Diritti civili, ripartiamo dal nostro territorio

Lettera del nostro Presidente Massimiliano Pilati pubblicata su l’Adige del 02/11/2021

Su L’Adige di oggi, 31 ottobre, il direttore Faustini così commenta la sconcertante scena degli applausi per la riuscita della “tagliola” sul ddlzan: “Quando le istituzioni diventano un bar ai confini del mondo, a prescindere dalle forze politiche che lo trasformano in tale teatro incivile, a perdere siamo tutti noi: politica (sempre più lontana), senso dello Stato (sempre più calpestato), cittadini (sempre più sconcertati).

Da anni sono impegnato nella lotta per i diritti umani, per una società più equa, per la pace e per il disarmo. Purtroppo spesso capita che le battaglie politiche che porto avanti non vengano accolte dalle istituzioni alle quali mi rivolgo, è una cosa che chi lotta mette in conto e si va avanti comunque agendo per un cambiamento positivo della nostra Società.

Raramente però mi è capitato di assistere alla scena in cui parte dei rappresentanti della istituzione più alta della nostra Repubblica, dopo aver “bocciato” il ddl Zan, hanno schernito e offeso con la loro schiamazzante esultanza le persone che speravano invece che il ddl Zan diventasse legge per sentirsi più protetti e sicuri. PERSONE, non gay, non lesbiche, non trans, non disabili (lo sappiamo vero che si parlava anche di abilismo nel ddl Zan??) ma PERSONE. Persone con una loro dignità, un loro vissuto.

Giustamente si può essere in disaccordo con lo stile di vita che una persona sceglie per se, ma non dovrebbe mai mancare il rispetto nei suoi confronti, soprattutto da parte di chi dovrebbe invece rappresentare tutte le italiane e gli italiani, TUTTE, TUTTI (o, se vogliamo imparare ad essere inclusivi partendo dal nostro linguaggio, TUTTƏ) nessuno escluso.

In questi giorni in tutta Italia (e martedì 2 novembre anche a Trento) si stanno tenendo nelle piazze italiane numerose manifestazioni di rabbia, sdegno e denuncia di quanto successo l’altro giorno in Senato. Molte persone si sentono ferite da quanto successo e giustamente vogliono esprimere queste loro emozioni nella piazza. E’ giusto, io, pur non potendo partecipare, sarò con loro. E’ il momento di chiedere rispetto e di far valere la dignità di tutte le cittadine e i cittadini del nostro Paese. In questi giorni ho parlato con molte amiche e amici LGBT+ e ho percepito in loro tanta delusione, rabbia, senso di abbandono e sfiducia nelle nostre istituzioni.

Per questo mi permetto di lanciare un appello alle istituzioni più vicine a noi cittadini: ai nostri Comuni, alla nostra Provincia. Diamo un segnale a queste persone, facciamo sentire loro la nostra vicinanza, non solo simbolica. Pensiamo a dei dispositivi che possano andare loro incontro e soprattutto stimoliamo e facciamo pressione sul Governo e sul Parlamento nazionale perché non accadano più cose del genere e perché finalmente si pensi a tutelare parte della nostra società civile che non si sente ne rispettata ne tutelata.

La maggioranza del nostro Paese trova assolutamente normale questo. Si badi bene, non è solo una questione politica, è anche cosa culturale e infatti nell’appellarmi alle nostre istituzioni territoriali penso anche alla necessità di portare nelle nostre valli e nelle nostre case i temi dei diritti civili, del rispetto per l’altro (chiunque esso sia) e si contribuisca a creare un sereno clima di convivenza.

Nelle recenti elezioni amministrative tenutesi in varie parti d’Italia abbiamo assistito ad un pericoloso segnale di abbandono del voto da parte di moltissime persone, recuperiamo la fiducia dei cittadini e delle cittadine (TUTTƏ) nelle istituzioni, partiamo dal nostro territorio, partiamo dal Trentino.

Massimiliano Pilati
Presidente Forum trentino per la pace e i diritti umani

Riabilitare e onorare anche i militari disertori | La lettera del nostro Presidente

In questi giorni in Trentino i nostri media stanno dando spazio a iniziative volte a onorare la memoria dei caduti trentini nelle guerre.

E’ successo sia in occasione dell’apertura ufficiale del Museo degli Alpini sul Doss Trento che durante la tappa del passaggio della Staffetta Cremisi a Trento per il centenario della traslazione della salma del Milite ignoto da Aquileia a Roma. Nei prossimi giorni poi anche il Consiglio Comunale di Trento sarà chiamato ad esprimersi per una delibera che, rifacendosi ad un’iniziativa di carattere nazionale, vuole conferire la cittadinanza onoraria ai militi ignoti di tutte le nazionalità.

Iniziativa per la pace – Comune di Trento, 2015

Al di là della retorica militarista che spesso accompagna queste iniziative credo sia giusto onorare il ricordo di chi è morto durante le guerre passate e a maggior ragione sia giusto ricordare i militi ignoti, persone che non hanno avuto nemmeno la possibilità di essere seppellite con il loro nome e cognome e un posto dove essere piante dai loro cari. Molto interessante la volontà di onorare i militi ignoti di tutte le nazionalità senza invece fermarsi ai soli italiani.

Uomini morti spesso senza un perché, troppo spesso ubbidendo a ordini assurdi impartiti da generali che li vedevano solo come numeri di cui disporre liberamente e non come esseri umani. Onorare queste persone senza nome e simbolo dei milioni di ragazzi, un’intera generazione, che persero la vita in battaglia.

La nostra Repubblica, sin dalla sua fondazione, ha voluto allontanarsi dall’orrore della guerra. L’Italia, ce lo ricorda l’articolo 11 della Costituzione, ripudia la guerra come strumento di offesa alla libertà degli altri popoli e come mezzo di risoluzione delle controversie internazionali.

Ecco che allora per onorare a pieno la nostra Costituzione e in occasione dei cento anni del “milite ignoto”, simbolo di pace e fratellanza universale, sarebbe giusto dare onore e riabilitare finalmente anche altre figure vittime della guerra. Mi riferisco alle migliaia di militari disertori spesso passati per le armi sul posto, senza processi. Giustiziati con una violenza ingiustificata e sempre accompagnata da diffamazione, vergogna, umiliazione. Umiliazione e disonore in cui veniva a cadere anche la stessa famiglia di questi ragazzi.

Giovani passati alla storia come codardi e vili che si rifiutarono di battersi e di morire per niente, che vollero mettere fine ai massacri, rifiutarono di uccidere altri esseri umani con differenti uniformi; persone che cercarono di fraternizzare oltre le trincee. Da anni gira un appello al Presidente della Repubblica ”per la riabilitazione storica e giuridica dei soldati italiani fucilati per disobbedienza o decimati nel periodo 1915-18”. Nell’appello si ricorda come su di un esercito italiano di 4 milioni e 200 mila soldati le denunce all’autorità giudiziarie militare dalla dichiarazione di guerra (24 maggio 1915) fino alla “vittoria” (4 novembre 1918) furono complessivamente 870 mila, delle quali 470 mila per mancata alla chiamata (di cui 370 mila contro emigrati che non erano rientrati) e 400 mila per diserzione, procurata infermità, disobbedienza aggravata, ammutinamento; ma di molte fucilazioni sul campo, effettuate soprattutto dopo Caporetto e eseguite, nella maggior parte dei casi, senza un regolare processo, non sono rimaste notizie certe, così come delle “decimazioni” al fronte di interi reparti volute dai comandanti per “ristabilire la disciplina”. Il tempo è maturo per compiere questo atto di giustizia storica.

Rendere l’onore e restituire dignità ai tanti giovani disertori, renitenti, obiettori, che rifiutarono il massacro cercando di salvare la vita. Loro avevano ragione. I generali avevano torto.

La riabilitazione dei disertori avrà un senso soprattutto per noi. Onorare i fuggiaschi delle guerre di ieri e sostenere i fuggiaschi dalle guerre di oggi di tutto il mondo contribuirà forse finalmente a farci capire l’impellente necessità di abbandonare definitivamente l’orrore della guerra, avventura senza ritorno. In questa fase, la retorica militarista assume e riassume anche altre forme: riproporre la leva militare come strumento formativo per i nostri giovani è un altro – l’ennesimo – sintomo di una società che fatica a dare valore non solo all’opposizione ad ogni violenza ma alla disobbedienza come virtù, espressione di un pensiero critico, insieme personale e collettivo.

Rifiutarsi di combattere una guerra è stato considerato per anni un atto vile e codardo dalla nostra società: è ora di cambiare, di riconoscere e dare dignità al valore educativo della disobbedienza. Cominciamo da Trento.

Massimiliano Pilati

Presidente del Forum trentino per la pace e i diritti umani

I pieni poteri di Kais Saied in Tunisia, un mese dopo

La sera del 25 luglio il presidente tunisino Kais Saied ha sospeso i lavori del Parlamento e ha sollevato dall’incarico il primo ministro Hicham Mechichi, destituito in un contesto di forte rabbia popolare contro l’esecutivo e la sua gestione della crisi economica e sanitaria.

Le protese di quei giorni sono coincise con festeggiamenti la notte tra il 25 e il 26 luglio, con molti sostenitori del presidente Saied scesi in piazza per celebrare la sua decisione che, di fatto, ha aperto la peggiore crisi politica in Tunisia dalle primavere arabe.

Il partito di maggioranza alle scorse elezioni, Ennahdha, ha parlato di “colpo di stato” e, durante questo mese di sospensione, ha criticato il presidente Saied. Accuse che trovano sostenitori anche in altri esponenti tunisini: tra questi, Yadh Ben Achour, giurista, attualmente membro del Comitato dei diritti umani delle Nazioni unite, ha guidato la transizione tunisina dalla Rivoluzione del gennaio 2011 sino all’elezione dell’Assemblea costituente.

Intervistato in quei giorni da Orsetta Giolo e Renata Pepicelli per ilmanifesto, Ben Achour ha evidenziato il fatto che la scelta di adottare l’art. 80 della Costituzione tunisina (articolo che autorizza il presidente a sospendere i lavori del Parlamento in caso di “pericolo imminente”) è una di numerose interpretazioni arbitrarie del testo della Costituzione che il presidente Saied ha dato nel corso del suo mandato.

“Il presidente”, sottolineava Ben Achour in quell’intervista, “si è concesso le prerogative di un vero dittatore, concentrando nelle sue mani il potere esecutivo, il potere legislativo e il potere giudiziario. Non so come altro si potrebbe chiamare tutto questo se non un colpo di stato contro la Costituzione”.

La scelta del presidente tunisino ha suscitato anche diverse risposte da parte della comunità internazionale: Amnesty International ha fin da subito sottolineato il rischio cui sono sottoposte le libertà e i diritti conquistati dal popolo tunisino dopo la caduta del regime di Ben Ali e le proteste delle primavere arabe del 2011. “Il presidente Kais Saied deve assicurare che ogni azione che egli ordini sia strettamente in linea con gli obblighi di diritto internazionale della Tunisia e, in particolare, che non vi siano purghe politiche”, ha dichiarato Heba Morayef, direttrice di Amnesty International per il Medio Oriente e l’Africa del Nord.

Appelli rimasti inascoltati: le cronache dell’ultimo mese, infatti, sono piene di esempi di ritorsioni, purghe e carcerazioni da parte del presidente Saied nei confronti di oppositori politici e critici.

Non solo: a fronte di molte inchieste giudiziarie che, negli ultimi anni, procedevano a marce ridotte, dalla sospensione del Parlamento il presidente tunisino ha stabilito che ad occuparsene sia la giustizia militare. Ad inizio agosto, a questa scelta era corrisposta la reazione di Amnesty International Tunisia, che “si è detta inquieta rispetto al ricorso frequente a tribunali militari per processi di civili facendo riferimento al caso di Yassine Ayari [parlamentare indipendente, critico nei confronti del presidente Saied, ndr], più volte perseguito per «diffamazione e oltraggio dell’istituzione militare», non solo sotto Kais Saied”.

Durante la notte tra il 23 e il 24 agosto, questo regime di sospensione è stato prorogato “fino a nuovo avviso: una scelta che apre ad una nuova fase di incertezza in un Paese che aveva riposto fortissime speranze nella rivoluzione dei gelsomini ma che non è mai riuscito ad avere lo slancio necessario per portarla alle sue estreme conseguenze.

Ad oggi non è chiaro quanto consenso goda tra la popolazione il presidente Saied: l’analista Mariam Salehi, intervistata da DieWelle, osserva che “è importante ricorda che il percorso di democraticizzazione della Tunisia non è stato lineare e, ora, le persone sono preoccupate da tutto questo”. Alla domanda se la situazione tunisina sia paragonabile a quella che ha portato all’instaurarsi dell’attuale regime in Egitto, nel 2013, la dott.ssa Salehi risponde: “non direi questo: gli eventi in Egitto si sono succeduti con molta più rapidità mentre i fatti di questi giorni seguono logiche proprie della Tunisia. Non credo che si possa già parlare di uno ‘scenario egiziano’, in questo caso”.

Far parlare di pace e di diritti

Il Forumpace ha presentato un nuovo progetto di servizio civile. “Far parlare di pace e di diritti” ha lo scopo di coinvolgere un/a giovane nelle attività del Forum e, in particolare, nel lavoro con giovani e scuole.

Il progetto darà la possibilità al/la giovane di conoscere tanto la dimensione istituzionale quale quella associativa del Forum ma, soprattutto, gli/le darà modo di mettersi alla prova, di approfondire e sviluppare strumenti per diffondere la cultura della pace e dei diritti attraverso azioni e progetti pensati e costruiti insieme a studenti e studentesse.

Lo scopo dell’intero progetto è quello di elaborare strumenti condivisi e finalizzati a costruire comunità più coese, consapevoli e solidali, capaci di non pensare progetti “per i giovani” ma soprattutto “con” loro, attraverso l’attivazione di processi partecipativi e dal basso.

Questi percorsi non nascono dal nulla ma sono il frutto del lavoro che il Forum ha avviato già da molto tempo: il Forum va a scuola è la sezione in cui raccontiamo questi progetti, dalle Visite Consiglio ad OTIUM passando per il lavoro con le Assemblee di istituto o a progetti come Supereroi reali.

La rotta più lunga

Sono trascorsi quasi sei anni dall’estate del 2015, quando un milione di profughi passò da una nuova rotta migratoria, la Rotta Balcanica, e bussò alle porte d’Europa chiedendo rifugio. La politica difensiva adottata in questi anni da molti paesi europei ha coronato di chilometri di filo spinato i confini dell’Ue, potenziato la repressione della polizia di frontiera, creato dei giganteschi campi di confinamento legalizzati, quali gli hotspot, dove la vita dei migranti è al limite dell’umano, e lasciato senza alternative migliaia di persone come è avvenuto questo inverno a Lipa, in Bosnia e Erzegovina.

Quanto avviene lungo la rotta balcanica ci riguarda da vicino, sia per quello che sta succedendo lungo i Balcani sia per il fatto che quella rotta non si interrompe a Trieste ma prosegue, ininterrotta.

La campagna Cambiamo Rotta! è stata pensata per queste ragioni: a Lipa, a Bihac, in Bosnia, l’obiettivo è quello di realizzare alcune infrastrutture di base per dare sostegno e garantire la sopravvivenza delle persone che attraversano questo viaggio; in Trentino, vogliamo far sì che quante più persone possibili tengano gli occhi aperti. Costruire una fortezza sempre più sofisticata non solo non è la strada su cui continuare a costruire l’Europa ma mette in pericolo i diritti di tutte e di tutti.

Sì, perché quella che chiamiamo “fortezza Europa” è l’affermazione di un sistema – giuridico, politico, culturale – basato sull’idea che «l’universalismo dei diritti all’interno è accettabile se e nella misura in cui lo Stato selezioni in modo rigoroso i nuovi membri della comunità al confine» (M. Savino).

Hard outside, soft inside: questo universalismo di facciata si autoalimenta in un errore diffuso, quello di considerare le attuali modalità di migrazione dal Sud al Nord del mondo come le uniche possibili e, perciò, immutabili.

Un’idea, questa, che a lungo andare va a ledere il nocciolo essenziale dei diritti, spiana la strada alla (ri)emersione del nazionalismo, mina le fondamenta stesse dell’ordinamento europeo così come immaginato da Ventotene in avanti.


Per contribuire, con la causale PROGETTO BALCANI:   

Opera Diocesana Pastorale Missionaria Cassa Rurale Alto Garda IBAN: IT 28 J 08016 05603 000033300338. Conto corrente postale n. 13870381.  

Per i privati che usufruiscono della DETRAZIONE IRPEF Opera Diocesana Pastorale Missionaria – sezione ONLUS Cassa Rurale Alto Garda IBAN: IT 70 L 08016 05603 000033311172. Conto corrente postale n. 30663371.

Dove iniziano i diritti umani?

In piccoli luoghi, vicino a casa, così vicini e così piccoli che non si possono vedere su nessuna carta del mondo. Eppure si tratta del mondo della singola persona, il vicinato in cui vive, la scuola o università che frequenta, la fabbrica, la ditta o l’ufficio in cui lavora. Questi sono i luoghi in cui ogni uomo, donna e bambino cercano giustizia, opportunità e dignità uguali, senza discriminazione. A meno che questi diritti non abbiano un significato in questi ambiti, essi avranno poco significato altrove. Senza attività coordinate dei cittadini per far sì che questi diritti vengano seguiti nel proprio ambiente, cercheremo invano progressi nel più vasto mondo.”

Questa citazione di Eleanor Roosevelt ci ricorda come i diritti umani siano una questione che bisogna affrontare ogni giorno, nel quotidiano, e non bisogna mai dare per scontata neppure in territori che non sembrano dover essere chiamati in causa, come il Trentino. 

Così la Dichiarazione Universale dei Diritti Umani, diventa un testo guida, un faro che ci indica la meta ideale, ancora molto lontana, da raggiungere e nella quale stabilirsi saldamente senza tornare mai più indietro. 

La dichiarazione firmata nel 1948 dall’Assemblea Generale delle Nazioni Unite, ha un carattere esecutivo molto complesso che si scontra molto spesso con le interpretazioni di ogni magistratura e la sovranità degli Stati che l’hanno firmata. Daria De Pretis, giurista, accademica, avvocata, giudice della Corte costituzionale della Repubblica Italiana, ci spiega infatti come c’è bisogno di un continuo dialogo tra le varie corti per concretizzare i vari diritti enunciati, che nonostante abbiano valore giuridico sono in molte parti non ancora attuati. 

Questo è dovuto non solo alla grande complessità della relazione tra diritto Internazionale e nazionale, ma anche alla difficoltà di percepire la mancanza di un diritto, dovuta all’ignoranza, all’accettazione di determinate condizioni o semplicemente dall’impossibilità di fare altrimenti. 

Una delle critiche rivolte verso i diritti umani, è quella di essere una concezione puramente occidentale figlia dell’imperialismo bianco. A questa critica, Elisa Bertò, filosofa, ci risponde raccontando un importante episodio avvenuto nel 1968. L’allora direttrice del dipartimento di filosofia dell’Unesco, aveva chiesto a tutti i paesi membri di inviare testi di qualsiasi epoca, qualsiasi stile espressivo prima del ‘48 in cui si manifestasse un qualsiasi  senso o concezione di diritti umani. Arrivarono testi da tutti gli angoli della terra, dal 3000 a.c. fino al 1948 nelle più svariate forme artistiche e fu impressionante constatare le straordinarie similitudini che si ritrovarono anche nelle culture più diverse e lontane. 

Di diritti umani se ne parla da 5mila anni, ma non è ancora abbastanza. 

Di questo ci hanno parlato Simone Alliva giornalista di inchiesta….  e Franco Grillini ..attivista e presidente onorario Arcigay grazie alla moderazione di Carla Maria Reale, Commissione provinciale per le Pari Opportunità tra donna e uomo

Oggi la questione lgbt è sulla bocca di tutti, per fortuna, ma non è stata ancora assimilata dalla maggior parte della popolazione e per questo bisogna ancora lavorarci, discuterne, parlarne e cercare di sensibilizzare le persone sull’accettazione della diversità di genere. 

Dopo millenni di separazione netta e duale dei generi, quello che stiamo vivendo ora è una rivoluzione gentile, che come racconta Franco Grillini è partita come atto di coraggio e incoscienza di pochi, che in un contesto nel quale la parola omosessuale era innominabile, hanno intrapreso il cammino, non libero da ostacoli, verso la libertà.

Un cammino che portò,nel 1990, alla cancellazione dell’omosessualità dall’elenco delle malattie mentali da parte dell OMS, ricorda Simone Alliva

Tuttavia il percorso è ancora lungo e faticoso, ma tutti possiamo e dobbiamo fare qualcosa per arrivare a raggiungere una reale libertà sia individuale che collettiva, non solamente una libertà di agire, ma soprattutto una libertà di essere. 

“La questione della diversità non riguarda solamente le persone omosessuali, ma tutti. Tutti devono trovare un posto dove possono sentirsi se stessi.Questa è la grande rivoluzione culturale.” Franco Grillini

Torna Liberi&Libere di Essere

Dal 4 maggio al 3 giugno torna “Liberi e Libere di Essere”, la rassegna di eventi a tema LGBTI+ promossa da Arcigay del Trentino con altre associazioni del territorio.

Dieci gli incontri in calendario, organizzati per celebrare il 17 maggio – Giornata internazionale contro l’omobitransfobia – e per promuovere la cultura dell’inclusione. Tanti i temi proposti: si parlerà di bisessualità, famiglie arcobaleno, linguaggio inclusivo, coming out sul luogo di lavoro, amore e diritti, violenza di genere online, letteratura per l’infanzia, diritti LGBTI+, pregiudizi e stereotipi su orientamento sessuale e identità di genere. Gli appuntamenti saranno proposti in parte online e in parte in presenza.

Un programma ricchissimo, che rilancia il dibattito sui linguaggi e sulla cultura, sul lavoro e sulle lotte della comunità LGBTI+, contro pregiudizi e stereotipi.

CALENDARIO DEGLI APPUNTAMENTI (clicca sui titoli per approfondire)

Valori costituzionali, democrazia, dignità delle persone: questa è la vera voce dei trentini

E’ molto difficile contenere lo sdegno per quanto apparso sul quotidiano online La voce del Trentino, proprio il giorno in cui si festeggia la liberazione dalla dittatura.

L’articolo, “25 aprile: liberati da che? ”, già fortemente criticato, mette in fila una sequenza aberrante di affermazioni, cercando di farle passare come un sentire comune.

Per chi vuole sottoscrivere, è aperta petizione su Change.org:

No, non esiste un sentire comune che auspica un ritorno alla dittatura o che pensa che l’invasione nazista, col suo carico di morte e distruzioni, sia paragonabile alla presenza di immigrati.

Non esiste un sentire comune che pensa che un albanese, un nordafricano, un nigeriano siano buoni solo come braccia da sfruttare o solo quando sono morti.

Non metta il redattore di queste infamie in bocca alla comunità trentina sentimenti ed idee frutto della sua spaventosa disumanità: non ne ha titolo, non ne ha alcun diritto, perché NO, QUESTA NON È LA VOCE DEL TRENTINO.

Se ne assuma la responsabilità diretta e si dichiari per ciò che è. Quando sostiene che solo una piccola parte dei 47 mila immigrati in Trentino sono brave persone, e che le altre siano dedite a spaccio, rapine, atti di delinquenza, stupri; quando scrive della messe di contributi provinciali che gli immigrati utilizzano per finanziare le loro organizzazioni criminali; quando parla dei figli degli immigrati come portatori di cultura violenta e arretrata, responsabili, con “con la scusa dell’integrazione” del rallentamento dei programmi scolastici; quando parla di esercito nelle strada: ecco, tutto questo richiama sinistramente modelli già sentiti usati dalla propaganda nazista, da quella fascista (fu Benito Mussolini a suggerire questa strategia con il suo motto: “Bisogna scavare nel risentimento della gente”), da quella di James Schwarzenbach, che promosse un referendum nel 1970 per cacciare tutti gli italiani dalla Svizzera, perché “Sono troppi, ci rubano i posti migliori, lavorano per pochi soldi, occupano i letti negli ospedali, sono rumorosi, non si lavano” o dall’Ispettorato per l’Immigrazione del Congresso degli Stati Uniti, che nell’ottobre 1912 cosi scriveva degli italiani: “Dicono che siano dediti al furto e, se ostacolati, violenti. Le nostre donne li evitano non solo perché poco attraenti e selvatici ma perché si è diffusa la voce di alcuni stupri consumati dopo agguati in strade periferiche quando le donne tornano dal lavoro”.

C’erano trentini, veneti, friulani, lombardi, molta gente del Sud.

Nel nostro caso, i comportamenti di pochi, che attengono alla sfera personale, perché tali sono le responsabilità che vanno perseguite senza esitazione, diventano la colpa per una intera etnia, per una appartenenza, per una condizione; sia essa di lavoratore integrato, che di richiedente asilo, che di profugo.

Ora basta, davvero basta spargere costantemente il seme dell’odio, della divisione, della frantumazione.

Ribadiamo che ci sono limiti che non possono essere valicati, pena portare il confronto su un piano che una comunità che si rifà ai valori della Costituzione non può tollerare, senza vederne minate le fondamenta.

I firmatari

  • Luca Oliver ACLI del Trentino
  • Sandra Dorigotti ALFID Trento
  • Mario Cossali ANPI del Trentino
  • Andrea La Malfa ARCI del Trentino
  • don Cristiano Bettega, delegato dell’Area Testimonianza e Impegno sociale della Arcidiocesi di Trento
  • Claudio Bassetti CNCA Trentino Alto adige
  • Giorgio Casagranda CSV
  • Massimiliano Pilati FORUM TRENTINO PER LA PACE
  • Fabio Pipinato IPSIA del Trentino
  • Chiara Simoncelli LIBERA TRENTINO 
  • Egon Angeli UISP Comitato Trentino
  • Andrea Grosselli CGIL
  • Michele Bezzi CISL
  • Walter Alotti UIL
  • ACSET- associazione comunità senegalese del Trentino
  • MAMME PER LA PELLE

Per chi vuole sottoscrivere, è aperta petizione su Change.org: