Sulle Tracce del Treno della Memoria

L’Associazione Terra del Fuoco Trentino organizza “Sulle orme del treno della memoria”, un percorso progettuale che vuole essere un’occasione di riflessione attiva sulla Storia e sulla Memoria per come vengono raccontate dai luoghi della Shoah. Prendere coscienza del nostro passato è infatti il primo passo per favorire lo sviluppo di una cittadinanza attiva e responsabile, non sono nei giovani ma anche negli adulti.

Il progetto è infatti rivolto a chi ha più di 25 anni ed ha voglia di mettersi in gioco in maniera esperienziale su questi temi. Il viaggio sarà dal 13 al 17 Novembre 2019 e avrà come meta Cracovia; trovate tutte le informazioni e il format da compilare per partecipare alla loro pagina Facebook.

 

AperiLibri

Appuntamento culturale del novembre trentino, che lega letteratura all’enogastronomia.

Libri e cibo sono portatori di conoscenza, di esperienze di crescita e di piacere. Cinque appuntamenti intrecceranno tali dimensioni, attraverso la presentazione di libri, aperitivi con gli autori e cene a tema. I libri che verranno narrati hanno il comune obiettivo di descrivere un mondo di conflitti, spesso diversi tra loro e mai affrontati apertamente: conflitti armati, sociali, ambientali, emergenti o mai sopiti. 



Qui
il programma dettagliato 

Dal 19 novembre al 3 dicembre
Gli incontri avranno luogo a partire dalle ore 18.00 presso il Cafè de la Paix, Passaggio Teatro Osele – Trento

Organizza: Forum Trentino per la Pace e i Diritti Umani in collaborazione con Afghanistan 2014, Café de la Paix, Centro per la Formazione alla Solidarietà Internazionale, Unimondo

Appuntamento culturale del novembre trentino, che lega letteratura all’enogastronomia.

Libri e cibo sono portatori di conoscenza, di esperienze di crescita e di piacere. Cinque appuntamenti intrecceranno tali dimensioni, attraverso la presentazione di libri, aperitivi con gli autori e cene a tema. I libri che verranno narrati hanno il comune obiettivo di descrivere un mondo di conflitti, spesso diversi tra loro e mai affrontati apertamente: conflitti armati, sociali, ambientali, emergenti o mai sopiti. 

PROGRAMMA 

I cinque appuntamenti si svolgeranno presso il Café de la Paix, passaggio Teatro Osele – Trento 
a partire dalle ore 18.00 
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Mercoledì 19 novembre 2014

Introduce la rassegna Massimiliano Pilati – Presidente Forum Trentino per la Pace e i Diritti Umani 
L’Autore Alidad Shiri dialoga con Tommaso Vaccari 

Alidad Shiri – VIA DALLA PAZZA GUERRA (Ed. il Margine, 2007)
La storia di un ragazzo afghano che intraprende un viaggio coraggioso ed estenuante alla ricerca di una vita lontano dalla guerra.

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Sabato 22 novembre 2014

L’autore Matteo Massi dialoga con Massimiliano Pilati

Matteo Massi – IN/MOVIMENTO (Ed. Gruppo Abele 2014) 
Cosa sono i movimenti? Come si rapportano con la società? Un reportage per comprendere meglio questa forma di partecipazione dal basso, partendo dall’esperienza di alcune realtà rilevanti.

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Mercoledì 26 novembre 2014 

Il direttore di Osservatorio Iraq Medioriente e Nordafrica Enzo Mangini (curatore del volume) dialoga con Federico Zappini 

AA.VV. – LA CRISI IRACHENA. CAUSE ED EFFETTI DI UNA STORIA CHE NON INSEGNA (Ed. dell’Asino 2014) 
Un libro a più mani che nasce per approfondire, analizzare e far conoscere il paese al di là delle cronache, rileggendo la storia ed evidenziando linee di continuità per comprenderlo un po’ meglio.

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Sabato 29 novembre 2014 

L’autrice Valentina Codeluppi dialoga con Giorgia Stefani 

Valentina Codeluppi – LE CICATRICI DEL RUANDA (Ed. EMI 2012) 
A vent’anni dal genocidio ruandese il processo di riconciliazione risulta ancora difficoltoso, affidato principalmente a tre tipi di tribunali, tutti con le loro luci e molte ombre.

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Mercoledì 3 dicembre 2014 

La direttrice del Centro per la Formazione alla Solidarietà Internazionale Jenny Capuano (traduttrice del volume) dialoga con Marco Pontoni

Elisio Macamo L’ABBECEDARIO DELLA NOSTRA DIPENDENZA (Ed. Erikkson 2013)
Una lettura critica del discorso dello sviluppo attraverso il caso del Mozambico, partendo dal provocatorio assunto che “Il Mozambico esiste solo perché l’aiuto allo sviluppo dà esistenza al Paese”.

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Dopo la presentazione del libro e l’aperitivo con l’autore sarà possibile partecipare alla cena con piatti a tema, su prenotazione al 346 8639590 a cura del Café de la Paix. 

Per informazioni: 
www.forumpace.it – 0461 213176 
www.tcic.eu – info@tcic.eu – 0461 0093013

Organizza: Forum Trentino per la Pace e i Diritti Umani in collaborazione con Associazione Afghanistan 2014Café de la PaixCentro per la Formazione alla Solidarietà InternazionaleUnimondo

Marcia Perugia Assisi: “In cammino per la pace e la fraternità”

Il variegato mondo della Pace Trentino continua a mobilitarsi per un futuro di pace e per il superamento delle guerre attuali. Infatti, dopo la partecipazione all’Arena di Pace e Disarmo a Verona il 25 Aprile, Un Passo di Pace a Firenze il 21 settembre, la prossima tappa sarà a Perugia, domenica 19 ottobre per partecipare alla Marcia per la Pace da Perugia ad Assisi.

Grazie ad un lavoro congiunto tra Forum trentino per la pace e i diritti umani, Acli Trentine, CTA, IPSIA e CGIL del Trentino circa 300 trentini marceranno lungo i 24 chilometri che separano le due città umbre.

Sono molte e diversificate le motivazioni nella testa di chi marcerà domenica 19,ma sono sicuramente accomunate dall’idea, a cento anni dalla grande guerra, che le guerre non sono la risposta ai conflitti del nostro pianeta, ma anzi li acuiscono. Va invece invertita la tendenza cercando di dare voce a chi resiste e si oppone in modo nonviolento alle guerre, alle pulizie etniche, alle politiche di guerra, ai regimi dittatoriali, al razzismo, all’apartheid. Bisogna cercare di costruire insieme una nuova storia di pace, di libertà, di diritti, di democrazia e di giustizia, dando vita a un’alleanza civica in Europa e nel Mediterraneo contro le guerre e per il disarmo.

Il passo di pace che dobbiamo fare è tanto urgente quanto ambizioso e difficile. Perché fermare le guerre e le stragi significa dare finalmente il primato del governo globale del pianeta e delle relazioni tra Stati alla politica multilaterale, ad un sistema delle Nazioni Unite da riformare e da potenziare; significa cambiare il modello di sviluppo, non più orientato al consumo del pianeta per il benessere di pochi ma alla sostenibilità futura ed al benessere di tutti; significa applicazione e rispetto da parte di tutti gli Stati degli accordi, delle convenzioni internazionali e dei diritti umani con meccanismi sanzionatori e con un sistema di polizia e di giustizia internazionale operativo; significa riconoscere il diritto d’asilo e dare accoglienza ai profughi di guerra; significa investire nella ricerca, nell’educazione, nell’ambiente, nell’economia e nel lavoro, nella giustizia sociale, nella democrazia, nella cultura, nel dialogo, nella difesa civile, nella cooperazione, in funzione della pacifica e plurale convivenza e del governo democratico globale, convertendo qui le enormi risorse spese per armamenti e guerre decennali.

I pullman delle Acli partiranno da Trento già il sabato 18 per rientrare la domenica notte mentre con la CGIL si partirà all’alba della domenica.
(Per chi volesse aggiungersi Centro turistico Acli: 04611920133 Cgil: 0461040111)

Di seguito riportiamo l’appello del Comitato Promotore della Marcia Perugia-Assisi

A 100 anni dalla prima guerra mondiale rimettiamociin cammino per la pace e la fraternità

Domenica 19 ottobre 2014

Marcia Perugia-Assisi

Appello

Cento anni fa scoppiava in Europa la prima guerra mondiale, lasciando sul campo più di 10 milioni di morti e 20 milioni di feriti, mutilati, invalidi. Le centinaia di guerre che sono venute dopo hanno causato più di duecento milioni di morti, senza contare i cosiddetti “danni collaterali” (milioni e milioni di donne, uomini e bambini uccisi o dilaniati dalla fame e dalle malattie conseguenza delle stesse guerre) e l’immensa quantità di beni e risorse che sono stati distrutti e sottratti allo sviluppo dell’intera umanità.

Inutile strage, avventura senza ritorno, la guerra è un mostro che continua a uccidere tante persone in tutto il mondo e minaccia di diffondersi ulteriormente. Armi micidiali continuano ad essere costruite e accumulate e insieme alla loro proliferazione incontrollata cresce anche la propensione ad usarle. Contro questo scenario angosciante abbiamo il dovere di insorgere!

Dopo cento anni di orribili massacri e crimini contro l’umanità è venuto il tempo di riconoscere che la pace è un diritto umano fondamentale della persona e dei popoli, pre-condizione necessaria per l’esercizio di tutti gli altri diritti umani. Un diritto che deve essere effettivamente riconosciuto, applicato e tutelato a tutti i livelli, dalle nostre città all’Onu.

A cento anni da quella terribile tragedia la pace è ancora in pericolo. Troppe persone precipitano nella povertà e nella disperazione. Succede ogni giorno in Italia, in Europa e in tante parti del mondo. Troppe ingiustizie si sommano a troppe disuguaglianze. Troppi problemi attendono inutilmente di essere risolti. Troppa violenza dilaga senza limiti né confini. Troppi soldi continuano a riempire il mondo di armi. Troppe armi alimentano nuove guerre. Troppi egoismi, interessi e complicità impediscono che le cose cambino. Intanto la crisi globale fa strazio di vite umane alimentando paure, angosce, sfiducia e chiusura.

Non c’è pace senza diritti umani. Lo sa bene chi non riesce a trovare lavoro, chi non ha cibo e acqua a sufficienza, chi non può curarsi come dovrebbe. Il mancato rispetto dei diritti umani fondamentali crea tensioni, conflitti, disuguaglianze e insicurezza. E finisce per togliere la pace anche a chi pensava di averla.

Per uscire da questa crisi dobbiamo riscoprire il valore della fraternità che deve improntare tutti gli aspetti della vita, compresa l’economia, la finanza, la società civile, la politica, la ricerca, lo sviluppo, le istituzioni pubbliche e culturali. La globalizzazione della fraternità deve prendere il posto della globalizzazione dell’indifferenza. La pace è un bene comune indivisibile. O c’è per tutti o non c’è per nessuno. Non ci sono più i “fatti nostri” e quelli “degli altri”. Contribuire alla costruzione di un futuro migliore per tutti e alla soluzione delle grandi sfide comuni che incombono è un nostro dovere e un nostro interesse. Ma noi cosa possiamo fare?

Serve più responsabilità personale. La crisi della politica e delle istituzioni ci lascia sempre più soli davanti a problemi sempre più gravi e complessi. Se davvero vogliamo la pace dobbiamo essere disponibili a fare la nostra parte. Partire da noi, da quello che possiamo fare in prima persona, nell’ambito delle nostre possibilità, ci consente di esigere con ancora più forza e autorevolezza il cambiamento che si fa sempre più urgente.

La pace comincia dalle nostre città-mondo. Il nostro impegno per la pace deve crescere innanzitutto nei luoghi dove viviamo tutti i giorni, nelle scuole, nei posti di lavoro e nelle nostre città. Deve essere concreto, aperto e costruttivo. E’ qui, nelle città-mondo, dove comincia il rispetto dei diritti umani e la nostra responsabilità di costruttori della pace. E’ qui che dobbiamo agire per rinsaldare l’agenda interna con quella internazionale. Ciascuna delle nostre città deve diventare un laboratorio di quel cambiamento che invochiamo per il mondo intero. Costruiamo insieme le città della pace e dei diritti umani.

Se vogliamo la pace dobbiamo educarci alla pace. La cultura che respiriamo è ancora oggi una cultura di guerra, intrisa di individualismo, egoismo e indifferenza. Per questo, prima di tutto, dobbiamo educarci ed educare alla giustizia e alla pace, alla nonviolenza e ai diritti umani. Tutti si devono sentire corresponsabili di questo sforzo. Abbiamo bisogno di diffondere e consolidare un’altra cultura, un’altra scala di valori, un’altra idea della pace lontana da ogni atteggiamento
di rinuncia, accomodamento e utilitarismo. Abbiamo bisogno di un’informazione e una comunicazione pubblica di pace, libera da lacci economici e politici, attenta alla vita reale delle persone e dei popoli, dell’Europa e del mondo. Investire sui giovani e sulla loro formazione, consentirgli di essere parte attiva della comunità “glocale” e del cambiamento epocale che stiamo vivendo, non è solo un’opportunità per tutti ma un dovere primario.

Non c’è pace senza una politica di pace. E una politica di pace è tale se è tutti i diritti umani per tutti. Molti problemi sono fuori dalla nostra portata. Ma quello che non possiamo fare in prima persona lo può e lo deve fare il nostro paese, l’Italia e l’Europa. L’Italia e l’Europa devono essere pienamente consapevoli delle sfide che ci investono a partire dal Mediterraneo e dal vicino Oriente e devono alimentare una politica di pace e fratellanza, di disarmo e cooperazione fondata sulla promozione dei diritti umani. Una politica coerente con il progetto iscritto nella nostra Costituzione e nelle carte fondamentali dell’Europa e delle Nazioni Unite. L’assenza di questa politica, il ripiegamento dell’Italia e dell’Europa ci stanno esponendo a seri pericoli e ci stanno facendo perdere grandi opportunità.
Ma noi non ce lo possiamo permettere. Una fase della nostra storia deve essere chiusa per cominciarne un’altra.
Costruirla dal basso è un dovere che ci dobbiamo e vogliamo assumere. Facciamolo insieme!

Ospiti chi? Giornata mondiale del rifugiato 2014

Incontro pubblico

Dal /2014 al /2014
dalle ore 17.30 alle ore 23.00
Villa Sant’Ignazio – Via delle Laste 22, TRENTO e
BOOKIQUE – Caffè Letterario Predara (TRENTO)

Due appuntamenti in due giornate, per provare a raccontare in modo diverso la storia delle oltre 40 mila persone arrivate via mare in Italia nel 2014 e per ricordare le 20 mila rimaste nel mare da vent’anni a oggi.
Unitevi a noi e regalatevi un momento di ospitalità!

PER INFO: Cell: 380 2866405 Email: centroastallitn@gmail.com Facebook: Centro Astalli Trento

Due appuntamenti in due giornate, per provare a raccontare in modo diverso la storia delle oltre 40 mila persone arrivate via mare in Italia nel 2014 e per ricordare le 20 mila rimaste nel mare da vent’anni a oggi.
Unitevi a noi e regalatevi un momento di ospitalità!

Dal /2014 al /2014
dalle ore 17.30 alle ore 23.00
Villa Sant’Ignazio – Via delle Laste 22, TRENTO e
BOOKIQUE – Caffè Letterario Predara (TRENTO)


 

Ecco il programma:
GIOVEDI 19.06 
Villa Sant’Ignazio – Via delle Laste 22, TRENTO 
ore 17.30–> conferenza stampa e incontro sui rifugiati in provincia di Trento 
ore 18.30 –> “L’ospite è sacro” – Riflessione interreligiosa su migrazioni e tradizioni religiose 
ore 20.00–> CENA OFFERTA DAI RIFUGIATI / prenotazione a centroastallitn@gmail.it 
VENERDI 20.06 
BOOKIQUE – Caffè Letterario Predara, via Torre d’Augusto 25,TRENTO
alle 20.00 –> Performance teatrale interculturale a cura di ass. Alla Ribalta 
Reading a cura de Il Gioco Degli Specchi 
ore 21.00 –> LUCA BASSANESE in concerto http://www.lucabassanese-officialsite.it/

PER INFO: Cell: 380 2866405 Email: centroastallitn@gmail.com Facebook: Centro Astalli Trento

Promuovono: ATAS Onlus Cinformi – Centro Informativo per l’Immigrazione Il Gioco degli Specchi Centro per l’Ecumenismo e il Dialogo Interreligioso – Diocesi di Trento Centro Astalli Trento – Onlus Associazione Kariba Samuele – Coop. Soc. Villa Sant’Ignazio – Coop. Soc. Punto d’Incontro – Onlus Forum Trentino per la Pace e i Diritti Umani Fondazione Sant’Ignazio Comitato “Non laviamocene le mani” – Rovereto Caritas Diocesana Associazione Alla Ribalta Religion Today Filmfestival – Ass. Bianconero Fondazione Fontana – Unimondo Ass. Altrimenti Ass. Richiedenti Terra 

Con il sostegno di: Provincia Autonoma di Trento SPRAR – Servizio Centrale per la Protezione di Richiedenti Asilo e RIfugiati 
Con il patrocinio della Presidenza del Consiglio Provinciale della PAT

Il gesto, il Muro, lo scandalo

– di Paola Caridi –

Spero abbiate letto il programma ufficiale del viaggio di Papa Francesco. Il gesto di ieri, la sosta di fronte al Muro di Separazione, sul lato palestinese, nella Betlemme della Natività, risulta di gran lunga più chiaro dopo aver scorso l’agenda ufficiale e i suoi tanti dettagli. Dettagli su cui si può ragionare da domani, a visita conclusa, soprattutto dopo la tappa di Gerusalemme.

L’immagine del Papa di fronte a un Muro colmo di sofferenza pretende, comunque, una sosta. Una riflessione.

Articolo tratto dal blog Invisible Arabs

– di Paola Caridi –

Spero abbiate letto il programma ufficiale del viaggio di Papa Francesco. Il gesto di ieri, la sosta di fronte al Muro di Separazione, sul lato palestinese, nella Betlemme della Natività, risulta di gran lunga più chiaro dopo aver scorso l’agenda ufficiale e i suoi tanti dettagli. Dettagli su cui si può ragionare da domani, a visita conclusa, soprattutto dopo la tappa di Gerusalemme.

L’immagine del Papa di fronte a un Muro colmo di sofferenza pretende, comunque, una sosta. Una riflessione. Il Papa non ha detto nulla. Ha compiuto un gesto, quello di rendere visibile il Muro. Anzi, per dirla meglio, di imporre il Muro all’attenzione di una stampa molto spesso distratta o superficiale, oppure ignorante. O peggio.Invisible Arabs

Io sto con la sposa

Cinque siriani e palestinesi in fuga dalla guerra, una sposa e i loro speciali contrabbandieri. In un viaggio emozionante alla scoperta di un’Europa transnazionale, solidale e goliardica. Pronti a partire?

Cinque siriani e palestinesi in fuga dalla guerra, una sposa e i loro speciali contrabbandieri. In un viaggio emozionante alla scoperta di un’Europa transnazionale, solidale e goliardica. Pronti a partire?

Se vuoi diventare un produttore dal basso del documentario più atteso del 2014, clicca qui.

– La sinossi del film –

Un poeta palestinese siriano e un giornalista italiano incontrano a Milano cinque palestinesi e siriani sbarcati a Lampedusa in fuga dalla guerra, e decidono di aiutarli a proseguire il loro viaggio clandestino verso la Svezia. Per evitare di essere arrestati come contrabbandieri però, decidono di mettere in scena un finto matrimonio coinvolgendo un’amica palestinese che si travestirà da sposa, e una decina di amici italiani e siriani che si travestiranno da invitati. Così mascherati, attraverseranno mezza Europa, in un viaggio di quattro giorni e tremila chilometri. Un viaggio carico di emozioni che oltre a raccontare le storie e i sogni dei cinque palestinesi e siriani in fuga e dei loro speciali contrabbandieri, mostra un’Europa sconosciuta. Un’Europa transnazionale, solidale e goliardica che riesce a farsi beffa delle leggi e dei controlli della Fortezza con una mascherata che ha dell’incredibile, ma che altro non è che il racconto in presa diretta di una storia realmente accaduta sulla strada da Milano a Stoccolma tra il 14 e il 18 novembre 2013.

Cinema, Cultura e Dialogo con il nuovo Afghanistan. Aspettando il 2014

– di Tommaso Vaccari e Giorgia Stefani –

Inaugurata la rassegna “Il 2014 dell’Afghanistan” che proverà a raccontare un paese diverso. Musica. Tradizione. Arte. Poesia. Non solo Guerra.
Una sala gremita ha accolto, mercoledì sera, al Cinema Astra di Trento, l’Anteprima del secondo episodio della trilogia “Afghanistan 2014”. Questo episodio – intitolato Afghanistan 2014 – dettaglio – è il risultato di un viaggio dalla Grecia all’Italia, dalla Germania alla Svezia per incontrare i rifugiati politici afghani (in Europa sono circa 700.000) ed ascoltarne la voce; viaggio che i registi Razi e Soheila Mohebi hanno mostrato con le immagini ma anche con il loro intervento, subito dopo la fine della proiezione.

– di Tommaso Vaccari e Giorgia Stefani –

Con la proiezione dell’ultimo film di Razi e Soheila Mohebi si inaugura la rassegna “Il 2014 dell’Afghanistan” che, attraverso diversi momenti, proverà a raccontare un paese diverso. Musica. Tradizione. Arte. Poesia. Non solo Guerra.
Una sala gremita ha accolto, mercoledì sera, al Cinema Astra di Trento, l’Anteprima del secondo episodio della trilogia “Afghanistan 2014”. Questo episodio – intitolato Afghanistan 2014 – dettaglio – è il risultato di un viaggio dalla Grecia all’Italia, dalla Germania alla Svezia per incontrare i rifugiati politici afghani (in Europa sono circa 700.000) ed ascoltarne la voce; viaggio che i registi Razi e Soheila Mohebi hanno mostrato con le immagini ma anche con il loro intervento, subito dopo la fine della proiezione. Il documentario – come hanno riferito gli stessi registi a margine della serata – non vuole unicamente fotografare la condizione dei rifugiati afghani, ma punta a raccontarne le storie per provare a rispondere all’importante domanda che in cuor loro tutti gli afghani hanno: che ne sarà del nostro paese dopo il 2014?
Con questo spirito e senza dover porre al centro le condizioni di vita dei profughi afghani, i registi hanno dimostrato come la poesia e il canto possono rispondere a quella domanda pescando dalla tradizione afghana e dall’attualità.

Oltre all’intervento dei registi, la serata è stata impreziosita dal contributo di Giuliano Battiston, ricercatore e giornalista freelance, autore – tra le altre pubblicazioni – della recente ricerca dal titolo Aspettando il 2014: la società civile afghana su pace, giustizia e riconciliazione.
Battiston ha raccontato l’Afghanistan che ha conosciuto tramite i suoi numerosi viaggi e attraverso gli importanti studi compiuti. La descrizione di questo paese è molto diversa da quella che ci viene fornita da telegiornali o dalla maggior parte dei quotidiani. La guerra, le armi, la violenza non sono le uniche categorie dentro cui leggere il paese. Pace, giustizia e riconciliazione sono i temi che Battiston affronta e sui quali cerca di interrogare le famiglie che incontra.

Il film è stato riproposto – e con esso l’intervento dei registi – il giorno successivo ad alcune classi del liceo Leonardo Da Vinci di Trento. E’ stato interessante percepire come i ragazzi vedono il paese asiatico e cosa conoscono della “guerra al terrorismo” scatenata dopo l’11 settembre 2001. Loro, che potremmo definire “generazione 11 settembre”, che intorno a quella data sono cresciuti e che in questi anni, hanno sentito parlare di Afghanistan esclusivamente come di un unico grande campo di battaglia, ci hanno stupito con domande interessate sulla situazione degli eserciti internazionali, le loro influenze, la questione asiatica, gli interessi dei narcotrafficanti e dei signori della guerra.

La presentazione del film per gli studenti e per la cittadinanza è solo uno degli eventi che intende proporre il Cantiere Afghanistan 2014.

Il prossimo appuntamento è fissato per martedi 11 marzo al Cafe de la Paix dove verrà presentata la quinta edizione dell’Atlante delle guerre e dei conflitti del mondo. Alla serata parteciperanno Raffaele Crocco giornalista e curatore dell’Atlante, Nicole Corritore (Osservatorio Balcani e Caucaso) e Shiri Alidad, giovane giornalista afghano e autore del libro “Via dalla pazza guerra” pubblicato dalla Casa Editrice Il Margine.

Il 21 marzo si lasceranno da parte i riferimenti all’attualità per buttarsi nel pieno della tradizione afghana con le celebrazioni del Nowruz, il Capodanno Afghano/Persiano. Durante la serata si festeggerà proponendo una selezione di musiche, immagini e sapori dall’Afghanistan. Sarà questo il momento per far conoscere cultura, arte e musica di un paese in guerra da troppo tempo.

Infine il giorno 25 marzo, a dieci giorni esatti dalle elezioni presidenziali si proverà a capire meglio l’Afghanistan politico, quali speranze dopo più di trent’anni di guerra?
Ne discuteremo con il presidente del Forum Trentino per la Pace e i Diritti Umani Michele Nardelli, Emanuele Giordana giornalista e saggista da quarant’anni impegnato in Afghanistan, e Felicetta Ferraro, della casa editrice Ponte33.

Il Cantiere è aperto. L’impalcatura, piano piano, si sta rafforzando.
La sala gremita di mercoledì è stata un forte segno di curiosità e partecipazione.
Afghanistan 2014 si augura la stessa partecipazione per i prossimi eventi.

 

Come sostiene Hafez, mistico persiano del XIV secolo, ognuno parteciperà a modo suo.

 

“Chiunque abbia voce, alitando un motivo perviene al giardino del re:

l’usignolo a intonare un bel canto, il poeta a innalzare preghiere.”

tratta da “Ottanta Canzoni” (Einaudi 2005)

 Fotografia di Edris Joya

In viaggio al confine del mondo dove la realtà non è bianca o nera, ma sa di grigio

-Tommaso Gasperotti e Francesca Candioli *-

Israele / Palestina

Il tè caldo alla menta fuma ancora a Gerusalemme. È passato qualche giorno da quando, in una mattina piovosa, siamo partiti da Verona per capire la guerra. Ora siamo tornati, più confusi di prima, ma con un’incredibile complessità da sbrogliare e con la voglia di farlo. Ed il sapore di menta e cardamomo ancora in bocca.

Nel nostro viaggio di dieci giorni, sempre in bilico tra Israele e Palestina, abbiamo scoperto che non c’è nero e bianco, ma tanto grigio. Tantissimo. Così come non c’è niente che valga di più di una storia umana. Perché anche nel bel mezzo di un conflitto, come quello israeliano-palestinese, dove le parole “pace” e “riconciliazione” risuonano a vuoto, dove i desideri di un popolo, lacerano le speranze dell’altro, non si può rischiare di perdere l’umanità.

– Tommaso Gasperotti e Francesca Candioli * –

Il tè caldo alla menta fuma ancora a Gerusalemme. È passato qualche giorno da quando, in una mattina piovosa, siamo partiti da Verona per capire la guerra. Ora siamo tornati, più confusi di prima, ma con un’incredibile complessità da sbrogliare e con la voglia di farlo. Ed il sapore di menta e cardamomo ancora in bocca.

Nel nostro viaggio di dieci giorni, sempre in bilico tra Israele e Palestina, abbiamo scoperto che non c’è nero e bianco, ma tanto grigio. Tantissimo. Così come non c’è niente che valga di più di una storia umana. Perché anche nel bel mezzo di un conflitto, come quello israeliano-palestinese, dove le parole “pace” e “riconciliazione” risuonano a vuoto, dove i desideri di un popolo, lacerano le speranze dell’altro, non si può rischiare di perdere l’umanità.

Un’umanità che sa di caffè arabo, anche se in un bar a Tel Aviv ne negano l’esistenza, definendolo solo turco, di falafel, che israeliani e palestinesi cucinano allo stesso modo, pur non sapendolo. Di narghilè, assaporato lentamente con gli amici, quasi come fosse un rito che si può osservare sia in un ristorante di Gerusalemme, sia in un hotel a Beit Jala. Un’umanità che puoi scorgere anche tra gli stessi morti, di entrambe le parti, uccisi per lo stesso motivo, la terra, e seppelliti allo stesso modo nella stessa terra. Un’umanità che puoi tradurre e raccontare solo se ti spogli della tua identità e fai forza su te stesso. Perché, come ci ha spiegato Maurizio Molinari, corrispondente per il Medio Oriente della Stampa, ci vuole rispetto per i fatti e la vera difficoltà sta nell’ascoltare con umiltà quello che la gente dice, frenando ciò che si pensa.

E di persone, lungo il nostro viaggio, ne abbiamo ascoltate tante, ognuna con la sua visione, ognuna con la sua paura. Ognuna con la sua umanità. Soldati, professori, internazionali, attivisti, pastori, donne, bambini che ogni giorno vivono, e allo stesso tempo muoiono, in quella complessità. Tantissime le voci, da una parte e dall’altra, al di qua e al di là del muro.

C’è quella sicura di Chaska, la giovane attivista israeliana di ICAHD (Israeli Committee Against House Demolitions), che ci porta a vedere i resti di case palestinesi appena demolite dagli israeliani e i nuovi parchi giochi per i coloni, freschi di tintura rossa. E quella, già troppo saggia di Hussein nel villaggio rurale di At-Tuwani. Ha solo sedici anni e un ciuffo di capelli rossi così poco arabo: è cresciuto a pane e resistenza nonviolenta. E sulla sommità di una roccia ci parla della scuola del villaggio, distrutta dalle autorità israeliane e ricostruita di notte dagli uomini e di giorno dalle donne. Per non farsi vedere e continuare a credere nel futuro, ricominciando ogni volta da capo. Mattone dopo mattone. E ancora la voce surreale di una signora molto inglese e israeliana incontrata al confine del mondo, di fronte alla Striscia di Gaza. L’unico posto dove la realtà non ha voce, proprio lì dove c’è il vero volto del conflitto ed il silenzio si scontra con la verità dei fatti. Con lei abbiamo varcato il cancello di quella prigione a cielo aperto che è Gaza. Lì, tra il Mediterraneo e il vento, sai di essere così vicino alla verità.
Nessuno di noi, qui, ha avuto il coraggio di parlare, di fronte ad un lembo di terra che sta lentamente morendo. “Bisogna sapere di che cosa si muore, se di peste o cancro. Devi sapere se ci sarà infezione. Perché al di là del muro sta crescendo la peste. E per quanto possano alzare il muro, la peste passerà” ci racconta Lorenzo, un ex insegnante leccese che ci ha accompagnato per tutto il viaggio, stando in silenzio quando avevamo qualcosa da dire, dandoci qualcosa su cui pensare quando siamo rimasti ammutoliti.
Ma mentre percorri le by-pass road, le nuove strade israeliane, vai velocissimo. Dai finestrini non vedi più nulla. Non c’è nero e bianco, ma tanto grigio. Il grigio dei fili spinati, dei tornelli dei check point, della polvere dei villaggi distrutti, degli insediamenti tutti uguali dei coloni, delle divisioni in zona A, B, C. 
Piccole e profonde tracce di un’archeologia dell’occupazione che lascia poco respiro. Una sinagoga diventa il pretesto per distruggere e allontanare alcune famiglie palestinesi dalla terra dei loro nonni. Una presa di posizione diventa invece un’infamia: perché, se hai 18 anni e sei israeliano, devi imbracciare le armi, non puoi rifiutarti, altrimenti al colloquio del lavoro dei tuoi sogni questo potrebbe essere un problema.        
Ed intanto al di là del muro c’è una malattia, ma chiamarla fondamentalismo religioso, Hamas, Netanyahu, interessi economici, mente chiusa, poco importa, è un’emergenza.
E ci riguarda tutti, nessuno escluso perché Claire Anastas, una madre di quattro figli, chiede aiuto anche a noi e ci prega di raccontare la sua storia. La storia di un muro altissimo che serpeggia tortuoso attorno alla sua casa soffocandola, circondata su tutti e quattro lati. La fortuna di abitare a fianco alla Tomba di Rachele, inglobata all’interno del territorio israeliano, l’ha tradita. Ora vive nell’angoscia, la sua è l’ultima delle case ad essere rimaste in piedi. È troppo vicina al muro, e la demolizione ogni giorno diventa sempre più una certezza. Nel suo piccolo negozietto di souvenir, un tempo tappa obbligata per i turisti, ci racconta, con gli occhi lucidi, la sua verità. Fai fatica a guardarla negli occhi, guardi le sue creazioni, una piccola capanna per il presepe attraversata dal muro. A fianco a lei c’è un ragazzino, suo figlio, che sembra aver perso il sorriso.

Intanto nella città vecchia di Hebron un signore ci chiede di accompagnarlo a casa mentre poco più in là, in mezzo ad una linea di militari, una ragazzina soldato abbraccia un mitra nero. Da sotto il casco non vede l’ora che finiscano i due anni di servizio obbligatorio, pensa al viaggio che subito si farà. Magari on the road, vestita di abiti colorati. Il verde della divisa non lo indosserà mai più.

A Beit Jala un tassista ci mostra il permesso che ha ottenuto per recarsi a Tel Aviv. È fortunato, è cristiano, può avere qualche sconto in più, mentre è più facile incontrare un musulmano che non ha mai visto il mare. Eppure è a poche ore di auto da lui.
Dai finestrini continui a percorrere il muro con lo sguardo, lo osservi. “Make hummus, not walls” si legge sulla parete gelida. Qualche artista, come Bansky e Blue, hanno dato un tocco di colore. Non c’è nero e bianco, ma tanto grigio. Poi c’è il viola del melograno, il bianco dei fiori di mandorlo, le arance di Jaffa street, la sabbia, gli olivi e i costumi del teatro di Al-Harah.

C’è Israele e c’è la Palestina.
Ci sono i bambini.
Alla Hope School di Beit Jala, privata ma gratuita, in area C, osservi Amir che grida “Gli tirerei un sasso in faccia!”, riferendosi ai soldati che poco più in là hanno una torretta di controllo. Mentre un suo compagno lo trattiene: “Ma cosa dici Amir? Per fare la pace ci vuole la pace”.
Nel frattempo ad Hebron, di sabato, ti metti a filmare un gruppo di giovani coloni ebrei mentre visitano il mercato arabo. Non dovrebbero farlo. E tu intanto li guardi, potrebbero distruggere qualcosa da un momento all’altro, ti dicono. Continui a filmarli finché ti accorgi di quanto siano simili a noi. Abbassi veloce la telecamera, mentre con la coda dell’occhio osservi due donne che si apprestano a mettere via le loro kefiah, le uniche “made in Palestina”. Oggi è andata bene, ne hanno vendute più d’una ad un piccolo gruppo di giovani italiani.

*Il racconto di due giovani che hanno partecipato al progetto “Troppa storia in così poca geografia”, organizzato dall’associazione Pace per Gerusalemme con il sostegno dei Comuni di Nogaredo, Nomi e Villa Lagarina e della Provincia autonoma di Trento. L’obiettivo è formare alcuni giovani, rendendoli consapevoli di realtà e scenari spesso sconosciuti che dovranno poi provare a raccontare e diffondere all’interno della comunità attraverso incontri pubblici e attività nelle scuole.