Una Cina gradualista

– di Francesca Bottari –

A pochi giorni dal congresso del Partito, uno sguardo verso la Cina. Da qualsiasi parte si giri il disegno del mondo, è impossibile non guardare ai confini della Repubblica Popolare Cinese. Il gioco attuale pone al centro dello scacchiere internazionale la pedina Cina e la domanda che ne segue – a volte convinzione – è se questa sarà prossima alla supremazia mondiale.
* testo tratto da politicaresponsabile.it

– di Francesca Bottari –

 

Da qualsiasi parte si giri il disegno del mondo, è impossibile non guardare ai confini della Repubblica Popolare Cinese. Il gioco attuale pone al centro dello scacchiere internazionale la pedina Cina e la domanda che ne segue – a volte convinzione – è se questa sarà prossima alla supremazia mondiale.

 

Anche la Cina, come altre grandi nazioni, ha subito nel bene e nel male le conseguenze della globalizzazione. L’enfasi posta sull’ascesa economica dal 1978 (periodo di “apertura” e inizio riforme) al 2004 (periodo del “buon governo”) ha guidato la Cina ad essere quella che oggi noi percepiamo: la protagonista perfetta del capitalismo “patologico” teorizzato da Oliver James.
Guardare alla Cina come a un paese bianco o grigio, diviso in chi comanda e chi subisce, o da prospettive isolate e rigide sul concetto di diritti umani, porta a immagini univoche, che non considerano la complessità sociale e che limitano i punti di connessione e disgiunzione da cercare nella storia recente. Non sono una fan delle analisi macroeconomiche e della metodologia che queste utilizzano – PIL, inflazione, tasso di interesse, ecc -, dunque invito a puntare i riflettori su aspetti sociali e politici, oltre che meramente economici.Come ci suggerisce lo storico Guido Samarani, pensare alla Cina nel mondo del prossimo decennio sulla base di attente riflessioni che coinvolgano Mao prima e libero mercato poi, rischia di condurci a due conclusioni “unilaterali”: una Cina forte, competitiva, moderna e prossima al primato mondiale; o una Repubblica con breve vita, da troppo tempo su rotte di un libero mercato socialista alla cinese che porteranno il paese verso un inevitabile inabissamento.Quando si parla di Cina si fa riferimento a una nazione in cammino verso l’edificazione di una “società socialista armoniosa”. Dal 2004 gli obiettivi rossi sono “scientifici” e “armoniosi”. I primi ad indicare uno sviluppo umano e compatibile con le disparità interne al paese, i secondi a sottolineare la volontà di formare una società meno conflittuale. Il tarlo dell’armonia vive nel “dualismo fra città e campagna”, fra zone costiere sviluppate e occidentali arretrate. Vive nei conflitti etnici, nel mercato del lavoro, nei limiti imposti dalla “guida” dell’opinione pubblica, nelle instabilità sociali e nei destini angusti di molti cinesi che cercano un più alto status sociale.Da anni il bisogno di assistenza sociale non si placa: se nell’epoca maoista l’economia del paese è precipitata e l’eguaglianza sociale è stata – formalmente – garantita, oggi la situazione è capovolta. Sanità, sistema pensionistico e mercato del lavoro sono le prime ferite da curare per Pechino (e non solo per Pechino, mi permetto di aggiungere).Le sfide e le riforme interessano anche la sfera politica, e contrariamente a quanto si è soliti affermare, questo succede anche in Cina. Alla fine del Secolo scorso la terza generazione (dopo Mao) alla fine del suo mandato ha ufficializzato la presenza “capitalista” nel Partito, fino ad allora rappresentato unicamente da operai e contadini. A questa terza rappresentanza si sono succeduti una serie di cambiamenti, incentivati, e per un certo senso obbligati, dalle insoddisfazioni generali verso il sistema governativo. Nel 2002 ha avuto inizio un ricambio sostanziale, favorendo l’ingresso nel Partito di presenze più colte e giovani, e la revisione costituzionale (2004) ha riconfermato e abbracciato nuovi linguaggi (come stato di diritto e diritti umani). L’elenco è lungo e la consapevolezza dei limiti della dirigenza politica genera gli embrioni di quella flessibilità necessaria ai futuri cambiamenti politici.L’invito che si fa è quello di chiedersi se la politica cinese avrà mai la capacità di sviluppare una “governance su un sistema di diritti”, di sviluppare una democrazia capace di offrire maggiori strumenti politici al popolo, di fare da tetto e non da prigione alle 56 etnie e di mantenere l’unità territoriale attuale, senza precedenti nella storia cinese. Da qualche anno si sta parlando del concetto di democrazia in seno al Partito. Un concetto che pare stia prendendo corpo dentro il perimetro governativo per essere successivamente esteso al popolo. Un popolo per molti che non è pronto ad essere elettore, un paese e una società impossibili da guidare con sistemi liberal-democratici. Ricercare i cambiamenti politici significa prima di tutto osservare la società civile che li sta – anche se ancora fiaccamente – promuovendo. Questa, seppur di dimensioni fetali, sta assumendo un ruolo sempre più dinamico e centrale. Vent’anni di trasformazioni si sono susseguite a effetto domino, sviluppando e distruggendo. Quel che è straordinario sono gli effetti: delle aperture nel tessuto sociale senza precedenti, scorci di quell’instabilità che la leadership tanto teme e precipitosamente sempre placa.Prima di chiedersi se il futuro mondiale sarà made in China, è bene riflettere su cosa vuol dire essere cinese. Se non si considera la società e non si conosce il pensiero cinese allora è vano lo sforzo di accostarlo a quello americano per ipotizzare visioni di un mondo bipolare, come è riduttivo affermare che Pechino imploderà perché non sorretto da principi liberal-democratici. La Cina ci dimostra che le lacune democratiche hanno permesso uno sviluppo economico senza precedenti, quando i nostri schemi macroeconomici continuano a suggerire che solo in società “pienamente democratiche” questo è possibile.A queste riflessioni si aggiungono quelle catastrofiche, che rimandano a invasioni cinesi planetarie. La Cina si è inserita nelle regole internazionali preesistenti, le discute – a volte le infrange – e le rivaluta. Da una parte la sua politica estera mira a frenare l’unipolarità statunitense (politiche economiche in Africa e Sud America sono solo un esempio), trovando per altro molti consensi (per primo quello europeo), dall’altra – consapevole della sua posizione – la Cina propone soluzioni globali che presentano l’Asia come il luogo dinamico dove volgere lo sguardo.Fra una manciata di giorni si riunirà in sessione plenaria l’Assemblea Popolare Nazionale (massima istituzione governativa) e alla fine di questa lo scenario della leadership politica cinese avrà nuovi volti e altri nomi. Invariata resterà invece la cautela adottata sino ad oggi da Pechino nel proporsi come potenza mondiale a fronte di una profonda consapevolezza, sia della sua immagine sia delle armi occidentali pronte a contrastarla. La quinta generazione guiderà il grande paese orientale in modo graduale su posizioni intermedie che fuori confine medieranno paesi sviluppati e non, favorendo l’edificazione di un mondo multipolare. Avvicinarsi al pensiero cinese non significa per forza condividerlo, osservarne variabili interne e interazioni esterne aiuta a comprendere da che parte girare il disegno del mondo, non solo per ricercare la Cina, ma anche, e soprattutto, per ritrovare noi stessi.

 

* testo tratto da politicaresponsabile.it