia né il quantitativo: lo si saprà, forse, l’anno prossimo a consegne ormai avvenute.

Scartabellando le numerose tabelle si apprende, invece, che gli oltre 77,9 milioni di euro di autorizzazioni rilasciate al Panama riguardano soprattutto sei elicotteri AW139 “per impiego militare” con sei anni di addestramento: una commessa – segnala l’allegato del Tesoro – che ha già richiesto una “revisione prezzi” di oltre 15 milioni di euro e che vale un “compenso di intermediazione” di quasi 7,7 milioni di euro che il Tesoro non spiega né da chi sia stato versato nè da chi sia stato riscosso.

I misteri si infittiscono nel caso dell’Egitto: nel pieno delle rivolte che hanno scardinato il rais Mubarak, il Ministero della Difesa, guidato da La Russa, ha rilasciato due “nulla osta” per “prestazioni di servizi”: il primo il 7 febbraio del 2011 (del valore di 3 milioni di euro) e il secondo il 5 agosto (del valore di 2 milioni di euro, di cui la relazione ne segnala “già utilizzati” per 40mila euro). Dalla Relazione si apprende inoltre che sempre lo scorso anno è stata autorizzata l’esportazione di 14.730 colpi completi per carro armati del calibro 105/51 TP-T IM 370 (equivalente al colpo completo cal. 105/51 TP-T M490) prodotti da Simmel Difesa del valore di 9.292.500 euro e che a fine 2010, cioè poco prima delle sommosse, erano arrivati al Cairo i 2.450 fucili d’assalto automatici Beretta modello SCP70/90 corredati di 5.050 parti di ricambio: che uso ne abbiano fatto le Forze armate egiziane non è dato di sapere.

Si tratta solo di una parte delle armi e sistemi militari autorizzati o consegnati dall’Italia a diversi dittatori e a regimi poco democratici durante lo scorso anno. Un ulteriore denominatore comune raggruppa questi stati: quello di essere produttori di petrolio e di gas naturale o di essere collocati in “zone strategiche” di grande interesse economico e commerciale. E forse proprio questo spiega perché il governo Monti è intenzionato a modificare ulteriormente la legge 185/1990 per semplificare le modalità dei trasferimenti di sistemi militari.

Le associazioni della società civile che hanno richiesto un “incontro urgente” al presidente Monti e agli Uffici competenti hanno comunque già materiale per chiedere se il Governo è intenzionato a ripristinare la trasparenza e, soprattutto, se intende operare affinché i vincoli posti dalla legge 185/1990 non siano aggirati troppo facilmente per interessi che non riguardano la politica estera e di difesa del nostro paese.

* Redattore di Unimondo

fonte: Unimondo.org

Solo fumo negli occhi

Tagli alle spese militari, è solo fumo negli occhi. Forse è il momento di rispolverare l’articolo 11 della nostra Costituzione.

Tagli alle spese militari, è solo fumo negli occhi 

Forse è il momento di rispolverare l’articolo 11 della nostra Costituzione. E ripartire da lì. «L’Italia», si legge, «ripudia la guerra come strumento di offesa alla libertà degli altri popoli e come mezzo di risoluzione delle controversie internazionali». Dopo gli orrori del secondo conflitto mondiale, l’Italia faceva a sé stessa una promessa: «Valga solo la forza della ragione. Si smetta con le ragioni della forza, sostenute con le armi». In questi ultimi anni, però, per aggirare il dettato costituzionale, si è fatto uso di ogni contorsione verbale. E si è ignorato il Magistero dei Papi che contro il ricorso alla guerra come strumento per risolvere i contrasti tra le nazioni hanno scritto pagine esemplari. Dalla Pacem in terris di Giovanni XXIII alla Populorum progressio di Paolo VI, fino al monito di Giovanni Paolo II: «Mai più la guerra!».

Oggi, l’Italia ha una grande opportunità: discutere in Parlamento sul modello di Difesa. E su un poderoso taglio alle spese militari. A maggior ragione, in tempi di grave crisi economica. Il ministro della Difesa, l’ammiraglio Giampaolo Di Paola, ha annunciato riduzioni del personale e la rinuncia ad alcuni cacciabombardieri F35. Non ne compreremo più centotrentuno, ma soltanto novanta. «Rischia di essere solo fumo negli occhi», denuncia la società civile. Dalle Acli alla Tavola della pace, alla Rete disarmo, alla Focsiv. I tagli alle spese militari, in realtà, sarebbero solo “artifici contabili”. Una partita di giro, per acquistare nuovi sistemi d’arma. Dal bilancio della Difesa, in realtà, si sottrarrebbero solo pochi euro. Altro che recuperare ingenti risorse per scuole, ospedali e posti di lavoro per i giovani!E poi, nelle stesse ore in cui il ministro Di Paola rendeva nota la riduzione degli F35, la Lockheed Martin che li costruisce s’affrettava a precisare che il costo astronomico di 180 milioni di dollari per ogni cacciabombardiere era destinato a impennarsi ulteriormente.

Nel 2012 le spese militari ammontano, complessivamente, a 23 miliardi di euro. Si fa fatica a intaccare questa montagna di soldi. Ai cittadini e alle famiglie, invece, si chiedono ulteriori sacrifici e tagli sui loro miseri bilanci. Forse, perché non hanno “santi in paradiso”o “stellette” sulle divise. Un dato colpisce, tra i tanti, oltre al massacro del Terzo settore e al seppellimento del principio di sussidiarietà: mentre si riempiono gli arsenali, si affossa l’esperienza del servizio civile. Per l’anno in corso, sono stati stanziati appena 68 milioni. Per il prossimo si vedrà! In Parlamento, i pochi che lavorano per coniugare “buona politica” e “buoni princìpi” (tra questi Savino Pezzotta, Gian Piero Scanu e Andrea Sarubbi) agiscono in un assordante silenzio. Sono giorni decisivi per decidere di tagliare drasticamente le spese militari e rivedere il nostro modello di difesa. Speriamo che Pasqua, ormai prossima, sia all’insegna della pace. E che, ancora una volta, non la spuntino i “trucchi” del Palazzo.

Flavio Lotti, Tavola della Pace