Un quarto d’ora di libertà

Esperimenti di arte contemporanea in Arabia Saudita.

Proprio in Arabia Saudita, il più isolato tra i paesi arabi, dove non si rispettano i diritti umani, dove la sharia è legge e le donne non possono nemmeno guidare l’automobile, Ahmed Angawu vuole promuovere la libertà di parola. “Voglio mettere in tutte le strade di Jedda dei microfoni e dare a chiunque cinque minuti di tempo per parlare ed esprimere la sua opinione. Il tutto sarà anche trasmesso su internet”, spiega Angawu, che ha comprato 360 microfoni ed è consapevole dei rischi a cui va incontro. In fondo è un artista in un paese in cui gli artisti quasi non hanno licenza di esistere. In Arabia Saudita, tutto ciò che odora di libertà e non è sottoposto a censura, è guardato con sospetto.

Un party alla newyorchese

Qui non ci si preoccupa neanche più dei diritti umani, tanto c’è il re, che è al di sopra della legge. Le manifestazioni di piazza sono considerate anti-islamiche e sono quindi proibite. E naturalmente il governo ha immediatamente represso ogni vago accenno di una primavera araba.
Nel frattempo finanzia la controrivoluzione in altri paesi e sostiene gli integralisti islamici e i salafiti in Tunisia, in Libia e in Egitto. Eppure, solo qualche settimana fa, in tempi da record e con grande sorpresa di tutti, è stata inaugurata una mostra che sembrava assolutamente impossibile da poter organizzare.
A Jedda, una città sul mar Rosso, distante appena settanta chilometri dalla città santa della Mecca, Angawu con i suoi microfoni ed altri ventuno artisti, tra cui nove donne, hanno preso possesso di un edificio ancora in costruzione. Sono tutti sauditi, eppure nessuno di loro ha mai esposto in Arabia Saudita. Il gruppo, che si chiama Edge of Arabia (edgeofarabia.com), ha sede a Londra e ora sta “importando” la sua arte nel proprio paese d’origine.
È la prima volta che in Arabia Saudita si espone arte contemporanea prodotta da artisti locali. L’inaugurazione che si è tenuta il 19 gennaio 2012 era così affollata che a stento si riusciva a entrare.
“Siamo felici che non sia successo nulla. La polizia avrebbe potuto fare irruzione e mandare via tutti, oppure qualcuno sarebbe potuto venire al vernissage con cattive intenzioni”, afferma uno degli organizzatori. La vera star del movimento è Ahmed Mater. Lavora come medico ed è conosciuto per i suoi esperimenti con le radiografie. In una sua serie, mostra una pompa di benzina che si trasforma in un torso umano e punta la spina del distributore alla tempia come una pistola, quasi a dire che puntare tutto sul petrolio è un po’ come spararsi un colpo in testa. Una presa di posizione forte in un paese che è il più grande esportatore mondiale di petrolio.
Ahmed Mater si scaglia senza timore contro tutti gli pseudo valori del mondo islamico, anche nelle sue ultime fotografie della Mecca. Sono foto inquietanti in cui si vede una metropoli squallida, talmente infestata da hotel e palazzoni da nascondere il cielo: un luogo che ha perso ogni traccia di spiritualità. “So perfettamente che così mi attirerò reazioni negative”, riconosce Mater.
Per mostrare queste immagini in Arabia Saudita c’è voluta molta pazienza. il progetto Edge of Arabia è cominciato con un grand tour europeo: partito da Londra nel 2008, è passato per Berlino, Istanbul e la Biennale di Venezia. Questo per ottenere attenzione e riconoscimento internazionale e convincere così le autorità saudite a concedere il nulla aosta.
Ovviamente, dietro le quinte, le autorità hanno esercitato una pressione notevole. L’autorizzazione è arrivata solo quattro ore prima dell’inaugurazione della mostra. Le opere sono state esaminate dai censori una per una. E durante la notte sono stati messi i sigilli allo spazio in cui avrebbe dovuto svolgersi un seminario sull’arte contemporanea (nel quale donne e uomini avrebbero potuto discuterne insieme, entrando però da due ingressi separati). L’evento è stato rimandato. Musicisti e attori che avrebbero dovuto partecipare a vario titolo alla mostra hanno ricevuto telefonate minatorie, perché nei lori siti web si erano presi gioco degli ultraconservatori wahabiti. La loro partecipazione è stata cancellata.
Eppure, sorprendentemente, l’inaugurazione è stata all’insegna del glamour. Mentre un paio di strade più in là è in vigore il più severo dei codici d’abbigliamento – e le donne non possono nemmeno andare dal medico senza l’autorizzazione del padre, del marito o del fratello – la mostra era popolata da una folla rumorosa di gente in abiti attillati ed eleganti, proprio come a un party di New York.

 

fonte: Frammento di articolo di Wener Bloch, Die Zeit, Germania, tratto da Internazionale, 2/8 marzo 2012 n. 938, anno 19, p. 78-79.