Ricordando Alex Langer e Srebrenica

Il 3 luglio 1995 moriva Alex Langer. L’11 luglio dello stesso anno avveniva il massacro di Srebrenica in cui furono uccise oltre 8.000 persone (cifre ufficiose parlano di 10.000).

Per ricordare le disastrose e disumane conseguenze della divisione e l’uomo che invece ha scritto il Tentativo di decalogo per la convivenza inter-etnica, il Forum partecipa a due giornate di eventi in ricordo del politico, scrittore, intellettuale a vent’anni dalla sua scomparsa:

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Marcia Perugia Assisi:“in cammino per la pace e la fraternità”

Il variegato mondo della Pace Trentino continua a mobilitarsi per un futuro di pace e per il superamento delle guerre attuali. Infatti, dopo la partecipazione all’Arena di Pace e Disarmo a Verona il 25 Aprile, Un Passo di Pace a Firenze il 21 settembre, la prossima tappa sarà a Perugia, domenica 19 ottobre per partecipare alla Marcia per la Pace da Perugia ad Assisi.

Grazie ad un lavoro congiunto tra Forum trentino per la pace e i diritti umani, Acli Trentine, CTA, IPSIA e CGIL del Trentino circa 300 trentini marceranno lungo i 24 chilometri che separano le due città umbre.

Il variegato mondo della Pace Trentino continua a mobilitarsi per un futuro di pace e per il superamento delle guerre attuali. Infatti, dopo la partecipazione all’Arena di Pace e Disarmo a Verona il 25 Aprile, Un Passo di Pace a Firenze il 21 settembre, la prossima tappa sarà a Perugia, domenica 19 ottobre per partecipare alla Marcia per la Pace da Perugia ad Assisi.

Grazie ad un lavoro congiunto tra Forum trentino per la pace e i diritti umani, Acli Trentine, CTA, IPSIA e CGIL del Trentino circa 300 trentini marceranno lungo i 24 chilometri che separano le due città umbre.

Sono molte e diversificate le motivazioni nella testa di chi marcerà domenica 19,ma sono sicuramente accomunate dall’idea, a cento anni dalla grande guerra, che le guerre non sono la risposta ai conflitti del nostro pianeta, ma anzi li acuiscono. Va invece invertita la tendenza cercando di dare voce a chi resiste e si oppone in modo nonviolento alle guerre, alle pulizie etniche, alle politiche di guerra, ai regimi dittatoriali, al razzismo, all’apartheid. Bisogna cercare di costruire insieme una nuova storia di pace, di libertà, di diritti, di democrazia e di giustizia, dando vita a un’alleanza civica in Europa e nel Mediterraneo contro le guerre e per il disarmo.

Il passo di pace che dobbiamo fare è tanto urgente quanto ambizioso e difficile. Perché fermare le guerre e le stragi significa dare finalmente il primato del governo globale del pianeta e delle relazioni tra Stati alla politica multilaterale, ad un sistema delle Nazioni Unite da riformare e da potenziare; significa cambiare il modello di sviluppo, non più orientato al consumo del pianeta per il benessere di pochi ma alla sostenibilità futura ed al benessere di tutti; significa applicazione e rispetto da parte di tutti gli Stati degli accordi, delle convenzioni internazionali e dei diritti umani con meccanismi sanzionatori e con un sistema di polizia e di giustizia internazionale operativo; significa riconoscere il diritto d’asilo e dare accoglienza ai profughi di guerra; significa investire nella ricerca, nell’educazione, nell’ambiente, nell’economia e nel lavoro, nella giustizia sociale, nella democrazia, nella cultura, nel dialogo, nella difesa civile, nella cooperazione, in funzione della pacifica e plurale convivenza e del governo democratico globale, convertendo qui le enormi risorse spese per armamenti e guerre decennali.

I pullman delle Acli partiranno da Trento già il sabato 18 per rientrare la domenica notte mentre con la CGIL si partirà all’alba della domenica.
(Per chi volesse aggiungersi Centro turistico Acli: 04611920133 Cgil: 0461040111)

Di seguito riportiamo l’appello del Comitato Promotore della Marcia Perugia-Assisi

A 100 anni dalla prima guerra mondiale rimettiamociin cammino per la pace e la fraternità

Domenica 19 ottobre 2014

Marcia Perugia-Assisi

Appello

Cento anni fa scoppiava in Europa la prima guerra mondiale, lasciando sul campo più di 10 milioni di morti e 20 milioni di feriti, mutilati, invalidi. Le centinaia di guerre che sono venute dopo hanno causato più di duecento milioni di morti, senza contare i cosiddetti “danni collaterali” (milioni e milioni di donne, uomini e bambini uccisi o dilaniati dalla fame e dalle malattie conseguenza delle stesse guerre) e l’immensa quantità di beni e risorse che sono stati distrutti e sottratti allo sviluppo dell’intera umanità.

Inutile strage, avventura senza ritorno, la guerra è un mostro che continua a uccidere tante persone in tutto il mondo e minaccia di diffondersi ulteriormente. Armi micidiali continuano ad essere costruite e accumulate e insieme alla loro proliferazione incontrollata cresce anche la propensione ad usarle. Contro questo scenario angosciante abbiamo il dovere di insorgere!

Dopo cento anni di orribili massacri e crimini contro l’umanità è venuto il tempo di riconoscere che la pace è un diritto umano fondamentale della persona e dei popoli, pre-condizione necessaria per l’esercizio di tutti gli altri diritti umani. Un diritto che deve essere effettivamente riconosciuto, applicato e tutelato a tutti i livelli, dalle nostre città all’Onu.

A cento anni da quella terribile tragedia la pace è ancora in pericolo. Troppe persone precipitano nella povertà e nella disperazione. Succede ogni giorno in Italia, in Europa e in tante parti del mondo. Troppe ingiustizie si sommano a troppe disuguaglianze. Troppi problemi attendono inutilmente di essere risolti. Troppa violenza dilaga senza limiti né confini. Troppi soldi continuano a riempire il mondo di armi. Troppe armi alimentano nuove guerre. Troppi egoismi, interessi e complicità impediscono che le cose cambino. Intanto la crisi globale fa strazio di vite umane alimentando paure, angosce, sfiducia e chiusura.

Non c’è pace senza diritti umani. Lo sa bene chi non riesce a trovare lavoro, chi non ha cibo e acqua a sufficienza, chi non può curarsi come dovrebbe. Il mancato rispetto dei diritti umani fondamentali crea tensioni, conflitti, disuguaglianze e insicurezza. E finisce per togliere la pace anche a chi pensava di averla.

Per uscire da questa crisi dobbiamo riscoprire il valore della fraternità che deve improntare tutti gli aspetti della vita, compresa l’economia, la finanza, la società civile, la politica, la ricerca, lo sviluppo, le istituzioni pubbliche e culturali. La globalizzazione della fraternità deve prendere il posto della globalizzazione dell’indifferenza. La pace è un bene comune indivisibile. O c’è per tutti o non c’è per nessuno. Non ci sono più i “fatti nostri” e quelli “degli altri”. Contribuire alla costruzione di un futuro migliore per tutti e alla soluzione delle grandi sfide comuni che incombono è un nostro dovere e un nostro interesse. Ma noi cosa possiamo fare?

Serve più responsabilità personale. La crisi della politica e delle istituzioni ci lascia sempre più soli davanti a problemi sempre più gravi e complessi. Se davvero vogliamo la pace dobbiamo essere disponibili a fare la nostra parte. Partire da noi, da quello che possiamo fare in prima persona, nell’ambito delle nostre possibilità, ci consente di esigere con ancora più forza e autorevolezza il cambiamento che si fa sempre più urgente.

La pace comincia dalle nostre città-mondo. Il nostro impegno per la pace deve crescere innanzitutto nei luoghi dove viviamo tutti i giorni, nelle scuole, nei posti di lavoro e nelle nostre città. Deve essere concreto, aperto e costruttivo. E’ qui, nelle città-mondo, dove comincia il rispetto dei diritti umani e la nostra responsabilità di costruttori della pace. E’ qui che dobbiamo agire per rinsaldare l’agenda interna con quella internazionale. Ciascuna delle nostre città deve diventare un laboratorio di quel cambiamento che invochiamo per il mondo intero. Costruiamo insieme le città della pace e dei diritti umani.

Se vogliamo la pace dobbiamo educarci alla pace. La cultura che respiriamo è ancora oggi una cultura di guerra, intrisa di individualismo, egoismo e indifferenza. Per questo, prima di tutto, dobbiamo educarci ed educare alla giustizia e alla pace, alla nonviolenza e ai diritti umani. Tutti si devono sentire corresponsabili di questo sforzo. Abbiamo bisogno di diffondere e consolidare un’altra cultura, un’altra scala di valori, un’altra idea della pace lontana da ogni atteggiamento
di rinuncia, accomodamento e utilitarismo. Abbiamo bisogno di un’informazione e una comunicazione pubblica di pace, libera da lacci economici e politici, attenta alla vita reale delle persone e dei popoli, dell’Europa e del mondo. Investire sui giovani e sulla loro formazione, consentirgli di essere parte attiva della comunità “glocale” e del cambiamento epocale che stiamo vivendo, non è solo un’opportunità per tutti ma un dovere primario.

Non c’è pace senza una politica di pace. E una politica di pace è tale se è tutti i diritti umani per tutti. Molti problemi sono fuori dalla nostra portata. Ma quello che non possiamo fare in prima persona lo può e lo deve fare il nostro paese, l’Italia e l’Europa. L’Italia e l’Europa devono essere pienamente consapevoli delle sfide che ci investono a partire dal Mediterraneo e dal vicino Oriente e devono alimentare una politica di pace e fratellanza, di disarmo e cooperazione fondata sulla promozione dei diritti umani. Una politica coerente con il progetto iscritto nella nostra Costituzione e nelle carte fondamentali dell’Europa e delle Nazioni Unite. L’assenza di questa politica, il ripiegamento dell’Italia e dell’Europa ci stanno esponendo a seri pericoli e ci stanno facendo perdere grandi opportunità.
Ma noi non ce lo possiamo permettere. Una fase della nostra storia deve essere chiusa per cominciarne un’altra.
Costruirla dal basso è un dovere che ci dobbiamo e vogliamo assumere. Facciamolo insieme!

art.11: l’Italia ripudia la guerra (…ma non il mercato della guerra)

Tratto da Sentire – Scandali sotto il sole

 

– C. Perer –

E’ una foto di un grande artista come Steve McCurry,  a ricordarci il problema. Anche il Papa lo ha detto spesso le guerre esistono intanto-inquanto esiste il mercato delle armi. E non si dica: banale constatazione. Se solo smettessimo di produrle forse non finirebbe la triste lotta dell’uomo contro l’uomo, ma almeno sarebbe una lotta ad armi pari: sassi e bastoni come profetizzò Albert Einstein immaginando la terza guerra mondiale. Che invece si sta già combattendo qua e là con droni, armi elettroniche degne di un video-game. E l’Italia che fa? Produce e vende, poi magari esprime anche un alto commissario Ue per la difesa che andrà a parlare di pace e di come far finire le guerre.

L’Italia nella sua costituzione ripudia la guerra …non ripudia però il mercato della guerra. Vende anche a chi non ha un pezzo di pane sotto i denti. Le forze armate del Ciad, uno dei paesi più poveri del continente africano, stanno infatti per ricevere dall’azienda italiana Alenia Aermacchi (gruppo Finmeccanica) un nuovo esemplare dell’aereo di trasporto tattico C-27J “Spartan”. In questi giorni, il velivolo da guerra sta effettuando gli ultimo test di volo dall’aeroporto di Torino Caselle; un altro C-27J è stato consegnato al Ciad nel dicembre 2013. Per i due velivoli, il regime di N’Djamena ha sborsato più di 106 milioni di dollari; l’accordo con Alenia Aermacchi prevede la fornitura di un anno di supporto logistico, di parti di ricambio per due anni, due kit di protezione balistica, un kit di ricerca e soccorso e uno di evacuazione medica.

Lo “Spartan” è in grado di effettuare molteplici missioni militari tra cui il trasporto truppe, merci e sanitario, il lancio di materiali e di paracadutisti, il supporto alle operazioni di protezione civile. Può imbarcare sino a 11 tonnellate di carico (compresi 60 militari o 46 paracadutisti), ha una velocità di crociera di 583 Km/h e un raggio d’azione compreso tra i 4.260 e i 5.926 Km, a secondo del carico trasportato.

Il Ciad è il secondo paese africano dopo il Marocco ad acquistare il velivolo di Alenia Aermacchi. I C-27J sostituiranno la coppia di Antonov An-26 di produzione russa entrati in servizio nel 1989. Grazie ai nuovi velivoli da trasporto made in Italy, le forze armate del Ciad potranno estendere il loro raggio d’azione sino al Mediterraneo o all’equatore, coprendo un’area dell’Africa caratterizzata dai sempre più numerosi conflitti.

E uno dei più grossi accordi di fornitura venne siglato da mister Mario Monti con il Qatar. Do you remember?

(in collaborazione con Antonio Mazzeo)

21 settembre 2014

Da Giornale Sentire

E’ una foto di un grande artista come Steve McCurry,  a ricordarci il problema. Anche il Papa lo ha detto spesso le guerre esistono intanto-inquanto esiste il mercato delle armi. E non si dica: banale constatazione. Se solo smettessimo di produrle forse non finirebbe la triste lotta dell’uomo contro l’uomo, ma almeno sarebbe una lotta ad armi pari: sassi e bastoni come profetizzò Albert Einstein immaginando la terza guerra mondiale. Che invece si sta già combattendo qua e là con droni, armi elettroniche degne di un video-game. E l’Italia che fa? Produce e vende, poi magari esprime anche un alto commissario Ue per la difesa che andrà a parlare di pace e di come far finire le guerre.

L’Italia nella sua costituzione ripudia la guerra …non ripudia però il mercato della guerra. Vende anche a chi non ha un pezzo di pane sotto i denti. Le forze armate del Ciad, uno dei paesi più poveri del continente africano, stanno infatti per ricevere dall’azienda italiana Alenia Aermacchi (gruppo Finmeccanica) un nuovo esemplare dell’aereo di trasporto tattico C-27J “Spartan”. In questi giorni, il velivolo da guerra sta effettuando gli ultimo test di volo dall’aeroporto di Torino Caselle; un altro C-27J è stato consegnato al Ciad nel dicembre 2013. Per i due velivoli, il regime di N’Djamena ha sborsato più di 106 milioni di dollari; l’accordo con Alenia Aermacchi prevede la fornitura di un anno di supporto logistico, di parti di ricambio per due anni, due kit di protezione balistica, un kit di ricerca e soccorso e uno di evacuazione medica.

Lo “Spartan” è in grado di effettuare molteplici missioni militari tra cui il trasporto truppe, merci e sanitario, il lancio di materiali e di paracadutisti, il supporto alle operazioni di protezione civile. Può imbarcare sino a 11 tonnellate di carico (compresi 60 militari o 46 paracadutisti), ha una velocità di crociera di 583 Km/h e un raggio d’azione compreso tra i 4.260 e i 5.926 Km, a secondo del carico trasportato.

Il Ciad è il secondo paese africano dopo il Marocco ad acquistare il velivolo di Alenia Aermacchi. I C-27J sostituiranno la coppia di Antonov An-26 di produzione russa entrati in servizio nel 1989. Grazie ai nuovi velivoli da trasporto made in Italy, le forze armate del Ciad potranno estendere il loro raggio d’azione sino al Mediterraneo o all’equatore, coprendo un’area dell’Africa caratterizzata dai sempre più numerosi conflitti.

E uno dei più grossi accordi di fornitura venne siglato da mister Mario Monti con il Qatar. Do you remember? – See more at: http://www.giornalesentire.it/article/italia-ratifica-trattato-internazionale-sul-commercio-di-armi.html#sthash.mFxJMxvw.dpuf

Firenze, 21 settembre 2014 – In tanti a piazzale Michelangelo per “Un passo di pace”


Domenica 21 settembre reti, organizzazioni e movimenti italiani si ritrovano a Firenze per chiedere un cambiamento, dopo anni di fallimenti, delle politiche dei governi e delle istituzioni nella gestione dei conflitti in atto dalla Palestina all’Ucraina, dalla Siria all’Iraq.
Un presidio, di respiro nazionale, in piazzale Michelangelo per rilanciare le idee di nonviolenza e disarmo, per fermare le stragi di civili indifesi.

Dalla Siria all’Ucraina, dalla Palestina al Congo, dall’Iraq alla Libia, a tutte le latitudini le guerra e la violenza sono tornate prepotentemente ad essere la “continuazione della politica con altri mezzi”.

Iscrizioni entro il 16 settembre a
roveretopace@gmail.com o cell. 338 3400211

<b/strong>Qui l’evento facebook<b/strong>

 

Domenica 21 settembre reti, organizzazioni e movimenti italiani si ritrovano a Firenze per chiedere un cambiamento, dopo anni di fallimenti, delle politiche dei governi e delle istituzioni nella gestione dei conflitti in atto dalla Palestina all’Ucraina, dalla Siria all’Iraq.
Un presidio, di respiro nazionale, in piazzale Michelangelo per rilanciare le idee di nonviolenza e disarmo, per fermare le stragi di civili indifesi.

Dalla Siria all’Ucraina, dalla Palestina al Congo, dall’Iraq alla Libia, a tutte le latitudini le guerra e la violenza sono tornate prepotentemente ad essere la “continuazione della politica con altri mezzi”.

Solo chi non ha tenuto conto della spaventosa crescita delle spese militari globali nell’ultimo decennio, che non ha eguali nella storia dell’umanità può stupirsi della guerra che entra nelle nostre case con la violenza delle immagini e sbarca sulle nostre coste con la tragedia dei profughi.
Di fronte a questo scenario di violenze e viltà, di fronte alla reiterazione degli orrori ed alla follia della guerra, non possiamo rimanere silenti e inerti.

Dal 2 ottobre avvieremo la Campagna Disarmo e Difesa Civile, e saremo in tutte le piazze d’Italia a raccogliere le firme per la Legge di iniziativa popolare per il disarmo e la difesa civile, non armata e nonviolenta, che darà ai cittadini la possibilità di finanziare i Corpi civili di pace – capaci di intervenire nei conflitti con la forza della nonviolenza – anziché l’acquisto di micidiali sistemi d’arma che alimentano e generano nuove guerre.
Questi sono i nostri passi di pace, verso la nonviolenza.
<b/p>

Domenica 21 settembre
arrivo a Firenze ore 11


da Trento ore 6.00 parcheggio autostrada Trento Sud

da Rovereto ore 6.30 parcheggio autostrada Rovereto Sud
Rientro in serata


Iscrizioni entro il 16 settembre a

roveretopace@gmail.com o cell. 338 3400211
<b/strong>

www.retedellapace.it www.rovepace.org
<b/strong>Qui l’evento facebook

Il Governo italiano non invii armi nelle zone di conflitto

Esodo IraqComunicato di Rete Italiana per il Disarmo

Iraq, Gaza, Libia: i conflitti e le crisi umanitarie non si risolvono inviando armi ma costruendo soluzioni vere.   

Esodo IraqFarnesina abbia stanziato nei giorni scorsi 1 milione di euro alle organizzazioni umanitarie dell’Onu per attività di prima assistenza degli sfollati nel nord dell’Iraq, è invece quanto mai preoccupante che la titolare della Farnesina abbia comunicato che l’Italia sta valutando “forme di sostegno dell’azione anche militare del governo del Kurdistan iracheno”, non escluso l’invio di armi e di sistemi militari.

Rete Disarmo ricorda che la normativa italiana (la legge n.185 del 1990) vieta espressamente l’esportazione di materiali di armamento “verso i Paesi in stato di conflitto armato, in contrasto con i principi dell’articolo 51 della Carta delle Nazioni Unite, fatto salvo il rispetto degli obblighi internazionali dell’Italia o le diverse deliberazioni del Consiglio dei Ministri, da adottare previo parere delle Camere” (art. 1 c. 6). Proprio per questo Rete Disarmo chiede al Governo di riferire al più presto in Parlamento su questa materia anche in considerazione delle conclusioni espresse ieri dal Comitato Politico e di Sicurezza dell’Unione europea (qui in .pdf) e del meeting straordinario del Consiglio degli Affari Esteri di venerdì 15 agosto.

“E’ necessario un intervento dell’ONU molto più ampio, e di ognuno tra Ong e istituzioni che abbia la possibilità di raggiungere queste persone, prima di assistere all’ennesima catastrofe umanitaria, che purtroppo non interessa soltanto l’area di Sinjar e il confine con la Siria” ha sottolineato in una nota “Un Ponte per” l’organizzazione membra di Rete Disarmo da anni impegnata per il supporto delle popolazioni irachene.

L’urgenza di creare corridoi umanitari per soccorre le popolazioni nel nord dell’Iraq, in particolare cristiani e yazidi perseguitati dai combattenti dello Stato Islamico (ISIS), non può giustificare un sostegno militare alle milizie curde Peshmerga o raid aerei su aree popolate. Come richiamato dagli organismi dell’Onu, la “responsabilità di proteggere” (Responsibility to protect) le popolazioni dal pericolo di massacri non ricade solamente sul governo iracheno, ma sull’intera comunità internazionale. L’Unione europea non può continuare a delegare questa responsabilità ad altri, ma deve cominciare lavorare seriamente per predisporre unità di pronto intervento e di interposizione razionalizzando l’impiego delle proprie forze armate nazionali.

“Se 28 eserciti nazionali non sono in grado di fornire unità di pronto intervento per proteggere delle popolazioni inermi che rischiano di essere sterminate c’è da chiedersi quale ne sia l’utilità: delegare l’intervento militare a milizie composte da gruppi che, per quanto integrati in eserciti regolari perseguono anche proprie finalità politiche, può essere rischioso e controproducente” sottolinea Francesco Vignarca coordinatore di Rete Disarmo.

Rete Disarmo rinnova inoltre la richiesta al governo italiano di sospendere l’invio di tutti i sistemi militari ad Israele. Durante la riunione straordinaria dello scorso 23 luglio, il Consiglio  per i diritti umani dell’Onu si è espresso a favore di un’indagine su possibili violazioni del diritto umanitario nel conflitto nella Striscia di Gaza: fino a quando non si avranno i risultati dell’indagine l’Italia deve astenersi dal fornire sistemi militari a Israele e sospendere le esercitazioni militari congiunte previste in Sardegna per il prossimo autunno. In proposito va segnalato che la Spagna ha già deciso di sospendere in via cautelare l’invio di armi e il Regno Unito, dopo aver reso nota una revisione delle proprie esportazioni militari per le forze armate israeliane, ha dichiarato un possibile blocco di una dozzina di licenze di esportazione di materiali militari impiegati da Israele nel conflitto a Gaza. L’Italia, invece, che è il maggior fornitore nell’Ue di sistemi militari a Israele, non solo non ha annunciato alcuna restrizione, ma il Ministero degli Esteri ha eluso la questione dichiarando in Parlamento che “l’Italia non fornisce ad Israele sistemi d’arma di natura offensiva”. http://www.disarmo.org/rete/images/19507_a40504.jpgforte tensione del Medio Oriente e del nord Africa. E’ perciò quanto mai necessario e urgente che le competenti commissioni del parlamento riprendano il controllo dell’attività del Governo in questa materia che riguarda direttamente la politica estera e di difesa del nostro paese”.

“Mentre da alcune parti anche del mondo cattolico si auspicano maggiori forniture di armi nella regione ci chiediamo come si possa pensare di portare pace inviando armi – dice don Renato Sacco, coordinatore nazionale di Pax Christi – Credo che chi sostiene l’invio di armi sia più interessato ai ritorni commerciali che non alle vittime del conflitto. In un’audizione alla Camera dei Deputati a Roma, il 19 gennaio 2011, il Vescovo ausiliare di Baghdad aveva lanciato un appello già allora con toni disperati, con una richiesta specifica: non inviate armi. Sono passati diversi anni, non vogliamo che quell’appello continui ad essere inascoltato”.

Comunicato di Rete Italiana per il Disarmo

L’appello dei riservisti israeliani

Siamo stati soldati all’interno dell’esercito israeliano e abbiamo servito in una grande varietà di unità e posizioni, cosa di cui adesso ci pentiamo. Durante il nostro servizio, infatti, abbiamo scoperto che non sono solamente le truppe che operano nei territori occupati a perpetrare il meccanismo che controlla le vite dei palestinesi, in verità è l’intero esercito a essere coinvolto. È per questo che ci rifiutiamo ora di partecipare come riservisti al conflitto e sosteniamo tutti coloro che rifiutano di servire in questa istituzione.

L’esercito israeliano è una parte fondamentale della vita di ogni israeliano ed è anche la potenza che domina sui palestinesi che vivono nei territori che sono stati occupati nel 1967. Da quando l’esercito esiste nella sua forma attuale, il suo linguaggio e la sua mentalità ci controllano: il bene e il male sono individuati attraverso le sue categorie, ed è questa istituzione l’autorità che decide chi vale più e chi meno all’interno della società; chi è più responsabile per l’occupazione, chi è autorizzato a esprimere la propria opposizione alle forze armate e chi non lo è e in che modo sono autorizzati a farlo. L’esercito ha un ruolo centrale in ogni azione, piano o proposta che venga discussa a livello nazionale, e questo spiega perché non ci sia alcuna vera proposta per risolvere in maniera non militare il conflitto nel quale Israele e i suoi vicini sono rimasti incastrati.

*Traduzione a cura di Bianca Tosi. L’appello originale è stato pubblicato in ebraico sul sito e in inglese in un articolo di Yael Even Or pubblicato sul Washington Post.

Siamo stati soldati all’interno dell’esercito israeliano e abbiamo servito in una grande varietà di unità e posizioni, cosa di cui adesso ci pentiamo. Durante il nostro servizio, infatti, abbiamo scoperto che non sono solamente le truppe che operano nei territori occupati a perpetrare il meccanismo che controlla le vite dei palestinesi, in verità è l’intero esercito a essere coinvolto. È per questo che ci rifiutiamo ora di partecipare come riservisti al conflitto e sosteniamo tutti coloro che rifiutano di servire in questa istituzione.

L’esercito israeliano è una parte fondamentale della vita di ogni israeliano ed è anche la potenza che domina sui palestinesi che vivono nei territori che sono stati occupati nel 1967. Da quando l’esercito esiste nella sua forma attuale, il suo linguaggio e la sua mentalità ci controllano: il bene e il male sono individuati attraverso le sue categorie, ed è questa istituzione l’autorità che decide chi vale più e chi meno all’interno della società; chi è più responsabile per l’occupazione, chi è autorizzato a esprimere la propria opposizione alle forze armate e chi non lo è e in che modo sono autorizzati a farlo. L’esercito ha un ruolo centrale in ogni azione, piano o proposta che venga discussa a livello nazionale, e questo spiega perché non ci sia alcuna vera proposta per risolvere in maniera non militare il conflitto nel quale Israele e i suoi vicini sono rimasti incastrati.

Ai palestinesi che risiedono in Cisgiordania e sulla striscia di Gaza vengono negati i diritti civili e i diritti umani. Sono soggetti a un sistema legislativo diverso da quello dei loro vicini ebrei. La responsabilità di queste condizioni non è esclusivamente dei soldati che operano in quel territorio e non sono solo quelle le truppe che dovrebbero opporsi. Molti di noi hanno operato in ruoli logistici e burocratici di supporto, ed è lì che abbiamo scoperto che è l’intero esercito a perpetrare l’oppressione dei palestinesi.
Molti soldati che esercitano il proprio ruolo lontano dai combattimenti non vogliono rifiutarsi di servire nell’esercito perché credono che le loro azioni, spesso banali e di routine, non abbiano a che fare con i risultati violenti che hanno luogo altrove. Le azioni che non sono banali, come per esempio le decisioni che riguardano la vita e la morte dei palestinesi, vengono prese in uffici lontani dalla Cisgiordania, sono secretati, ed è quindi difficile dibatterne pubblicamente. Sfortunatamente non abbiamo sempre rifiutato di adempire ai compiti che ci venivano assegnati, e in questo modo anche noi abbiamo contribuito alle azioni violente dell’esercito.

Mentre prestavamo servizio nell’esercito abbiamo assistito (e preso parte) ai comportamenti discriminatori che vi hanno luogo: la discriminazione strutturale verso le donne, che ha inizio con la selezione iniziale e l’assegnazione dei ruoli; le molestie sessuali, per alcuni di noi una realtà quotidiana; i centri d’accoglienza per gli immigrati che fanno affidamento su un’assistenza militare uniformata. Alcuni di noi hanno visto direttamente come la burocrazia indirizzi gli studenti di materie tecniche verso ruoli tecnici senza dar loro l’opportunità di occupare posizioni diverse. Inoltre, mentre l’esercito sostiene di integrare e mescolare le diverse etnie, durante i corsi di addestramento venivamo messi assieme a chi parlava come noi e ci assomigliava.

L’esercito si dipinge come un istituzione che rende possibile la mobilità sociale, un trampolino di lancio nella società israeliana, ma in realtà porta avanti la segregazione. Crediamo non sia casuale che coloro che provengono da famiglie con un reddito medio-alto si aggiudichino posizioni in unità d’élite di intelligence e da lì spesso arrivino a lavorare in aziende che si occupano di tecnologia e che offrono stipendi molto alti. Crediamo non sia casuale che i soldati appartenenti a unità che si occupano della manutenzione delle armi da fuoco o di rifornimento e approvvigionamento, quando lasciano l’esercito, spinti spesso dal bisogno di mantenere la propria famiglia, vengano chiamati disertori. L’esercito osanna la figura del “bravo israeliano”, che in realtà ottiene il suo potere soggiogando gli altri. Il ruolo centrale dell’esercito nella società israeliana e questa immagine ideale che va a creare contribuiscono insieme a cancellare le culture e le battaglie di mizrahi, etiopi, palestinesi, russi, drusi, ultra-ortodossi, beduini e delle donne.

Abbiamo tutti partecipato in qualche modo a questa ideologia e al gioco del “bravo israeliano”, che fedelmente serve l’esercito. Nella maggior parte dei casi, aver fatto parte dell’esercito ci ha effettivamente permesso di avanzare le nostre posizioni nelle università e sul mercato del lavoro. Abbiamo ottenuto contatti importanti e goduto del caldo abbraccio del consenso degli israeliani. Ma per le ragioni finora elencate, il costo è stato troppo alto. Non ne è valsa la pena.
Per legge alcuni di noi sono ancora registrati come riservisti (altri sono riusciti ad ottenere un esonero o gli è stato concesso in seguito al congedo): l’esercito conosce i nostri nomi e le nostre generalità e ha il diritto legale di ordinarci di tornare a “servire”. Ma noi non parteciperemo in nessun modo.
Sono molte le ragioni per le quali ci si rifiuta di servire nell’esercito israeliano. Anche noi proveniamo da ambienti diversi e abbiamo motivazioni differenti per scrivere questa lettera. Tuttavia sosteniamo in ogni caso chi si oppone alla coscrizione: gli studenti delle superiori che hanno scritto una lettera di rifiuto della leva, gli ultra-ortodossi che protestano contro la nuova legge di coscrizione, i drusi che si sono rifiutati di prendere parte all’esercito, e tutti quelli cui la propria coscienza, situazione personale o situazione finanziaria impedisce di servire nelle forze armate. Queste persone sono obbligate a pagare dietro la facciata di un dibattito sull’uguaglianza. Ne abbiamo abbastanza.

*Traduzione a cura di Bianca Tosi. L’appello originale è stato pubblicato in ebraico sul sito e in inglese in un articolo di Yael Even Or pubblicato sul Washington Post.

 Queste le firme che accompagnano l’appello:
Yael Even Or
Efrat Even Tzur
Tal Aberman
Klil Agassi
Ofri Ilany
Eran Efrati
Dalit Baum
Roi Basha
Liat Bolzman
Lior Ben-Eliahu
Peleg Bar-Sapir
Moran Barir
Yotam Gidron
Maya Guttman
Gal Gvili
Namer Golan
Nirith Ben Horin
Uri Gordon
Yonatan N. Gez
Bosmat Gal
Or Glicklich
Erez Garnai
Diana Dolev
Sharon Dolev
Ariel Handel
Shira Hertzanu
Erez Wohl
Imri Havivi
Gal Chen
Shir Cohen
Gal Katz
Menachem Livne
Amir Livne Bar-on
Gilad Liberman
Dafna Lichtman
Yael Meiry
Amit Meyer
Maya Michaeli
Orian Michaeli
Shira Makin
Chen Misgav
Naama Nagar
Inbal Sinai
Kela Sappir
Shachaf Polakow
Avner Fitterman
Tom Pessah
Nadav Frankovitz
Tamar Kedem
Amnon Keren
Eyal Rozenberg
Guy Ron-Gilboa
Noa Shauer
Avi Shavit
Jen Shuka
Chen Tamir