La rivoluzione è finita

Da Aleppo
Gabriele Del Grande

Mohamed lo capisci da come guarda la ragazza in rosa del tavolo a fianco al nostro, che erano dieci mesi che non usciva da Aleppo. Le curve dei suoi seni gli riempiono di bellezza gli occhi rossi di stanchezza eppure pieni di vita. Ieri non ha dormito per entrare in Turchia clandestino, a piedi. L’abbiamo recuperato noi di qua dal valico e l’abbiamo portato a Gaziantep, in Turchia, a scolarci una bottiglia di raki per festeggiare la sua prima libera uscita dopo trecento giorni di guerra. Stanotte dormirà finalmente senza il rumore delle bombe e sognerà l’amore della ragazza in rosa, e avrà il volto di Rita che ha lasciato a Damasco un anno fa, prima che mollasse l’ultimo anno di liceo e si venisse a arruolare volontario nell’Esercito siriano libero. E quando domani mattina si sveglierà con il cerchio alla testa della sbornia, sarà già tempo di ripartire per Aleppo. Stavolta però senza armi. Perché Mohamed ha deciso di lasciare la guerriglia. 

Da Aleppo
Gabriele Del Grande

Mohamed lo capisci da come guarda la ragazza in rosa del tavolo a fianco al nostro, che erano dieci mesi che non usciva da Aleppo. Le curve dei suoi seni gli riempiono di bellezza gli occhi rossi di stanchezza eppure pieni di vita. Ieri non ha dormito per entrare in Turchia clandestino, a piedi. L’abbiamo recuperato noi di qua dal valico e l’abbiamo portato a Gaziantep, in Turchia, a scolarci una bottiglia di raki per festeggiare la sua prima libera uscita dopo trecento giorni di guerra. Stanotte dormirà finalmente senza il rumore delle bombe e sognerà l’amore della ragazza in rosa, e avrà il volto di Rita che ha lasciato a Damasco un anno fa, prima che mollasse l’ultimo anno di liceo e si venisse a arruolare volontario nell’Esercito siriano libero. E quando domani mattina si sveglierà con il cerchio alla testa della sbornia, sarà già tempo di ripartire per Aleppo. Stavolta però senza armi. Perché Mohamed ha deciso di lasciare la guerriglia. L’obiettivo del viaggio è montare un’antenna sulle colline di Dar Taizzah. Il materiale è già pronto. E presto le trasmissioni di Radio Nevroz, la prima radio libera in lingua araba e curda, raggiungeranno le case di Aleppo e Afrin.

Ad Aleppo, gli inviati della radio saranno gli attivisti del Coordinamento curdo della fraternità (Tansiqiyyah al Taakhi al Kurdi). È un collettivo di giovani studenti universitari, classe media, composto da curdi e da arabi, musulmani e cristiani. La sede si trova nel quartiere di Ashrafiyya, ad Aleppo, in un appartamento al secondo piano di un palazzo scalcinato già colpito due volte dalle bombe del regime. Qui trovano rifugio gli attivisti del quartiere e i loro ospiti di passaggio ad Aleppo, come me e la fotografa siriana nella stanza a fianco arrivata stanotte da Beirut. Il fumo delle sigarette annebbia il salotto. E le casse dello stereo sparano a tutto volume la playlist della rivoluzione, su cui i ragazzi cantano a voce alta per farsi coraggio e non sentire gli spari fuori in questa ennesima notte di scontri.


La sede del Coordinamento curdo della fraternità (Foto di Gabriele Del Grande)

Le pareti intorno sono ricoperte da striscioni e bandiere. Ci sono scritti gli slogan dei tanti cortei organizzati dal coordinamento tra il 2011 e il 2012, prima che la voce delle armi coprisse quella delle idee. “Noi siamo gli attivisti della prima ora”, mi racconta Wassim. “Non quelli che in piazza non li ha mai visti nessuno, e che oggi parlano a nome della società civile siriana, a libro paga del Qatar o degli americani. La società civile siriana è diventata un business per molti, un po’ come l’opposizione all’estero. Ad Aleppo si muore sotto le bombe ogni giorno e loro negli alberghi a cinque stelle in giro per il mondo.”
Accanto alle bandiere della Siria libera, sul muro c’è un grande manifesto con su scritto un nome: “Kamal”. E sotto: “Ci manchi”. Kamal era uno dei membri fondatori del gruppo, insieme a Shiro, Wassin e Bushkin. L’ultima volta l’hanno visto un anno fa, mentre due agenti in borghese lo cacciavano a calci dentro una macchina e lo portavano via. Da allora non sanno più niente di lui. Se sia ancora detenuto, se sia vivo, se sia morto. Kamal non è l’unico a mancare all’appello. Anche Pesheng non è con noi stasera. È il fratello di Shiro. Da qualche settimana dorme in un letto d’ospedale in Turchia, a Gaziantep, in attesa che gli ricostruiscano il ginocchio, frantumato dalle schegge di un mortaio che l’ha colpito mentre con una digitale documentava gli scontri tra i suoi vecchi amici in armi e gli uomini del regime.


Alcuni studenti del gruppo al lavoro (Foto di Gabriele Del Grande)

Oggi per poco anche Raid non ci rimane. È uno dei fotografi del coordinamento, uno studente universitario di ventitré anni. Era uscito di casa stamattina con il sorriso degli avventurieri. È tornato a notte fonda, in barella, con un braccio e una gamba ingessati, e la carne tritata dalle schegge di una bomba. Ma in queste dinamiche di gruppo, il sangue fa onore. E come se niente fosse, Raid si sistema tra noi sul tappeto dove siamo seduti, e tra il groviglio di cavi dei caricatori e del modem satellitare afferra il suo computer con la mano buona. La signora del piano di sopra gli ha appena portato tè e zucchero. Lui posa la tazza in un angolo senza troppa attenzione e digita la password del suo account Facebook. È notte e, ferito o no, deve prima di tutto postare in rete il girato. Perché il mondo sappia anche oggi.
Facebook, Youtube, Twitter, Skype. Senza i social network sulla Siria non sapremmo niente. Perché è lì che ogni giorno gli attivisti siriani come Raid, Pesheng, Shiro, Bushkin e Wassim caricano immagini, video, e notizie in presa diretta. Soprattutto dalle zone più difficili da raggiungere per i corrispondenti stranieri. Il vero lavoro sul campo lo fanno loro. E le tv satellitari si limitano a mandare in onda i loro video amatoriali. Se abbiamo saputo delle manifestazioni, delle torture, dei bombardamenti aerei, degli Scud e delle armi chimiche, è prima di tutto merito loro. Di questi giovani, tendenzialmente universitari e figli della classe media siriana, che anziché prendere le armi come hanno fatto i loro coetanei dei quartieri popolari e delle campagne, hanno impugnato la telecamera. Dall’inizio della guerra ne sono morti almeno un centinaio sotto le bombe. Eppure Hazim non ha paura. E non è per la spavalderia dei suoi ventisei anni.
Lui dalla Siria era fuggito in Turchia per mettersi in salvo dopo il primo arresto ai tempi delle manifestazioni, come hanno fatto migliaia di altri militanti. A Istanbul aveva subito trovato lavoro come web designer. Pagato bene e con delle buone prospettive di crescita. Ma non ha resistito a lungo. “Ascoltavo sempre le notizie in tv. Massacri, morti, ingiustizia. Mi sentivo in colpa perché stavo bene. Finché un giorno mi sono chiesto se il mio sangue valesse di più del sangue dei miei fratelli e delle mie sorelle. Il giorno dopo sono partito per Aleppo”.
Nel quartiere di Bustan al Qasr, Hazim ha messo su l’ufficio di design e comunicazione Sumu Media. Progettano siti per i media center della città, girano servizi televisivi per i canali satellitari arabi, stanno disegnando un’animazione sulla guerra per il canale dei bambini di Al Jazeera e curano la grafica di Inchiostro, penna e fucile”, uno dei primi settimanali liberi di Aleppo. Hazim mi passa una copia della rivista fresca di stampa e ha un sorriso disegnato sul volto. “È la mia città, è la mia gente. Io voglio esserci. So che potrei morire anche oggi. Ma morirei felice, sapendo che ho dato il mio contributo alla rivoluzione. Perché è vero che abbiamo fatto molti errori: l’opposizione divisa, i saccheggi dell’esercito libero, gli eccessi degli islamisti… Tuttavia siamo nel giusto. E la storia ci darà ragione”.
Saranno anche nel giusto gli stanchi attivisti di Aleppo. Tuttavia sono soltanto le ceneri di quello straordinario e pacifico movimento di piazza che tra il 2011 e il 2012 portò in piazza milioni di siriani contro la dittatura. Migliaia di loro sono stati fucilati nelle manifestazioni. Migliaia sono morti sotto tortura nelle segrete del regime. Migliaia sono ancora in carcere. E migliaia sono fuggiti oltre confine: alcuni per mettersi in salvo, altri semplicemente perché non credono più nella rivoluzione.
Abu Jafar è uno di loro. L’ho conosciuto in un caffè letterario ad Afrin, una città curda nel nord della Siria. È un professore universitario sulla sessantina, laico, ex membro del partito comunista siriano. Prima che lo intervistassi mi ha chiesto notizie della strada per Aleppo. Le due figlie ventenni sono bloccate in un quartiere lealista. Ha paura che muoiano sotto le bombe dell’Esercito siriano libero. Ma ha ancora più paura che andandole a prendere, sulla via per Aleppo lo fermino le milizie di Al Qaeda e lo facciano fuori perché è curdo o perché non crede in dio. E gli bastano queste due paure per dire che la rivoluzione è finita. “Certo che all’inizio ero in piazza! La rivoluzione siriana è stata un movimento straordinario. Spontaneo, laico, trasversale, ricco di idee. Ma con la guerra è finito tutto. Oggi comandano le armi e non le buone intenzioni di quei pochi e bravi attivisti che ancora ci credono. Il nostro obiettivo era costruire una Siria libera e democratica. Ma per farlo, non basta abbattere il regime di Assad. Servono idee. E io credo che la guerra abbia ucciso anche quelle”.

*da Internazionale.it, 27 settembre 2013

Primavere inascoltate e lacerate

Michele Nardelli

Forse gli strateghi occidentali che in queste ore spingono per un intervento militare contro la Siria nemmeno lo sanno. O forse è proprio per questo. Damasco è considerata la città più antica del mondo. Non l’insediamento umano, ma il contesto urbano più antico, del quale si parla in antiche tavole risalenti al 2500 a.C.
Ci fu un tempo nel quale Damasco era il centro del mondo, nell’intrecciarsi attorno ai suoi meravigliosi giardini della cultura bizantina, araba, persiana e indiana. La lingua colta che vi si parlava era il greco e proprio in quella città nacque fra la fine del VII e l’inizio dell’VIII secolo il grande “movimento delle traduzioni” che portò – grazie alla trascrizione in arabo – alla conoscenza della filosofia di Aristotele e di Platone, della matematica di Euclide, Archimede e Tolomeo, dell’astronomia di Aristarco e dell’alchimia di Jābir ibn Hayyān altrimenti conosciuto come “Geber l’alchimnista”, considerato il padre della moderna medicina.

Michele Nardelli
Forse gli strateghi occidentali che in queste ore spingono per un intervento militare contro la Siria nemmeno lo sanno. O forse è proprio per questo. Damasco è considerata la città più antica del mondo. Non l’insediamento umano, ma il contesto urbano più antico, del quale si parla in antiche tavole risalenti al 2500 a.C.Ci fu un tempo nel quale Damasco era il centro del mondo, nell’intrecciarsi attorno ai suoi meravigliosi giardini della cultura bizantina, araba, persiana e indiana. La lingua colta che vi si parlava era il greco e proprio in quella città nacque fra la fine del VII e l’inizio dell’VIII secolo il grande “movimento delle traduzioni” che portò – grazie alla trascrizione in arabo – alla conoscenza della filosofia di Aristotele e di Platone, della matematica di Euclide, Archimede e Tolomeo, dell’astronomia di Aristarco e dell’alchimia di Jābir ibn Hayyān altrimenti conosciuto come “Geber l’alchimnista”, considerato il padre della moderna medicina.Conoscenze che attraverso il Mediterraneo arrivarono in Europa grazie all’immenso lavoro di traduzione dall’arabo al latino che avvenne nelle città dell’Andalusia prima del 1492 quando, con la cacciata degli ebrei e dei mussulmani da Sefarad (così gli ebrei chiamavano la Spagna), si pose fine ad una delle esperienze culturalmente più alte che la storia europea abbia mai conosciuto. Così gli europei entrarono in contatto con la filosofia greca, ma anche con la scienza, con la poesia e la canzone d’amore.
Ne dovrebbe venire, se non altro, attenzione e rispetto.
Nel 2003 la coalizione dei potenti decise di bombardare Baghdad, città fondata nel 762 dC proprio in seguito al declino di Damasco e che in pochi anni divenne essa stessa – con il suo milione di abitanti (un numero straordinario per l’epoca) – il cuore dell’epoca d’oro degli arabi e importante centro culturale per il mondo intero. Andarono così distrutte, insieme a tante vite, alcune delle più importanti testimonianze della storia dell’umanità. Il tempo poi ci confermò che non ne avrebbero beneficiato nemmeno la pace, la democrazia e i diritti umani. Ma intanto il 70% del patrimonio contenuto nel Museo archeologico e nella Biblioteca nazionale di Baghdad era andato irrimediabilmente perduto.
Qualche anno prima accadde la stessa cosa nel cuore dell’Europa quando andarono in fumo l’Istituto Orientale e la Biblioteca nazionale di Sarajevo, la Gerusalemme dei Balcani. Custodivano la testimonianza di come si era andata costruendo l’Europa, le sue radici culturali plurime che invece si volevano cancellare. Perché così sono le nuove guerre, bombardamenti sulle città e sulle popolazioni, distruzione dei luoghi della cultura, signori della guerra e mafie che fanno affari fra loro.
Un rituale che poi abbiamo conosciuto con la “guerra infinita” in Afghanistan, sottoposta a bombardamenti a tappeto per sconfiggere quei Talebani che ora improvvisamente sono diventati interlocutori, lasciando quel paese lacerato da quarant’anni di guerra nell’incertezza e nel rischio di una nuova guerra civile.
Due anni fa il rituale si è ripetuto in Libia. Anche in questo caso un pericoloso dittatore da abbattere con il quale si erano fatti affari fino al giorno prima. L’esito è sotto gli occhi di tutti: un paese nelle mani di bande di criminali che si spartiscono le immense risorse naturali e destabilizzano i paesi circostanti. Quel paese offshore che l’amico Berlusconi stava trattando proprio con Gheddafi.
Ed ora? Possibile che non si impari nulla dalla storia? Come non vedere che il rituale si sta riproponendo in Siria fin nei dettagli? Certo, abbiamo a che fare con una dittatura sempre più feroce che non conosce limiti nella repressione delle istanze di libertà. Come Saddam Hussein, anche Bashar al-Assad è il prodotto di regimi illiberali nei quali le istituzioni statuali sono state occupate da clan famigliari e da caste militari. Regimi contro i quali due anni fa la Tunisia di Mohamed Bouazizi (il ragazzo che si diede fuoco diventando il simbolo della rivolta giovanile) e diMoahmed Brahmi (attivista politico assassinato il 25 luglio scorso dai fondamentalisti religiosi e fratello dell’amico Saadi) si era sollevata dando vita a quel grande movimento conosciuto come “primavera araba”.
Un grande movimento nonviolento che chiedeva libertà, democrazia e dignità. Per mesi le strade della Tunisia, dell’Egitto, dello Yemen, della Siria e di altri paesi ancora più fragili come Libano e Palestina, si sono riempite di giovani, laici e religiosi insieme, per chiedere con la sola forza dei loro corpi un cambiamento che via via si è dimostrato effimero, tanto da riprodurre la vecchia contrapposizione fra la casta burocratico militare dei regimi e le organizzazioni islamiste che pure nella primavera avevano avuto un ruolo del tutto marginale, diffidando di quei giovani che chiedevano libertà.
Ora, di fronte alle armi chimiche e al terrorismo, si scaldano i motori degli eserciti occidentali. Ma durante la primavera c’era tutto il tempo per costruire relazioni, sostenere i processi di ricostruzione istituzionale e di formazione, mettere in campo forti pressioni economiche (anziché vendere armi) e cooperazione a sostegno dello sviluppo locale. A che serve altrimenti la politica? Che invece sembra conoscere solo il linguaggio dell’emergenza (e del proprio tornaconto).
Le primavere nonviolente hanno perso, fors’anche perché le abbiamo lasciate sole. L’intervento armato occidentale ora avrebbe l’unico effetto di rafforzare i militarismi e una dialettica schiacciata fra due fondamentalismi, quello nazionalista e quello jihadista.
Al contrario, con la scelta del parlamento britannico di non aderire alla coalizione interventista potrebbe aprirsi la possibilità per l’Europa di giocare un’altra partita, favorendo l’interlocuzione con quella vasta area culturale araba che delle parole “libertà, democrazia e dignità” aveva fatto il proprio simbolo. Favorendo quella rinascita araba di cui aveva parlato il leader della primavera di Beirut Samir Kassir, prima che un attentato terrorista lo uccidesse nel 2005. Sosteneva la necessità che gli arabi, eredi di una grande civiltà che guardava al futuro, si liberassero dalla propria infelicità per l’essere stati e il non essere più, abbandonando il miraggio di un passato ineguagliabile e guardando finalmente in faccia la loro vera storia. L’età dell’oro della civiltà araba era fatta di sincretismi. Che oggi si chiamano interdipendenze.
Non scontro di civiltà.

*Presidente del Forum trentino per la Pace e i Diritti Umani

Cartolina da St.Radegund /2

Franz Jägerstätter Italia

Si parte! Anche se qui si muore di caldo, abbiamo messo in valigia la giacca a vento e l’ombrello: lassù in Alta Austria, se piove la temperatura scende di botto! La pattuglia italiana non è numerosa (una ventina di persone) ma molto determinata e motivata. Abbiamo preparato con cura la trasferta, traducendo quasi tutto il materiale (la relazione del mattino, i testi delle celebrazioni, i canti).
Alcuni del gruppo (Emanuele con moglie e tre figli) sono partiti lunedì e arriveranno a St. Radegund in bicicletta. Ora stanno pedalando nella verde piana di Innsbruck. Noi seguiamo in auto: percorriamo l’autostrada del Brennero, attraversiamo un pezzo di Austria, transitiamo in Baviera (vicino al lago di Kiem) e torniamo in Austria, circa 40 km più a nord di Salisburgo.

Questa’anno ricorderemo non solo Franz Jägerstätter, di cui ricorre il 70° anniversario della morte, ma anche la moglie Franziska, che è vissuta fino a 100 anni ed è deceduta lo scorso 16 marzo.
E stata una bella storia d’amore, ma senza il lieto fine”. Così Franziska sintetizzava il suo matrimonio con Franz in un’intervista rilasciata nel 1994 ad una radio italiana. Lo diceva con un sorriso un po’ triste, ma che le faceva risplendere gli occhi. E forse la capacità di sorridere e la luce spesso allegra dei suoi occhi erano proprio le cose che colpivano di più in questa donna: a quasi 100 anni mostrava ancora la capacità di godersi le piccole cose della vita, un giro al mercato, un buon bicchiere di vino, la sua pianta di lillà fuori casa da cui stacca un fiore per regalarlo a chi andava a chiederle del marito.

Franz Jägerstätter Italia

Si parte! Anche se qui si muore di caldo, abbiamo messo in valigia la giacca a vento e l’ombrello: lassù in Alta Austria, se piove la temperatura scende di botto! La pattuglia italiana non è numerosa (una ventina di persone) ma molto determinata e motivata. Abbiamo preparato con cura la trasferta, traducendo quasi tutto il materiale (la relazione del mattino, i testi delle celebrazioni, i canti).
Alcuni del gruppo (Emanuele con moglie e tre figli) sono partiti lunedì e arriveranno a St. Radegund in bicicletta. Ora stanno pedalando nella verde piana di Innsbruck. Noi seguiamo in auto: percorriamo l’autostrada del Brennero, attraversiamo un pezzo di Austria, transitiamo in Baviera (vicino al lago di Kiem) e torniamo in Austria, circa 40 km più a nord di Salisburgo.

Questa’anno ricorderemo non solo Franz Jägerstätter, di cui ricorre il 70° anniversario della morte, ma anche la moglie Franziska, che è vissuta fino a 100 anni ed è deceduta lo scorso 16 marzo.
E stata una bella storia d’amore, ma senza il lieto fine”. Così Franziska sintetizzava il suo matrimonio con Franz in un’intervista rilasciata nel 1994 ad una radio italiana. Lo diceva con un sorriso un po’ triste, ma che le faceva risplendere gli occhi. E forse la capacità di sorridere e la luce spesso allegra dei suoi occhi erano proprio le cose che colpivano di più in questa donna: a quasi 100 anni mostrava ancora la capacità di godersi le piccole cose della vita, un giro al mercato, un buon bicchiere di vino, la sua pianta di lillà fuori casa da cui stacca un fiore per regalarlo a chi andava a chiederle del marito.

Vedendola così non si faticava ad immaginare la ragazza che aveva fatto innamorare Franz, tanto da fargli “mettere la testa a posto”: le fotografie che abbiamo della giovane Franziska ci mostrano in effetti una bella donna dallo sguardo vivace ed allegro. Quando si separano per la prima volta, nel 1940, Franziska aveva 27 anni e Franz 33. Nelle lettere tra i due coniugi l’amore che li unisce non è sbandierato ed esposto, certamente anche per una forma di pudore legato ad un’educazione abbastanza rigida in questo senso. Ma lo si legge chiaramente tra le righe, nei “bacini” che lei gli manda, nelle piccole battute ed allusioni che rimandano ad un vissuto solo loro, nel testo della canzone molto in voga a quei tempi e che probabilmente avranno ballato insieme: sono due giovani innamorati che si trovano separati e che vorrebbero stare insieme.

Di ben diverso tenore ― e non potrebbe essere diversamente ― le lettere del periodo della carcerazione di Franz. Entrambi i coniugi cercano di risparmiare all’altro gli aspetti più penosi della loro situazione. Franziska continua a riferire della fattoria e delle figlie, ma si nota come la sua preoccupazione maggiore sia quella di sostenere il marito in un contesto in cui solo lei, ormai, gli è accanto. Mai cede alla tentazione di un ricatto emotivo, mai mette il suo amore in opposizione alla scelta del marito. Solo si preoccupa che lui sia sereno, sia forte, gli invia parole di consolazione e di condivisione che, crediamo, le saranno costate non poca fatica. Franz dal canto suo continua a giustificare la sua scelta, la motiva dettagliatamente, conta nel sostegno di Dio per sé e per la sua famiglia. Al tempo stesso risparmia ai suoi cari il più a lungo possibile la notizia temuta: non fa cenno al processo in cui è stato condannato a morte se non nella lettera d’addio, scritta il giorno stesso della morte. L’amore di Franz e Franziska non è più quello spensierato dei giochi e della vita di famiglia, ma diventa un legame che sostiene entrambi in una scelta di grande solitudine, di estremo coraggio e di infinito amore.
È questo che fa di loro due splendide persone, un uomo ed una donna realizzati, due veri eroi del nostro tempo.

Cartolina da St.Radegund /1

Franz Jägerstätter Italia

Nel 2013 cade il 70° anniversario del sacrifico di Franz Jägerstätter, che fu ghigliottinato il 9 agosto 1943. La ricorrenza assume una particolare rilevanza perché sarà la prima che festeggeremo in assenza di Franziska, che il 16 marzo scorso ha raggiunto in Cielo il suo amato marito. Fare memoria di queste persone non vuol dire solo onorarne la memoria ma soprattutto riconoscerne il coraggio, la forza, la grandezza d’animo.
A noi, dopo oltre mezzo secolo, resta l’eredità di valori vissuti al prezzo della vita e l’impegno a mantenere saldo il primato della coscienza di fronte alle subdole dittature di oggi, che appaiono sotto le forme più sgargianti ma ugualmente false, opprimenti, violente, antidemocratiche, irrispettose dell’uomo e della sua dignità.

Mancano pochi giorni alla partenza per St.Radegund. Ci recheremo in Austria Superiore, qualche km sopra Salisbugo, per onorare la memoria di Franz Jägerstätter, obiettore di coscienza al nazismo, decapitato a Berlino il 9 agosto 1943. Sono passati esattamente 70 anni da quell’agosto di guerra, quando la capitale del Reich nazista era sotto i bombardamenti degli aerei alleati. Il Tribunale supremo di guerra aveva voluto giudicare quel contadino austriaco, sottraendolo al giudizio dei suoi compatrioti e lo aveva condannato a morte per decapitazione.

Franz Jägerstätter Italia

Nel 2013 cade il 70° anniversario del sacrifico di Franz Jägerstätter, che fu ghigliottinato il 9 agosto 1943. La ricorrenza assume una particolare rilevanza perché sarà la prima che festeggeremo in assenza di Franziska, che il 16 marzo scorso ha raggiunto in Cielo il suo amato marito. Fare memoria di queste persone non vuol dire solo onorarne la memoria ma soprattutto riconoscerne il coraggio, la forza, la grandezza d’animo.
A noi, dopo oltre mezzo secolo, resta l’eredità di valori vissuti al prezzo della vita e l’impegno a mantenere saldo il primato della coscienza di fronte alle subdole dittature di oggi, che appaiono sotto le forme più sgargianti ma ugualmente false, opprimenti, violente, antidemocratiche, irrispettose dell’uomo e della sua dignità. 

Mancano pochi giorni alla partenza per St. Radegund. Ci recheremo in Austria Superiore, qualche km sopra Salisbugo, per onorare la memoria di Franz Jägerstätter, obiettore di coscienza al nazismo, decapitato a Berlino il 9 agosto 1943. Sono passati esattamente 70 anni da quell’agosto di guerra, quando la capitale del Reich nazista era sotto i bombardamenti degli aerei alleati. Il Tribunale supremo di guerra aveva voluto giudicare quel contadino austriaco, sottraendolo al giudizio dei suoi compatrioti e lo aveva condannato a morte per decapitazione.

Il suo crimine? Semplicemente aver rifiutato l’arruolamento nell’esercito tedesco a motivo dell’inconciliabilità tra la sua fede cattolica e l’ideologia nazista. Ma ancor più egli è convinto dell’importanza fondamentale della responsabilità individuale. “Molti ora si chiederanno se agirò come ho scritto e se dovrebbe essere così anche per ogni buon cattolico: che cosa bisogna pensare dei nostri figli, fratelli o mariti che combattono al fronte o forse sono caduti in battaglia? Questo giudizio dovremmo lasciarlo a Dio, noi non abbiamo né il diritto di condannare né quello di assolvere. Non sappiamo se il singolo si è impegnato di sua spontanea volontà o se è stato costretto. Io non sono del parere dei molti che ritengono che il singolo soldato non è responsabile di tutto ciò che succede e addossano la responsabilità ad uno solo, a Hitler. Indubbiamente molti di quelli che sono ancora a casa con la coscienza tranquilla hanno responsabilità magari maggiori di un soldato che uccide centinaia di uomini perché lo ritiene suo dovere. La maggior parte di questi soldati combatte in battaglia perché questo è un comando dello stato e chi non ubbidisce a questo comando è condannato a morte certa. Speriamo che non siano in molti a combattere con l’idea di annientare altri uomini e altri popoli o di renderli schiavi per poterli dominare”. È quest’uomo grande, coraggioso, completo che andiamo ad onorare.

Sarà una ricorrenza un po’ più triste perché per la prima volta non ci sarà Franziska, la sua sposa. È morta anche lei, a 100 anni passati, il 16 marzo scorso. Gli ha voluto bene e non ne ha mai abbandonato la memoria. È vissuta per lui e lo ha raggiunto nella gioia.

[continua…]

Cosa resta di Srebrenica?

di Michele Nardelli*

Srebrenica. Che cosa è rimasto nella coscienza collettiva dei cittadini europei di quanto accadde nel cuore dell’Europa l’11 luglio 1995? A ragion del vero è un po’ l’insieme di quella tragedia che concluse il Novecento europeo che oggi appare rimossa, incasellata nella categoria di “guerra etnica”, segnata dal pregiudizio dell’ignoranza e dei luoghi comuni, sterilizzata dalla falsa coscienza di un’Europa incapace di riflettere su se stessa e infine dimenticata, come se non avesse nulla di importante da dirci. Tutto questo rende il genocidio di Srebrenica, quelle 8372 (o forse più) vite spezzate sotto gli occhi di una comunità internazionale distratta, quando non complice, se possibile, ancora più doloroso. Perché se per i famigliari delle vittime la ferita più aperta è quella di dare riconoscimento e sepoltura a quanti ancora giacciono nelle fosse comuni e, insieme, il desiderio di avere giustizia (se pensiamo che le condanne comminate per quanto accadde a Srebrenica diciott’anni or sono si contano sulle dita di due mani), l’aspetto che più in generale risulta insopportabile è rappresentato dal fatto che il nome di questa antica città non rappresenti motivo di riflessione per l’insieme della coscienza civile europea e mondiale.

*Presidente Forum Trentino per la Pace e i Diritti Umani

di Michele Nardelli*

Srebrenica. Che cosa è rimasto nella coscienza collettiva dei cittadini europei di quanto accadde nel cuore dell’Europa l’11 luglio 1995? A ragion del vero è un po’ l’insieme di quella tragedia che concluse il Novecento europeo che oggi appare rimossa, incasellata nella categoria di “guerra etnica”, segnata dal pregiudizio dell’ignoranza e dei luoghi comuni, sterilizzata dalla falsa coscienza di un’Europa incapace di riflettere su se stessa e infine dimenticata, come se non avesse nulla di importante da dirci. Tutto questo rende il genocidio di Srebrenica, quelle 8372 (o forse più) vite spezzate sotto gli occhi di una comunità internazionale distratta, quando non complice, se possibile, ancora più doloroso. Perché se per i famigliari delle vittime la ferita più aperta è quella di dare riconoscimento e sepoltura a quanti ancora giacciono nelle fosse comuni e, insieme, il desiderio di avere giustizia (se pensiamo che le condanne comminate per quanto accadde a Srebrenica diciott’anni or sono si contano sulle dita di due mani), l’aspetto che più in generale risulta insopportabile è rappresentato dal fatto che il nome di questa antica città non rappresenti motivo di riflessione per l’insieme della coscienza civile europea e mondiale. Come non vedere che nel genocidio di Srebrenica era in discussione l’idea stessa di Europa come insieme di minoranze che quando non si sono più riconosciute come tali, rivendicando primati o egemonie, hanno prodotto le più immani tragedie? Come non comprendere che nella distruzione dei luoghi della cultura e di città come Sarajevo o Mostar si voleva cancellare ogni forma di sincretismo che la storia ha prodotto nel cammino fra oriente e occidente? Come non capire che nella guerra che ha lacerato i Balcani c’era una partita tutt’altro che riconducibile ad antichi conflitti ma piuttosto alla postmodernità, ovvero la natura criminale di quella strana transizione fra comunismo e capitalismo o la sottile continuità fra potere burocratico e deregolazione? Srebrenica. Oggi hanno trovato sepoltura nel cimitero di Potočari altri 409 corpi ai quali è stato dato un nome. Un luogo di silenzio e di pace. Domani a Bratunac, poco distante da Srebrenica, si ricorderanno altre vittime, ancora contrapposte. Fin quando a quelle domande non sarà data risposta, se non ci sarà un serio lavoro di elaborazione del conflitto, le ferite profonde lasciate dalla tragedia balcanica non troveranno pace.

*Presidente Forum Trentino per la Pace e i Diritti Umani

1914/2014. Inchiesta sulla Pace nel secolo degli assassini.


Si svolgerà sabato 6 luglio, alle ore 11.00 presso la Biblioteca dell’Archivio della Fondazione Museo Storico del Trentino (in via Torre d’Augusto 41) la presentazione del percorso annuale del Forum trentino per la Pace e i Diritti Umani quest’anno dedicato ad un tema che s’interccia con le celebrazioni del centenario della prima guerra mondiale:

“1914/2014. Inchiesta sulla Pace nel secolo degli assassini”

Si svolgerà sabato 6 luglio, alle ore 11.00 presso la Biblioteca dell’Archivio della Fondazione Museo Storico del Trentino (in via Torre d’Augusto 41) la presentazione del percorso annuale del Forum trentino per la Pace e i Diritti Umani quest’anno dedicato ad un tema che s’interccia con le celebrazioni del centenario della prima guerra mondiale:

“1914/2014. Inchiesta sulla Pace nel secolo degli assassini”
Dalla necessità di elaborare il Novecento e di interrogarci sul “passato che non passa” (ma anche sullo schema spesso auto assolutorio pur di non fare i conti con la nostra falsa coscienza), la proposta del nuovo percorso annuale capace di andare alla radice di quello che Arthur Rimbaud ebbe a definire “il tempo degli assassini”.
Dopo “Cittadinanza Euromediterranea”, che ha cercato di mettere in rilievo il carattere pretestuoso dello “scontro di civiltà”, dopo “Nel limite. La misura del futuro”, il percorso attorno al delirio del “progresso scorsoio”, ora e per i prossimi mesi a venire, con “1914 – 2014. Indagine sulla Pace nel secolo degli assassini” proveremo a scandagliare la storia, le culture e i luoghi del secolo che da qualche anno ci siamo messi alle spalle ma che fatichiamo a scollinare. Intrecciando le nostre riflessioni con le celebrazioni del centenario della prima guerra mondiale. E, in questo scandaglio, provare a capire come “guerra” e “pace” si siano tragicamente rincorse senza indagare a fondo la propria natura, così da meglio comprendere sia la banalità del male ma
anche la retorica della pace e dei suoi rituali.

Alla conferenza stampa parteciperanno Michele Nardelli (Presidente del Forum trentino per la Pace e i Diritti Umani), Giuseppe Ferrandi (Direttore della Fondazione Museo storico del Trentino) e alcune delle associazioni che parteciperanno attivamente alla realizzazione del percorso.

Note bastarde che vanno dritti al cuore dell’uomo


Nell’ambito della manifestazione “L’Europa che non conosci. Viaggi, racconti e immagini tra il Trentino e i Balcani”, giovedì 27 giugno, nel tardo  pomeriggio (ore 19.00) presso il Castello del Buonconsiglio, si svolgerà un  incontro dal titolo “Un caffé da Lutvo” con l’attrice Roberta Biagiarelli e il presidente del Forum trentino per la Pace e i Diritti Umani Michele Nardelli. Per l’occasione lo scrittore Paolo Rumiz ci ha inviato un suo scritto inedito di grande fascino di cui verrà data lettura nella serata con l’accompagnamento musicale del violinista Mario Sehtl.
di Paolo Rumiz

Potrei parlarvi di odio e scannamenti, di profughi e kalashnikov; dirvi di una terra lacerata con l’occhio gelido della geopolitica. Invece no.  […]

 

di Paolo Rumiz

Potrei parlarvi di odio e scannamenti, di profughi e kalashnikov; dirvi di una terra lacerata con l’occhio gelido della geopolitica. Invece no. Vi dirò dei suoni di un  mondo inquieto, dell’acustica che nasconde l’anima dei suoi luoghi. La mia anima è piena di quelle frequenze. Essa li cerca come Orfeo e la sua cetra, gli va dietro oltre il confine del mondo dei vivi, là dove abita Persefone. Sente che quei suoni partigiani resistono alla grande omologazione globale, alla tirannia del pensiero unico.

Sono figlio della frontiera. Italiano di lingua, tedesco di cultura, slavo di stomaco e fegato, turco di canto e di cuore, ebreo di fascinazione. I Balcani abitano nel mio stesso cognome, che contiene la radice “Rum “di Rumelia, la parte europea – romana – dell’impero ottomano.  Credo, di conseguenza, di avere dentro di me qualcosa che mi aiuta a sentire nel modo giusto quello spazio del mappamondo.

E allora cominciamo così a caso, là dove mi porta la memoria del lungo viaggiare. Cominciamo da due ex belle donne di Novi Sad, alte sul metro e ottanta, che si avvicinano a un fisarmonicista seduto davanti al Danubio, gli mettono in mano una banconota, gli dicono “dài, facci piangere”, gli fanno spremere dallo strumento oceani di tristezza e secoli di sradicamenti, ballano e si abbracciano senza badare ai passanti.

I Balcani sono questi lampi di immagine. Cose come un belgradese che esce per strada esultando per una buona notizia, assolda tre zingari armati di fiati e tamburi, e assieme a loro gira la città con una bottiglia di rakija in mano e un codazzo di passanti che ballano ascoltando la sua musica.

In quel mondo trionfa la condivisione teatrale di gioia e malinconia. Come quella di un greco che, in una locanda di Salonicco, festeggia un buon affare frantumando una montagna di piatti, metodicamente, uno a uno, tra gli applausi dei clienti e del taverniere, e poi, colto da improvvisa nostalgia di qualcosa, va a nascondersi in un locale “proibito” per estenuarsi in un assolo di rebetiko, ginocchia piegate, braccia larghe e sigaretta in bocca, davanti a una cantante rauca venuta da Smirne e un suonatore di buzuki rugoso come un Cheyenne.

Balcani sono una stazione austriaca con una porta a vetri che si spalanca con un colpo di vento e spinge dentro la sala d’aspetto una giovane zingara dalla magnifica treccia corvina, gonna lunga e vermiglia da flamenco, il suo neonato in un fagotto al fianco, che chiede soldi con occhi di fuoco e lascia gli astanti senza fiato.

Balcani sono una giovane turca che strappa una storia d’amore alla tua ostinata reticenza occidentale, la ascolta in silenzio col viso rigato di lacrime, alla fine ti dice “Hai la lingua di miele, straniero”, e poi per ringraziarti canta per te qualcosa che ti ara l’anima, un motivo di nome “Ayrilik”, che vuol dire “dolce mancanza”, con una voce che pare un flauto di canna nel deserto.

E ancora, il trans-danubio verso il confine della Vojvodina, con binari morti, zingari, cavalli, letamai e zucche troppo grandi sulla strada, in una nebbia in cui tutto fluttua come in un bicchiere d’acqua e Pernod; oppure una cameriera slava, capelli corti e nastro nero al collo, che ti fa l’occhiolino apertamente in una birreria lungo una strada della Pannonia.

Balcani è camminare nel fango verso le prime propaggini dei Carpazi, là dove finiscono i treni d’Occidente e nei binari inizia lo scartamento “sovietico”, diverso di pochi ma fatali centimetri da quello europeo. Balcani sono la prima confusa percezione degli spazi dell’Est, freddo monosillabo totalitario che esclude la parola, più dolce, di “Oriente”.

Rivedo, ora, una contadina che, nonostante le unghie sporche e l’odore di aglio, mi stende con una sciabolata di occhi torbidi, fianchi inguainati di nero e maturi melagrani ansimanti; visione che dura solo un attimo, fino a quando lei non si schiarisce la voce emettendo una specie di ruggito e, dopo aver sputato, non chiama qualcuno in cucina con voce da camionista.

Ecco, ora le immagini e i suoni vengono senza più difficoltà. Sento il canto monotono dei Sufi Bektashi in Albania, nelle valli dimenticate dove i Romani tracciarono la via Egnazia. Il silenzio di una nevicata sui minareti di Sarajevo e i gridi di centinaia di rondini una sera sui Monti Rodopi, in Bulgaria; talmente tante che è impossibile prender sonno. E poi ancora un villaggio della profonda Macedonia – Strumica – dove al tramonto i contadini depongono la vanga per prendere tromba e clarino e la valle intera si riempie di musica come se Dioniso stesso la abitasse con la sua corte.

Balcani. Sono il bordone interminabile di un archimandrita in una chiesa della Dobrugia in Romania, dove a distanza vedi un nero serpente di uomini e donne affluire sulle colline, in fila per uno, al il funerale di un uomo pio. Balcani sono una banda di Rom capaci di suonare 48 ore di fila a una festa di matrimonio nella polvere della Puszta ungherese; sono un’armata di duecento cornamuse – non so se avete un’idea di che cosa significa – che suonano insieme sui monti della Stara Planina, gonfie come l’otre dei venti di Odisseo.

Balcani sono il periplo mediterraneo di una parola araba, “Sevdah”, che significa “negra bile”, la grande madre dei salti umorali, della nostalgia e dell’innamoramento, parola che con l’armata islamica raggiunge la penisola iberica e si ibrida col latino trasformandosi in “Saudade”; quella “dolce malinconia” (di una terra perduta) che secoli dopo gli ebrei, esiliati dai re cattolici, porteranno con sé nella nuova terra, ancora una volta islamica, l’impero turco, per generare quegli struggenti capolavori di musicalità popolare che sono le “Sevdalinke”, parola dall’etimo trasparente, le canzoni
d’amore della Bosnia.

Balcani sono una pastorella bulgara di nome Valja, che di cognome fa anche Balkanska. Una bambina di mezzo secolo fa che canta seduta su un muretto e affascina due stranieri a caccia di musiche antiche. E’ quel suo canto millenario dal ritmo impossibile che viene catturato da un registratore e spedito nello spazio in un satellite, assieme ad altre canzoni del pianeta Terra, per consegnare agli Alieni qualche testimonianza sublime delle voci del nostro mondo.

Balcani sono il frusciare delle foglie di una foresta impenetrabile di nome Perucica, persa nelle gole del più segreto Montenegro, una selva primigenia dove si dice abiti la sorgente dell’energia creatrice e distruttrice di un mondo. Sono, anche, il mormorio di Sava, Drava, Tibisco e Timis che vanno a confluire in un’unica, sterminata terra di acque e di popoli, in bilico fra Ungheria, Serbia, Croazia e Romania, paradiso dei migratori, degli anarchici e dei battellieri.

Balcani sono il greco Panaiotis che in una notte senza luna ti porta sulla montagna a vedere un uliveto più antico di Cristo e ti fa sentire lo scricchiolio delle stelle d’ottobre sopra una prateria di rosmarino; sono delfini che accompagnano in silenzio la tua vela verso il fondo del golfo di Corinto, fra l’Erimanto, l’Elicona e il Parnaso carichi di neve fuori stagione; sono lo stormire delle grandi querce di Dodoni in Epiro, alberi sacri dove il fauno si sente ancora a suo agio.

Balcani sono quella continguità di mare e montagna che scatena i venti gelidi di Borea, la scarpata che precipita sulla Dalmazia, terra di marinai scesi da valli impervie; sono le Bocche di Cattaro (Kotor), il fiordo dell’ultimo Adriatico dove i tuoni rimbombano anche quattro volte e il fondo della baia si nasconde tra le rocce come dietro un iconostasi durante la celebrazione dei santissimi misteri.

Balcani sono il canto di Ljubo, il battelliere, che entra con la chiatta lungo il Danubio fin dentro le ombrose porte di Ferro, la stretta montagnosa fra Serbia e Romania; sono il suo ritmare le note di un “kolo” per avvertire gli amici del suo arrivo, sono l’eco che cambia dopo la grande diga di Turnu Severin, col vento del Sud che invade la pianura e il fruscio delle spighe d’orzo a Brza Balanka.

Balcani sono lo sferragliare di un treno d’inverno che, passato il fiume d’Europa su un lungo ponte di ferro, entra in Bulgaria, cerca le montagne in mezzo a muraglie di neve. Un vecchio Orient Express pieno di spifferi gelidi dove una donna sui cinquanta mai vista prima, seduta di fronte, ti chiede dopo cinque minuti “sei felice?” e tu ti accorgi che erano vent’anni che nessuno ti faceva quella domanda.

Balcani sono anche il Bosforo con la neve, quando la gola si trasforma in un fiordo norvegese, tra le grida dei muezzin e il tagliente ululato del vento; sono la tramontana che spazza il ponte di Galata, e un vecchio che, nelle stradine del colle di Pera, senza una parola ti porge un thè color dell’ambra perché ha capito che hai freddo.

Balcani è accorgersi che tutto finisce e tutto si capisce lì, nelle vie segrete della seconda Roma, Costantinopoli, dove la Grande Porta ha fatto il nido con la naturalezza di un granchio che sceglie per casa una conchiglia vuota, in quella città dove si va per annusare l’odore di acciughe, di sgombri e pesce spada affumicato, solo per ascoltare la ressa sui moli, il muggire del ferry nella nebbia, il cigolio dei pontoni e le urla dei gabbiani reali sul bazar. Nella mia ballata in versi “La cotogna di Istanbul”, dico che è impossibile capire la Bosnia, intesa come quintessenza dei Balcani, se non ti immergi e non ti perdi per una volta almeno nei vicoli del Corno d’Oro.

Balcani, una terra di cui non puoi capire “il suo destino, la sua soggezione / a un potere lontano e imperscrutabile / il suo odore di cuoio e sigarette / l’occhio caucasico delle sue donne / la sua vitalità e la sua tristezza / non puoi capire, se sei forestiero / la pazienza infinita dei suoi vecchi / e il rito misterioso del caffè / che va centellinato sul divano / se non vieni sul Bosforo e non guardi / dai moli di Beyoğlu e Karaköy / il fiume umano che arriva dall’Asia / e nella notte non vedi il pulsare / intermittente del piccolo faro / di Kandilli Feneri, appena oltre / le luminose vetrate e il giardino / del palazzo reale di çiragan”.

E davvero non puoi capire nulla dei Balcani, se non vedi quel piccolo lume che ti chiama, luce dispersa alla fine del mondo, la sola cosa immobile in un traffico di navi, pesci, uomini e gabbiani.

Per me, e non solo per me, quel mondo è riassunto ancora da uno stato che non c’è più, di cui si pronuncia il nome solo con una “ex” davanti: la Jugoslavia, di cui rimane vivo, ad accomunare controvoglia i Paesi nati dalla sua frammentazione, il solo prefisso telefonico “0038”. Ho seguito la guerra spaventosa che ha lacerato la vecchia federazione, e ne avrei di cose da raccontare. Ma se mi chiedono che cos’era quel mondo, racconto una piccola storia. Questa.

Un giorno capitai a Ohrid in Macedonia a bordo della mia vecchia Renault. Sarà stato il 1985 e sembrava il momento più felice del Paese. Tito era morto, i controlli alle frontiere erano meno severi, da Lubiana al confine greco impazzava la libertà di parola, c’erano feste e belle donne dappertutto, e solo pochi pessimisti cominciavano ad avvertire il male oscuro che di lì a sei anni avrebbe mandato a picco la repubblica federata. In questo clima giunsi in paese. Un posto incantevole, affacciato su uno dei laghi più belli d’Europa, a due passi dall’Albania ancora blindata nel regime.

La macchina era guasta, proseguiva tossicchiando a balzi, e io dovevo urgentemente registrare le cosiddette “puntine”. Così andai in un’officina a chiedere per favore un cacciavite e una chiave inglese per fare il lavoro per conto mio. C’erano amici che mi aspettavano per cena a Salonicco e volevo fare in fretta. E lì accadde l’imprevedibile. Sentita la richiesta, i meccanici interruppero il lavoro e si consultarono, discutendo animatamente. Non capii subito che, trattandosi di un’impresa autogestita, dove gli operai stessi erano proprietari degli strumenti di lavoro, la mia richiesta aveva provocato un’assemblea.

Il problema era di lana caprina. La tradizionale ospitalità balcanica impediva che io fossi abbandonato al mio destino, ma nello stesso tempo i regolamenti dell’autogestione proibivano l’alienazione di chiavi inglesi e affini. La mia richiesta era impraticabile e i meccanici stavano letteralmente sbranandosi per fornirmi una via d’uscita. L’assemblea durò un’ora e mezza, e io vi assistetti affascinato fino a quando il capo della masnada venne da me con la soluzione. Il lavoro l’avrebbero fatto loro, e gratis.

Nel frattempo era arrivato un melone, cui seguì un piatto di prosciutto salato. Era chiaro: quel giorno non sarei arrivato a Salonicco. Quanto si annunciava era assai meglio. Una vecchia nerovestita arrivò con olive, formaggio caprino e della rakija alle prugne, e intanto il lavoro attorno alla mia macchina aveva paralizzato l’azienda. I meccanici erano tutti lì, a metterci le mani fumando e scambiandosi battute sotto il sole ardente di Macedonia. Giunsero così le due del pomeriggio, ora di fine lavoro (in Jugoslavia vigeva l’orario unico di otto ore dalle sei dal mattino) e la macchina mi fu puntualmente riconsegnata. Ringraziai, senza sapere ancora cosa mi aspettava.

Quello che accadde è che il capo dell’officina – un turco di antica ascendenza ottomana – mi invitò a casa, e poiché costui aveva preventivamente allertato la moglie, quando vi arrivai, già bello allegro, trovai la tavola imbandita e due vecchine cartapecora – anch’esse in nero vedovile – intente a fare la spola con la cucina. Si sedettero solo gli uomini: l’azienda autogestita, il padre del capo, e l’italiano in transito. “Ti abbiamo fatto il kebab” mi fu detto e scoprii qualcosa di assolutamente diverso a quanto avevo mangiato finora. Non più un panino con i soliti “trucioli” di carne tolte col coltello dal girarrosto, ma una “pita” del diametro di un metro dove i frammenti di carne erano stati distesi con uno strato uniforme.

Bevemmo altra rakija propiziatrice, il capo si pulì le manone nere d’olio di macchina, arrotolò con vigore il doppio strato di pita e carne arrosta formando un cilindro ben pressato che affettò a medaglioni, poi dispose i dischi spiraliformi su un grande piatto di portata di rame. Infine mise in mezzo al piatto due ciotole, una con salsa di peperoncino infuocato e una – più grande – con yogurt per spegnere l’incendio procurato dalla prima. La distribuzione del cibo fu un rito compiuto con serietà cerimoniale, poi esplose l’allegria.

Quella fu solo la prima di molte portate. Il pranzo divenne cena senza soluzione di continuità, al tramonto vennero trombe e clarinetti, e quando andai sul retro a far pipì scoprii che la mia macchina era stata portata nel cortile della casa e lucidata a dovere, mentre donne invisibili mi avevano preparato un letto con lenzuola ricamate di lino. Rinunciai alla Grecia, rimasi a Ohrid tre giorni e non fui mai sfiorato dal dubbio che dì lì a poco quel paese delle meraviglie sarebbe franato nel sangue.

Ecco, questi sono per me i Balcani. E perdonatemi se non vi ho parlato di guerre e secessioni, ma di note bastarde, voci e frequenze che bucano i confini, ignorano i visti, i passaporti e le lingue, per andare dritti al cuore dell’uomo.

La Grande Sfida dell’Autonomia

Evento
Venerdì 17 maggio 2013, ore 16.30 – spazio archeologico del SAS, piazza C. Battisti (Trento)
Organizza: Fondazione Museo Storico Trento

 

Evento
Venerdì 17 maggio 2013, ore 16.30 – spazio archeologico del SAS, piazza C. Battisti (Trento)
Organizza: Fondazione Museo Storico Trento

 

La Grande Sfida dell’Autonomia è il gioco/evento dell’Officina dell’Autonomia, la manifestazione organizzata dalla Fondazione Museo Storico Trento, dall’Istituto per lo Studio del Federalismo e del Regionalismo dell’EURAC Bolzano e dal Centro Jean Monnet Trento per approfondire il tema delle autonomie territoriali in Europa. La Grande Sfida è pensata per studenti e cittadini che vogliono mettere alla prova le proprie conoscenze sull’autonomia attraverso un percorso interattivo per le vie della citt&a grave; di Trento.
Sono invitate a partecipare squadre composte da tre e cinque componenti.
La partecipazione è gratuita.

Per iscriversi è sufficiente inviare una mail a lpiccoli@museostorico.it o chiamare lo 0461230482.