Presentato il Dossier Immigrazione 2021

Il Forumpace ringrazia per la partecipazione dell’evento di ieri pomeriggio in cui è stato presentato il 31° dossier statistico sull’immigrazione curato da Dossier Statistico Immigrazione – IDOS , Confronti e Istituto Di Studi Politici S. Pio V.

Grazie alla relatrice Serena Piovesan, referente provinciale di Idos, ai relatori in presenza e a distanza Paolo Boccagni di Università di Trento e Gianfranco Schiavone del Consorzio Italiano di Solidarietà, che hanno saputo dare uno sguardo europeo, italiano e trentino del fenomeno migratorio.

La pandemia da Covid-19, che nel 2020 ha “bloccato tutto”, non ha fermato invece le migrazioni, sottolineando ancora una volta come il migrare sia un macro-fenomeno globale e quanto sia importante studiarlo e comprenderlo, grazie anche all’utilizzo di strumenti come questo dossier:

A metà del 2020 i migranti nel mondo sono 281 milioni (per il 48% donne), un numero pari al 3,6% dell’intera popolazione planetaria (7,8 miliardi di abitanti), cresciuti in un solo anno di ben 9 milioni.
Così, nonostante le chiusure delle frontiere, i bandi di
ingresso nei confronti dei cittadini di circa 70 Paesi e le oltre 43mila misure direstrizione dei viaggi internazionali adottate, a livello globale, nei primi mesi dell’anno per contrastare la diffusione del Covid-19 (tutte misure che, secondo le stime Oim, avrebbero tenuto bloccate circa 3 milioni di persone bisognose di trasferirsi), l’aumento dei migranti internazionali
ha superato la crescita media del quadriennio precedente (+6 milioni all’anno)

dossierimmigrazione.it

L’attenzione si è rivolta inoltre sulla Rotta Balcanica, che ad oggi è la via principale d’accesso dei migranti extracomunitari per entrare in Europa. Roberto Calzà, referente diocesano per la pastorale delle migrazioni, ci ha raccontato il progetto Cambiamo Rotta! che mira ad aiutare le organizzazioni che operano nei balcani per aiutare e salvare le vite dei migranti.

Ciò di cui si sente soprattutto la mancanza è una classe dirigente dalla levatura culturale, dalla statura politica e soprattutto dalla caratura umana molto più consapevole dell’oggi e all’altezza delle sue sfide globali; una classe dirigente capace di comprendere, in particolare, che sulle politiche dell’immigrazione e dell’integrazione si gioca il destino non solo degli immigrati che vivono in Italia, ma dell’intero Paese, il bene senza eccezioni comune di tutta la collettività; una classe dirigente che tolga dalle secche di un disimpegno politico che dura da decenni le molte ottime idee e sperimentazioni che nel frattempo sono provenute dalla società civile, dal privato sociale e persino da strutture istituzionali (e che riguardano, ad esempio, la revisione dei meccanismi di ingresso dei lavoratori stranieri, il riconoscimento dei titoli di studio, la riforma della cittadinanza, i corridoi umanitari, la gestione dell’accoglienza, le politiche di integrazione); una classe dirigente, quindi, che, sulla base di quella consapevolezza e di questa messa a frutto, sblocchi finalmente il passaggio dalle buone prassi alle politiche, dalle buone proposte alle policy. Ecco: è esattamente a questo che oggi – soprattutto in questo nostro tempo – il Dossier Statistico Immigrazione intende ancora dare il suo contributo.

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Video degli interventi

Diritti civili, ripartiamo dal nostro territorio

Lettera del nostro Presidente Massimiliano Pilati pubblicata su l’Adige del 02/11/2021

Su L’Adige di oggi, 31 ottobre, il direttore Faustini così commenta la sconcertante scena degli applausi per la riuscita della “tagliola” sul ddlzan: “Quando le istituzioni diventano un bar ai confini del mondo, a prescindere dalle forze politiche che lo trasformano in tale teatro incivile, a perdere siamo tutti noi: politica (sempre più lontana), senso dello Stato (sempre più calpestato), cittadini (sempre più sconcertati).

Da anni sono impegnato nella lotta per i diritti umani, per una società più equa, per la pace e per il disarmo. Purtroppo spesso capita che le battaglie politiche che porto avanti non vengano accolte dalle istituzioni alle quali mi rivolgo, è una cosa che chi lotta mette in conto e si va avanti comunque agendo per un cambiamento positivo della nostra Società.

Raramente però mi è capitato di assistere alla scena in cui parte dei rappresentanti della istituzione più alta della nostra Repubblica, dopo aver “bocciato” il ddl Zan, hanno schernito e offeso con la loro schiamazzante esultanza le persone che speravano invece che il ddl Zan diventasse legge per sentirsi più protetti e sicuri. PERSONE, non gay, non lesbiche, non trans, non disabili (lo sappiamo vero che si parlava anche di abilismo nel ddl Zan??) ma PERSONE. Persone con una loro dignità, un loro vissuto.

Giustamente si può essere in disaccordo con lo stile di vita che una persona sceglie per se, ma non dovrebbe mai mancare il rispetto nei suoi confronti, soprattutto da parte di chi dovrebbe invece rappresentare tutte le italiane e gli italiani, TUTTE, TUTTI (o, se vogliamo imparare ad essere inclusivi partendo dal nostro linguaggio, TUTTƏ) nessuno escluso.

In questi giorni in tutta Italia (e martedì 2 novembre anche a Trento) si stanno tenendo nelle piazze italiane numerose manifestazioni di rabbia, sdegno e denuncia di quanto successo l’altro giorno in Senato. Molte persone si sentono ferite da quanto successo e giustamente vogliono esprimere queste loro emozioni nella piazza. E’ giusto, io, pur non potendo partecipare, sarò con loro. E’ il momento di chiedere rispetto e di far valere la dignità di tutte le cittadine e i cittadini del nostro Paese. In questi giorni ho parlato con molte amiche e amici LGBT+ e ho percepito in loro tanta delusione, rabbia, senso di abbandono e sfiducia nelle nostre istituzioni.

Per questo mi permetto di lanciare un appello alle istituzioni più vicine a noi cittadini: ai nostri Comuni, alla nostra Provincia. Diamo un segnale a queste persone, facciamo sentire loro la nostra vicinanza, non solo simbolica. Pensiamo a dei dispositivi che possano andare loro incontro e soprattutto stimoliamo e facciamo pressione sul Governo e sul Parlamento nazionale perché non accadano più cose del genere e perché finalmente si pensi a tutelare parte della nostra società civile che non si sente ne rispettata ne tutelata.

La maggioranza del nostro Paese trova assolutamente normale questo. Si badi bene, non è solo una questione politica, è anche cosa culturale e infatti nell’appellarmi alle nostre istituzioni territoriali penso anche alla necessità di portare nelle nostre valli e nelle nostre case i temi dei diritti civili, del rispetto per l’altro (chiunque esso sia) e si contribuisca a creare un sereno clima di convivenza.

Nelle recenti elezioni amministrative tenutesi in varie parti d’Italia abbiamo assistito ad un pericoloso segnale di abbandono del voto da parte di moltissime persone, recuperiamo la fiducia dei cittadini e delle cittadine (TUTTƏ) nelle istituzioni, partiamo dal nostro territorio, partiamo dal Trentino.

Massimiliano Pilati
Presidente Forum trentino per la pace e i diritti umani

Riabilitare e onorare anche i militari disertori | La lettera del nostro Presidente

In questi giorni in Trentino i nostri media stanno dando spazio a iniziative volte a onorare la memoria dei caduti trentini nelle guerre.

E’ successo sia in occasione dell’apertura ufficiale del Museo degli Alpini sul Doss Trento che durante la tappa del passaggio della Staffetta Cremisi a Trento per il centenario della traslazione della salma del Milite ignoto da Aquileia a Roma. Nei prossimi giorni poi anche il Consiglio Comunale di Trento sarà chiamato ad esprimersi per una delibera che, rifacendosi ad un’iniziativa di carattere nazionale, vuole conferire la cittadinanza onoraria ai militi ignoti di tutte le nazionalità.

Iniziativa per la pace – Comune di Trento, 2015

Al di là della retorica militarista che spesso accompagna queste iniziative credo sia giusto onorare il ricordo di chi è morto durante le guerre passate e a maggior ragione sia giusto ricordare i militi ignoti, persone che non hanno avuto nemmeno la possibilità di essere seppellite con il loro nome e cognome e un posto dove essere piante dai loro cari. Molto interessante la volontà di onorare i militi ignoti di tutte le nazionalità senza invece fermarsi ai soli italiani.

Uomini morti spesso senza un perché, troppo spesso ubbidendo a ordini assurdi impartiti da generali che li vedevano solo come numeri di cui disporre liberamente e non come esseri umani. Onorare queste persone senza nome e simbolo dei milioni di ragazzi, un’intera generazione, che persero la vita in battaglia.

La nostra Repubblica, sin dalla sua fondazione, ha voluto allontanarsi dall’orrore della guerra. L’Italia, ce lo ricorda l’articolo 11 della Costituzione, ripudia la guerra come strumento di offesa alla libertà degli altri popoli e come mezzo di risoluzione delle controversie internazionali.

Ecco che allora per onorare a pieno la nostra Costituzione e in occasione dei cento anni del “milite ignoto”, simbolo di pace e fratellanza universale, sarebbe giusto dare onore e riabilitare finalmente anche altre figure vittime della guerra. Mi riferisco alle migliaia di militari disertori spesso passati per le armi sul posto, senza processi. Giustiziati con una violenza ingiustificata e sempre accompagnata da diffamazione, vergogna, umiliazione. Umiliazione e disonore in cui veniva a cadere anche la stessa famiglia di questi ragazzi.

Giovani passati alla storia come codardi e vili che si rifiutarono di battersi e di morire per niente, che vollero mettere fine ai massacri, rifiutarono di uccidere altri esseri umani con differenti uniformi; persone che cercarono di fraternizzare oltre le trincee. Da anni gira un appello al Presidente della Repubblica ”per la riabilitazione storica e giuridica dei soldati italiani fucilati per disobbedienza o decimati nel periodo 1915-18”. Nell’appello si ricorda come su di un esercito italiano di 4 milioni e 200 mila soldati le denunce all’autorità giudiziarie militare dalla dichiarazione di guerra (24 maggio 1915) fino alla “vittoria” (4 novembre 1918) furono complessivamente 870 mila, delle quali 470 mila per mancata alla chiamata (di cui 370 mila contro emigrati che non erano rientrati) e 400 mila per diserzione, procurata infermità, disobbedienza aggravata, ammutinamento; ma di molte fucilazioni sul campo, effettuate soprattutto dopo Caporetto e eseguite, nella maggior parte dei casi, senza un regolare processo, non sono rimaste notizie certe, così come delle “decimazioni” al fronte di interi reparti volute dai comandanti per “ristabilire la disciplina”. Il tempo è maturo per compiere questo atto di giustizia storica.

Rendere l’onore e restituire dignità ai tanti giovani disertori, renitenti, obiettori, che rifiutarono il massacro cercando di salvare la vita. Loro avevano ragione. I generali avevano torto.

La riabilitazione dei disertori avrà un senso soprattutto per noi. Onorare i fuggiaschi delle guerre di ieri e sostenere i fuggiaschi dalle guerre di oggi di tutto il mondo contribuirà forse finalmente a farci capire l’impellente necessità di abbandonare definitivamente l’orrore della guerra, avventura senza ritorno. In questa fase, la retorica militarista assume e riassume anche altre forme: riproporre la leva militare come strumento formativo per i nostri giovani è un altro – l’ennesimo – sintomo di una società che fatica a dare valore non solo all’opposizione ad ogni violenza ma alla disobbedienza come virtù, espressione di un pensiero critico, insieme personale e collettivo.

Rifiutarsi di combattere una guerra è stato considerato per anni un atto vile e codardo dalla nostra società: è ora di cambiare, di riconoscere e dare dignità al valore educativo della disobbedienza. Cominciamo da Trento.

Massimiliano Pilati

Presidente del Forum trentino per la pace e i diritti umani

Fermare i rimpatri, aprire i corridoi umanitari

Il Forum Trentino per la Pace e i Diritti Umani ha inviato una lettera al Presidente Fugatti, al Presidente del Consiglio Kaswalder, all’Assessore alla cooperazione per lo sviluppo Gottardi, ai Consiglieri e alle Consigliere provinciali, alle Sindache e ai Sindaci trentini per esprimere la più grande preoccupazione per quanto sta avvenendo in Afghanistan

Allo stesso tempo, il Forum ha espresso alle istituzioni provinciali e ai Comuni profondo sconforto per le reazioni di alcuni Paesi europei che affrontano l’acuirsi della crisi umanitaria in Afghanistan unicamente da un punto di vista utilitaristico, concentrando la propria attenzione sul “rischio di una nuova crisi migratoria” e sul “rischio terrorismo”.

In particolare, il Forum ha chiesto alle istituzioni di attivare le reti territoriali e nazionali allo scopo di predisporre corridoi umanitari direttamente con il Trentino, terra di accoglienza, per coloro i/le quali rischiano la propria vita rimanendo in Afghanistan, con particolari tutele e garanzie per le donne afgane e le loro famiglie

Il Forum ha chiesto anche di facilitare l’individuazione e sostenere le realtà che sul territorio della Provincia e dei Comuni trentini si renderanno luoghi di accoglienza per le persone in fuga dall’Afghanistan e di farsi portavoce con il Governo affinché vengano attivate iniziative simili sul territorio nazionale e per riattivare iniziative simili nei confronti delle persone lungo le principali rotte migratorie.

Nelle scorse settimane, Austria, Danimarca, Belgio, Grecia, Paesi Bassi si sono detti contrari a interrompere i rimpatri in Afghanistan, ribadendo di voler aiutare i profughi “sul posto”, Paesi nei quali sono frequenti episodi di violenza verso le persone migranti

Lo scorso 23 luglio 2021 30 organizzazioni non governative chiedevano ai Paesi europei di cessare le deportazioni e i rimpatri verso l’Afghanistan, sia in forma diretta che attraverso il coordinamento con altri Paesi, ma – anzi – di rivedere le decisioni negative già adottate così come i decreti di espulsione alla luce dei rischi, concreti e prevedibili, di future persecuzioni.

A queste prese di posizioni segue quella di Emergency, da sempre attiva e presente sul territorio afgano: “mentre in Afghanistan si combatte ovunque, il pensiero di alcuni Paesi europei è rimpatriare i profughi afgani e riportarli indietro, in un Paese che è meno sicuro che mai”.

I dati di UNAMA, la missione ONU attiva nel Paese fin dal marzo 2002, evidenziano questa realtà: 5.183 vittime civili complessive negli ultimi 6 mesi, tra feriti e deceduti, con un aumento del 47% rispetto allo scorso anno. Una cifra, peraltro, che in un solo semestre eguaglia i record negativi registrati nel 2016, nel 2017 e nel 2018. 

In questi giorni, il ricordo di Gino Strada ha coinvolto tante e tanti, a volte a sproposito. Lui lo ricordava sempre: “non credere una parola, quando diranno che hanno “sconfitto il terrorismo”. Sono bugie, enormi bugie che difenderanno con i denti per coprire i propri crimini e i propri interessi. Ma i morti e i feriti sono lì, se ne trovano i resti e la memoria, se si ha il coraggio di farlo”.

L’Afghanistan non è – e non era – un Paese sicuro.

Per il Forum trentino per la pace e i diritti umani, il Presidente

Massimiliano Pilati


Armi saudite a Genova: la protesta

“Dal 2019 ad oggi, ogni venti giorni nello scalo genovese getta l’ancora una delle sei navi cargo della Bahri, già carica di armamenti ed equipaggiamenti militari o pronta a caricarne di nuovi negli scali statunitensi verso cui fa rotta prima di tornare a Gedda, in Arabia Saudita. Il contenuto di queste “navi della morte”, come denunciato dal Calp e dall’osservatorio Weapon Watch, finisce poi nelle mani della Guardia civile saudita, tuttora impegnata in scenari di guerra come quello yemenita”.

Lo riporta il quotidiano Domani, con un pezzo di Futura D’Aprile che dà atto della protesta organizzata al porto di Genova per la giornata di oggi dal Collettivo autonomo dei lavoratoti portuali (Calp), iniziativa che non nasce nel vuoto ma che segue le denunce circa l’utilizzo dei porti italiani come attracco per mercantili sauditi che portano armi in Medio Oriente per sostenere la guerra in Yemen e non solo.

Porto di Genova, ItaliaLicenza

Condanne che arrivano da più parti: l’osservatorio Weapon Watch denuncia da tempo queste attività e propone campagne di sensibilizzazione per avere “porti etici”.

Ancora a gennaio 2020, Patrick Wilken, ricercatore di Amnesty International, dichiarava: “Adesso, la volontà politica dei governi di rispettare il diritto internazionale viene messa nuovamente alla prova. Attivisti e lavoratori portuali sono già ampiamente allertati rispetto alla minaccia che la ‘Bahri Yanbu’ aggiri le norme internazionali in nome dei lucrosi accordi in materia di armi che hanno favorito uccisioni di civili in Yemen e una terribile catastrofe umanitaria“.

Le proteste del Calp, a Genova, risalgono a maggio 2019, quando “i portuali si rifiutarono di caricare sulla Bahri Yanbu due generatori registrati per uso civile ma che sarebbero stati in realtà impiegati dalla Guardia civile nel conflitto in Yemen”. Un’azione di boicottaggio che ha portato la compagnia saudita ad abbandonare lo scalo di Genova per un po’ ma che fece finire 5 portuali sotto inchiesta per associazione per delinquere.

Una protesta che ha trovato il sostegno di Papa Francesco, che il giugno scorso ha incontrato i portuali che avevano bloccato il carico nel 2019. Oggi quella compagnia è di nuovo in porto, a Genova, e il Calp sarà in presidio: una protesta che riguarda il contenuto del cargo, l’uso dei porti italiani e le politiche industriali, che ancora vedono nell’industria delle armi un settore imprescindibile, ma che riguarda anche la mancanza di informazioni e trasparenza su questi traffici.

Ad oggi il Governo italiano non ha cambiato il proprio approccio: non ci sono nuove regole per quanto riguarda il traffico d’armi che, anzi, sono state allentate per quanto riguarda l’export verso l’Arabia Saudita e gli Emirati Arabi Uniti nonostante il loro coinvolgimento nel conflitto in Yemen.

Temi sui quali, come Forumpace, ci siamo espressi già molte volte: non possiamo allentare l’attenzione. Esistono norme – interne e internazionali – che riguardano la regolamentazione delle esportazione di armi e prodotti bellici: in Italia, la legge 185/1990 dà il quadro normativo di riferimento, lo stesso quadro che ha inibito l’export verso Arabia ed Emirati Arabi durante il 2019.

Una legge, però, troppo spesso bypassata o ignorata, preferendo alla tutela dei diritti umani le logiche del mercato. Su questo, Rete Italiana Pace e Disarmo ha promosso, ancora lo scorso maggio, “un appello al Governo per ribadire la necessità di applicare in modo rigoroso e trasparente la Legge 185/90 e le norme internazionali che la rafforzano. Invitano inoltre il Parlamento a controllare in modo puntuale e approfondito le operazioni che riguardano l’export di armamenti: sono regole e controlli preposti alla salvaguardia della pace e della sicurezza comune, al rispetto dei diritti umani, alla tutela delle popolazioni e per dare attuazione al ripudio della guerra “come strumento di offesa alla libertà degli altri popoli e come mezzo di risoluzione delle controversie internazionali” sancito dalla nostra Costituzione (art.11)”.

Da qui dobbiamo proseguire.

Stop all’escalation di violenza tra Palestina e Israele

Il Forum Trentino per la Pace e i Diritti umani esprime ancora una volta la propria costernazione davanti alla recrudescenza del conflitto israelo-palestinese e alle gravi conseguenze per la popolazione civile.

Palestine 2009. Israel’s Wall in Bethlehem, West Bank.

La terribile escalation di violenza fa seguito all’appoggio istituzionale e militare concesso ai coloni israeliani per espellere i palestinesi dalle loro case in diversi quartieri di Gerusalemme Est, in un contesto segnato dall’inazione e dall’impotenza della comunità internazionale.

Il mondo intero ha assistito per settimane alle provocazioni di fanatici coloni israeliani in marcia sulla città vecchia, seguite dalla chiusura ai palestinesi dei luoghi santi sulla Spianata della Moschea per la fine del Ramadan.

Questi atti sono la conseguenza di un più generale allontanamento da ogni tipo di negoziazione e di ricerca della pace da parte degli ultimi governi israeliani. I comunicati di rito delle istituzioni internazionali non bastano più a ristabilire il precario equilibrio sociale nella terra di Palestina e in Israele, dove quest’ultimo solo poche settimane fa è stato definito un “regime di apartheid” dalle voci autorevoli di Human Rights Watch e dell’organizzazione per i diritti umani israeliana B’Tselem. È assolutamente necessario, come più volte ribadito dall’ONU, che anche allo Stato di Israele venga imposto di applicare il diritto internazionale: deve cessare la mancanza di accountability, di responsabilità per le violazioni compiute.

Nel contempo la leadership palestinese ormai soffre di una debolezza cronica, diretta conseguenza delle difficoltà giuridiche, economiche e sociali derivanti dall’occupazione militare. Il comportamento del governo israeliano è chiaramente ostile allo svolgimento delle elezioni nei territori palestinesi, pertanto ancora una volta dovrebbe essere l’Unione Europea ad assumersi la responsabilità di vigilare sulla fine delle violazioni dei diritti umani e per una ripresa di un processo di pace.

Il Forumpace, in sinergia con le organizzazioni che lavorano in quei territori (come l’Associazione “Pace per Gerusalemme”) continuerà a favorire il dialogo tra i popoli palestinese e israeliano. Fermamente chiediamo che l’Italia si faccia promotrice di un’azione diplomatica di pace e di rispetto del diritto internazionale presso le Nazioni Unite e l’Unione Europea con lo scopo di:

  • fermare questa nuova ondata di violenza, intimando ad Hamas di fermare il lancio dei razzi ed al governo israeliano di fermare qualsiasi tipo di ritorsione e di rimuovere l’assedio a Gaza;
  • impiegare tutti gli strumenti politici, diplomatici e di diritto internazionale per fermare l’espropriazione e la demolizione delle case a Gerusalemme Est;
  • esigere dal governo israeliano di rimuovere tutti gli ostacoli alla realizzazione di elezioni libere e regolari in Cisgiordania, Gerusalemme Est e nella Striscia di Gaza, come previsto dagli accordi di Oslo, firmati dalle parti;
  • sostenere e assistere l’Autorità Nazionale Palestinese per l’organizzazione e la realizzazione del processo elettorale;
  • inviare osservatori internazionali neutrali per monitorare il processo elettorale;
  • fermare a livello nazionale ed europeo la cooperazione militare con lo Stato di Israele, in quanto parte funzionale e integrante del sistema repressivo e di occupazione militare dei territori palestinesi;
  • agire in sede ONU per un immediato riconoscimento dello Stato di Palestina come membro a pieno titolo delle Nazioni Unite, per permettere ai due Stati di negoziare direttamente in condizioni di pari autorevolezza, legittimità e piena sovranità

Invitiamo la popolazione trentina a partecipare, nel rispetto delle precauzioni sanitarie, al presidio per la pace in Palestina che si svolgerà sabato 15 maggio, anniversario della Nakba, a Trento in Piazza Duomo alle ore 16:00.


Il Presidente – dott. Massimiliano Pilati

Valori costituzionali, democrazia, dignità delle persone: questa è la vera voce dei trentini

E’ molto difficile contenere lo sdegno per quanto apparso sul quotidiano online La voce del Trentino, proprio il giorno in cui si festeggia la liberazione dalla dittatura.

L’articolo, “25 aprile: liberati da che? ”, già fortemente criticato, mette in fila una sequenza aberrante di affermazioni, cercando di farle passare come un sentire comune.

Per chi vuole sottoscrivere, è aperta petizione su Change.org:

No, non esiste un sentire comune che auspica un ritorno alla dittatura o che pensa che l’invasione nazista, col suo carico di morte e distruzioni, sia paragonabile alla presenza di immigrati.

Non esiste un sentire comune che pensa che un albanese, un nordafricano, un nigeriano siano buoni solo come braccia da sfruttare o solo quando sono morti.

Non metta il redattore di queste infamie in bocca alla comunità trentina sentimenti ed idee frutto della sua spaventosa disumanità: non ne ha titolo, non ne ha alcun diritto, perché NO, QUESTA NON È LA VOCE DEL TRENTINO.

Se ne assuma la responsabilità diretta e si dichiari per ciò che è. Quando sostiene che solo una piccola parte dei 47 mila immigrati in Trentino sono brave persone, e che le altre siano dedite a spaccio, rapine, atti di delinquenza, stupri; quando scrive della messe di contributi provinciali che gli immigrati utilizzano per finanziare le loro organizzazioni criminali; quando parla dei figli degli immigrati come portatori di cultura violenta e arretrata, responsabili, con “con la scusa dell’integrazione” del rallentamento dei programmi scolastici; quando parla di esercito nelle strada: ecco, tutto questo richiama sinistramente modelli già sentiti usati dalla propaganda nazista, da quella fascista (fu Benito Mussolini a suggerire questa strategia con il suo motto: “Bisogna scavare nel risentimento della gente”), da quella di James Schwarzenbach, che promosse un referendum nel 1970 per cacciare tutti gli italiani dalla Svizzera, perché “Sono troppi, ci rubano i posti migliori, lavorano per pochi soldi, occupano i letti negli ospedali, sono rumorosi, non si lavano” o dall’Ispettorato per l’Immigrazione del Congresso degli Stati Uniti, che nell’ottobre 1912 cosi scriveva degli italiani: “Dicono che siano dediti al furto e, se ostacolati, violenti. Le nostre donne li evitano non solo perché poco attraenti e selvatici ma perché si è diffusa la voce di alcuni stupri consumati dopo agguati in strade periferiche quando le donne tornano dal lavoro”.

C’erano trentini, veneti, friulani, lombardi, molta gente del Sud.

Nel nostro caso, i comportamenti di pochi, che attengono alla sfera personale, perché tali sono le responsabilità che vanno perseguite senza esitazione, diventano la colpa per una intera etnia, per una appartenenza, per una condizione; sia essa di lavoratore integrato, che di richiedente asilo, che di profugo.

Ora basta, davvero basta spargere costantemente il seme dell’odio, della divisione, della frantumazione.

Ribadiamo che ci sono limiti che non possono essere valicati, pena portare il confronto su un piano che una comunità che si rifà ai valori della Costituzione non può tollerare, senza vederne minate le fondamenta.

I firmatari

  • Luca Oliver ACLI del Trentino
  • Sandra Dorigotti ALFID Trento
  • Mario Cossali ANPI del Trentino
  • Andrea La Malfa ARCI del Trentino
  • don Cristiano Bettega, delegato dell’Area Testimonianza e Impegno sociale della Arcidiocesi di Trento
  • Claudio Bassetti CNCA Trentino Alto adige
  • Giorgio Casagranda CSV
  • Massimiliano Pilati FORUM TRENTINO PER LA PACE
  • Fabio Pipinato IPSIA del Trentino
  • Chiara Simoncelli LIBERA TRENTINO 
  • Egon Angeli UISP Comitato Trentino
  • Andrea Grosselli CGIL
  • Michele Bezzi CISL
  • Walter Alotti UIL
  • ACSET- associazione comunità senegalese del Trentino
  • MAMME PER LA PELLE

Per chi vuole sottoscrivere, è aperta petizione su Change.org:

Antifascismo, fondamenta della nostra collettività

Il Forum Trentino per la Pace si unisce alle critiche rivolte ad un articolo comparso il 25 aprile, festa della liberazione dall’occupazione nazista e dal regime fascista,  sulla testata online “La Voce del Trentino”.

Non riporteremo né il titolo né stralci di quelle parole: per quanto non sorprendano particolarmente, ci colpisce però la banalizzazione e l’aggressività palesati in questa occasione. Quanto scritto va direttamente a colpire gli ideali di convivenza, inclusione, cura delle comunità su cui si fonda la nostra Repubblica. Quegli stessi ideali che l’antifascismo di ogni epoca ha incarnato, tutelato e difeso.

La cultura di pace, alla cui promozione il Forum è chiamato a contribuire fin dalla sua fondazione, si riconosce e rispecchia negli ideali dell’antifascismo: guardiamo al passato e leggiamo nelle parole del Presidente Sandro Pertini la profonda connessione tra questi valori collettivi(1)

Pace, libertà e giustizia sociale sono i grandi obiettivi che la lotta della Resistenza ha posto alla base della sua azione, sono i valori sui quali è costruita la nostra Costituzione e la Repubblica, i principi da cui si muovono tutte le nostre azioni: come individui o soggetti collettivi.

Guardiamo al presente e vediamo come il fascismo continui a presentarsi come il pensiero antidemocratico che nutre l’“organizzazione dell’odio”: Carolin Emcke, in un suo libro di qualche anno fa, scriveva “l’odio va affrontato respingendo il suo invito alla fraternizzazione. Chi affronta l’odio con l’odio, infatti, si è già fatto influenzare, deformare da esso. In parole povere, un po’ è già come vorrebbe che fosse coloro che odiano(2).

Quello che troviamo scritto in quell’articolo deve essere respinto del tutto, radicalmente.

Guardiamo al futuro e rinnoviamo un impegno, quello di sempre: di fronteggiare ciò che apre la strada all’odio. 

Il Forum, quindi, si unisce a quanto scritto in questi giorni da Claudio Bassetti, presidente del CNCA del Trentino, e da Stefano Graiff, presidente di Centro Astalli Trento(3): alla costruzione dell’odio, alla paura dell’Altro, è necessario rispondere con tutta la forza delle nostre azioni, insistendo nella costruzione di comunità aperte, attente, capaci di prendersi cura di tutte e di tutti.

Lo abbiamo scritto varie volte, negli ultimi mesi e anni: non possiamo arrenderci al ritorno di un odio generalizzato, alla violenza diffusa, non importa se si manifesta nelle righe di un sito web, nelle aggressioni dei braccianti nel foggiano o nella cieca ottusità di fronte alla necessità di fronteggiare la violenza di genere e quella omobistransfobica.

Tutti questi elementi indicano la parte da cui bisogna stare.

Massimiliano Pilati, Presidente del Forum


(1) http://presidenti.quirinale.it/Pertini/documenti/per_a_insediamento.htm

(2) Carolin Emcke, Contro l’odio, La nave di Teseo, 2017.

(3) Editoriale pubblicato su l’Adige del 27/04/2021.