Una mente distratta

– di Francesco Iorio* –

L’evento di domenica 24 giugno dal titolo: “L’ascensione al limite: appuntamenti di meditazione in quota: codices vacui”, presso i Laghi di Còlbricon, organizzato dalla Scuola “La Via del Fuoco. Arte marziale e Ricerca Interiore”, all’interno della rassegna sulla cultura del limite proposta dal Forum Trentino per la Pace e i Diritti Umani, mi ha concesso il modo ed il tempo di ritornare a riflettere su alcune questioni.

– di Francesco Iorio* –

L’evento di domenica 24 giugno dal titolo: “L’ascensione al limite: appuntamenti di meditazione in quota: codices vacui”, presso i Laghi di Còlbricon, organizzato dalla Scuola “La Via del Fuoco. Arte marziale e Ricerca Interiore”, all’interno della rassegna sulla cultura del limite proposta dal Forum Trentino per la Pace e i Diritti Umani, mi ha concesso il modo ed il tempo di ritornare a riflettere su alcune questioni.

 

La prima.

Sul significato del termine meditazione. Medit-azione, come azione consapevole che si pone in una via di mezzo tra il fare e il non fare. Cosa significa meditare? Quand’ è che sto meditando? Meditare esprime, prima di tutto e per me, l’addestramento della mente al non essere distratta (dal latino, distràhere: allontanare, separare) dagli accadimenti, in pieno collegamento ed ascolto con ogni cosa. Una mente distratta è, anzitutto, una mente potenzialmente pericolosa e dannosa, non solo al benessere dell’individuo stesso, ma anche al mondo esterno. Essa è generatrice di separazione ed allontanamento della parte interna da quella esterna. Medito, allora, ogni qual volta non separo, ma unisco.

Se non sono in grado di capire cosa accade dentro di me, i processi che mi conducono ad agire in un determinato modo o a provare determinate emozioni, come potrò comprendere cosa sta realmente avvenendo, al di fuori di me?

Viviamo in un mondo composto da menti distratte e di, conseguenti, azioni distratte. Il che comporta, spesso, danni irreparabili a noi stessi, alle persone ed alla società in cui viviamo. Non siamo consapevoli di come respiriamo, di come camminiamo, di come ci rapportiamo con gli altri, delle conseguenze che le nostre azioni hanno sugli altri, di come e se dialoghiamo con noi stessi, in che direzione stiamo procedendo, e perché la stiamo seguendo. Non abbiamo tempo di ascoltare e di ascoltarci. Le nostre coscienze sono sedate. Facciamo, inconsapevolmente, ogni cosa. Anche la più semplice. Ogni nostro passo è mosso a caso lungo la strada delle numerose distrazioni che il mondo attuale, esponenzialmente in crescendo, ci offre. Siamo uomini/infanti, che spostano l’attenzione, in modo distratto, su tutto ciò che capita. Ed, altrettanto distrattamente, ci identifichiamo nelle emozioni che certe situazioni portano con sé.

La nostra mente è come una bolla di sapone. Fragile, indifesa ed instabile.

Se non partendo da noi stessi, dunque, come potremmo arrivare agli altri? Se non partendo da una pace interiore (intesa, qui, come pacificazione della mente dalle tre grandi affezioni che la disturbano ogni giorno, che sono: l’egoismo, l’attaccamento e la paura), come costruiremo quella esteriore (quella di cui ogni giorno vogliamo parlare)?

La seconda.

Sull’essenza del termine pace, violentata dagli uomini nel corso del tempo e della storia. Mi chiedo, in particolar modo, dove prenda vero e autentico contenuto la parola pace. Quale la propria origine, anche concettuale.

Come ogni cosa ha un suo inizio, il mio è stato quello di prendere in mano un dizionario e leggere: “pace: […] dalla radice sanscritapaç- = pak -, pag- legare unire saldare, che trovasi nel sanscrito paç – as corda […]”. Penso sia utile soffermarsi, ogni tanto, sull’etimologia delle parole per rintracciare accezioni in grado di restituire un primo ordine interiore. Necessitiamo di strumenti abili a fare ordine, di bussole adatte a guidarci nella nebbia dell’ignoranza e di un apparente disordine esteriore.

Mi sono posto una serie di domande, tornando all’etimologia di pace: legare, unire e saldare chi o checosa, per quale motivo e con quale scopo? Se la pace è paragonabile ad una corda distesa lungo una parete verticale (supponiamo), che cosa troveremo agli apici estremi della corda stessa? E noi in che punto della corda (non conoscendone né le dimensioni né i parametri di resilienza) siamo? Chi o che cosa regge la corda? Perché reggerla? Ed ancora: ho fiducia nel che cosa o in chi la regge?

La meditazione immersa nella natura dei Laghi di Còlbricon, che ha visto la partecipazione di numerose persone provenienti da contesti ed esperienze, a sua volta, differenti, ha aperto il mio sentire ad un pensiero: esisterebbe un principio di volontà insito in ognuno di noi (senza distinzioni alcune), volto ad avvicinarci per collegare, intimamente, in unità il nostro mondo interiore con quello esteriore. Noi siamo, possibilità. Per noi e per gli altri. Ma dobbiamo prenderci il tempo di fermarci. Dobbiamo riappropriarci del nostro tempo. Del tempo interiore.

Porterò con me l’immagine di quel lago (di Còlbricon) disteso ed immobile dinnanzi ai miei occhi. La luce mostrava così chiaramente ai miei occhi le increspature della superficie di quell’acqua mossa dal vento, per indicarmi all’estremità del lago, un nuovo luogo ed inatteso, in cui l’acqua non era più increspata. L’esistenza di uno spazio e di un tempo in cui il vento delle circostanze non aveva potere di spirare e di intorbidire. Un luogo di pace, un luogo di non violenza, un luogo di non giudizio, un luogo di non distrazione, un luogo di comprensione (cum-prehendere, prendere insieme). Un luogo di unità, nelle rispetto delle differenze.

*giovane in servizio civile presso il Forum.