La rotta balcanica e noi

La rotta balcanica rimane la principale via d’accesso all’Europa per migranti e richiedenti protezione internazionale provenienti dalla Turchia: in quella regione, non trova soluzione la crisi umanitaria in atto, con Governi locali incapaci o privi della volontà di far fronte alla situazione e un’Unione Europea che appare comunque distaccata.

La situazione nei Balcani.

I Balcani sono un passaggio obbligato nella rotta migratoria che dalla Turchia e dalla Grecia porta all’Europa settentrionale e occidentale, reso ancora più inevitabile dalla progressiva chiusura della rotta mediterranea e dall’assenza di passi in avanti verso il superamento del modello della Fortezza Europa

“La rotta balcanica, ufficialmente chiusa dal 2016, in realtà ha continuato ad esistere ed essere attiva, cambiando i Paesi di transito. Così se l’Ungheria ha blindato il confine, le persone hanno intrapreso strade nuove per provare ad arrivare in Europa”.

Così scriveva Francesca Scappini su Atlante delle Guerre e dei Conflitti nel descrivere la rotta balcanica ancora a gennaio scorso.

Questa situazione continua a rimanere tragica: nella regione, sono circa 20mila le persone in stallo, continuamente rimbalzate tra una frontiera e l’altra. Una situazione resa ancora più grave dalla pandemia in atto e dall’uso strumentale che ne viene fatto dai governi della regione: “A Sarajevo la polizia da giorni sta confinando i migranti in un centro di detenzione alla periferia della capitale. Vengono bloccati lungo le strade e trasportati a forza. La prossima settimana analoghi rastrellamenti verranno condotti nell’area di Bihac, al confine con la Croazia”.

A questo aspetto, poi, se ne affianca un altro: i Balcani sono e rimangono una delle regioni più instabili, dal punto di vista geopolitico, del mondo. La loro vicinanza distorce spesso questa percezione ma sappiamo bene quanto gli equilibri tra gli Stati di quella regione siano fragili: la pressione – sociale e politica – e la crisi umanitaria acuiscono le tensioni interne ed esterne agli Stati, aumentando in maniera considerevole attriti mai risolti.

Per rimanere aggiornati su quanto avviene nei Balcani, seguite Lungo la rotta balcanica.

Il ruolo dell’Italia.

L’Italia ha un ruolo diretto in questa emergenza: “il governatore del Friuli Venezia Giulia, la regione italiana che confina con la Slovenia, ha dichiarato che nel 2020 le persone riportate in Slovenia sono state 1.321. Tra gennaio e settembre del 2019, secondo il ministero dell’interno, erano state solo 250”. 

A luglio scorso, nel corso di un’interrogazione parlamentare, l’allora Sottosegretario al Ministero degli Interni Achille Variati, ad una richiesta di chiarimenti circa le pratiche di respingimento informale da parte dell’Italia verso la Slovenia, affermava “le procedure informali di riammissione in Slovenia vengono applicate nei confronti dei migranti rintracciati a ridosso della linea confinaria italo-slovena, quando risulti la provenienza dal territorio sloveno, anche qualora sia manifestata l’intenzione di richiedere la protezione internazionale”. 

In seguito la Ministra dell’Interno Luciana Lamorgese ha fatto marcia indietro dichiarando che solo le persone senza documenti in regola, e non i richiedenti asilo, vengono riportati in Slovenia. Per questi respingimenti, il 18 gennaio 2021 il Viminale è stato condannato dal Tribunale di Roma: la Giudice, nella sua ordinanza, scrive infatti che 

“Lo Stato italiano non avrebbe dovuto dare corso ai respingimenti informali in mancanza di garanzie sull’effettivo trattamento che gli stranieri avrebbero ricevuto [in Croazia, ndr] in ordine al rispetto dei loro diritti fondamentali, primi fra tutti il diritto a non subire trattamenti inumani e degradanti e quello di proporre domanda di protezione internazionale”. 

Non solo: aggiunge che il ministero “era in condizioni di sapere” delle “vere e proprie torture inflitte dalla polizia croata”. A questi profili, poi, si aggiunge la pratica – documentata – dei respingimenti a catena che riportano i migranti e le migranti a ritroso lungo la rotta balcanica.

Allo stesso modo, l’Organizzazione Internazionale sulle Migrazioni (IOM) ancora lo scorso febbraio denunciava i respingimenti e le espulsioni di massa da parte degli Stati membri e dell’Unione Europea ai suoi confini esterni. L’IOM, in particolare, ricorda anche che questo genere di azioni sono proibite dal diritto internazionale ed europeo, condannando “nei termini più forti gli abusi su rifugiati e migranti su qualunque confini”.

Continua la raccolta fondi di Ipsia del Trentino.

Il 17 febbraio Ipsia del Trentino insieme a CGIL del Trentino, Uil del Trentino, CISL del Trentino, Arci del Trentino, Caritas del trentino e ACLI Trentine aps hanno dato vita a SOS Bosnia – raccolta fondi per la rotta balcanica.

L’appello è rivolto alla cittadinanza trentina e ha lo scopo di sostenere i migranti e le migranti che si trovano in condizioni disumane lungo tutta la rotta balcanica.

La somma raccolta verrà usata per realizzare cinque ricoveri temperati lungo la rotta balcanica che potranno ospitare al massimo 50 persone ciascuno (100 in periodo no COVID). Qui profughi e rifugiati potranno ripararsi dalle intemperie e ricevere un primo ristoro.

Bosnia ed Erzegovina: Karadžić e le sabbie mobili

Mercoledì 18 maggio ore 18.00, presso Le Gallerie – Piedicastello il Forum trentino per la pace e i diritti umani e l’Associazione 46° parallelo vi invitano all’incontro Bosnia ed Erzegovina: Karadžić e le sabbie mobili“, per riflettere sulla situazione in Bosnia ed Erzegovina a un mese dalla condanna di Radovan Karadžić per genocidio, per capire come e se la più grave strage di cui l’Europa è stata testimone dopo la seconda guerra mondiale, ha cambiato questo paese e la sua società.

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Ricordando Alex Langer e Srebrenica

Il 3 luglio 1995 moriva Alex Langer. L’11 luglio dello stesso anno avveniva il massacro di Srebrenica in cui furono uccise oltre 8.000 persone (cifre ufficiose parlano di 10.000).

Per ricordare le disastrose e disumane conseguenze della divisione e l’uomo che invece ha scritto il Tentativo di decalogo per la convivenza inter-etnica, il Forum partecipa a due giornate di eventi in ricordo del politico, scrittore, intellettuale a vent’anni dalla sua scomparsa:

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SEMPREVERDI Rassegna di editoria, cultura e libri d’occasione

Il 15 e il 16 dicembre La Fondazione Museo storico del Trentino invita a

SEMPREVERDI. Rassegna di editoria, cultura e libri d’occasione 

Un’occasione di incontro con i libri e i loro autori: libri da scoprire, da acquistare e da regalare, autori da conoscere, da interrogare e da ascoltare. Una rassegna  per conoscere la produzione editoriale della FMST e per approfondire, attraverso momenti di discussione e d’intrattenimento, gli argomenti trattati.

Per il programma clicca QUI

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“Furbetti” afgani sull’Isonzo

-di Emanuele Giordana – 


Erano stipati come polli di batteria in una vecchia concessionaria di auto di Gorizia gli oltre un cento di migranti afgani e pachistani che sono stati trasferiti con un blitz ieri mattina alla volta di Milano, dove la prefettura avrebbe trovato un rimedio forse più consono per gente in fuga dalla guerra.

Se qualcosa si è mosso in queste ore nella rimessa che abbiamo visitato alla viglia del blitz (gli afgani erano lì dal 23 ottobre dopo mesi di un’emergenza che li ha visti accampati prima in una tendopoli e ancor prima lungo l’Isonzo) il merito è forse della Caritas locale e del prefetto di Gorizia. Quest’ultimo infatti ha pensato bene di uscirsene con una di quelle frasi che hanno ormai una lunga tradizione nel nostro Paese: «Questi non son profughi – ha detto Vittorio Zappalorto rappresentante di Alfano nella città friulana – sono semplicemente furbi. E la commissione territoriale per richiedenti protezione internazionale dovrebbe capire una volta per tutte il gioco che stanno facendo. Eviterebbe anche di far spendere un sacco di soldi».

Articolo tratto dal blog Great Game
La foto è di Monika Bulaj

-di Emanuele Giordana – 

Erano stipati come polli di batteria in una vecchia concessionaria di auto di Gorizia gli oltre un cento di migranti afgani e pachistani che sono stati trasferiti con un blitz ieri mattina alla volta di Milano, dove la prefettura avrebbe trovato un rimedio forse più consono per gente in fuga dalla guerra.

 
Se qualcosa si è mosso in queste ore nella rimessa che abbiamo visitato alla viglia del blitz (gli afgani erano lì dal 23 ottobre dopo mesi di un’emergenza che li ha visti accampati prima in una tendopoli e ancor prima lungo l’Isonzo) il merito è forse della Caritas locale e del prefetto di Gorizia. Quest’ultimo infatti ha pensato bene di uscirsene con una di quelle frasi che hanno ormai una lunga tradizione nel nostro Paese: «Questi non son profughi – ha detto Vittorio Zappalorto rappresentante di Alfano nella città friulana – sono semplicemente furbi. E la commissione territoriale per richiedenti protezione internazionale dovrebbe capire una volta per tutte il gioco che stanno facendo. Eviterebbe anche di far spendere un sacco di soldi».
 

La reazione è commisurata alla leggerezza del rappresentante dello Stato. La responsabile del Centro italiani rifugiati, che sulla rimessa dormitorio ha in

viato un dossier a Roma, si fa sentire. L’Alto commissarito dell’Onu prepara una missione, le associazioni si muovono con Tenda per la pace e i diritti che chiama i giornalisti e avvisa Human Rights Watch. Ma laCaritas, anche per il peso che ha nella regione, riesce a bucare il silenzio che circonda la scomoda presenza dei “furbi” che, a detta del prefetto, sarebbero stranieri che provengono da altri Paesi Ue «…dotati di carte di credito che la maggior parte della gente si sogna…. si spostano in aereo, atterrano a Venezia e poi vengono a Gorizia a mettersi in fila per il rilascio dell’asilo politico». Don Paolo Zuttion, direttore della Caritasdiocesana, risponde al prefetto dalle colonne de “Il Piccolo”: «Un furbetto non viene a bere acqua nell’Isonzo»: un’ironia che nasconde la preoccupazione che frasi del genere possano «vanificare il lavoro della Caritas e dei tanti volontari che stanno mettendo a disp
 osizione il loro tempo libero per aiutare i migranti e dar loro un riparo». In effetti a occuparsi dei furbetti con carta di credito che vivono nell’autorimessa ci sono tre giovani universitari che si sono improvvisati volontari. Non li vediamo quando raggiungiamo l’ex garage ma in compenso arriva un signore in automobile che scarica vestiti puliti. E’ la reazione civile alle analisi di Zappalorto.
Il capannone è nella zona commerciale periferica della città: uno stanzone forse di 200 metri quadri dove stanno stipati in oltre cento, forse centoventi. Non c’è una finestra e per far uscire il forte odore si tengono le porte spalancate. Per fortuna, visto che all’interno non c’è nemmeno un estintore (dalle placche alle pareti si capisce che ce n’erano almeno cinque quando da salvaguardare erano le automobili). Fuori ce ne sono due ma nessuno ha spiegato come utilizzarli. Nell’ex autorimessa, che il proprietario affitta adesso alla prefettura per alloggiare i migranti, di bagni ce n’è uno solo accanto a una catasta di materassi e lenzuola sporche perché evidentemente la pensione non prevede il cambio. Fuori sette cessi ecologici ma due son rotti. Sulla fila di brandine attaccate l’una all’altra, le facce smagrite di pashtun dell’Est afgano, di gente delle aree tribali pachistane, di un paio di curdi. Hanno una sola coperta sotto alcuni generatori di calore che scaldano poco ma, per fortuna, il tempo è clemente. Nessuno di loro emette una sola nota di protesta: «Vengo da un Paese povero ma da noi non si vive in queste condizioni – azzarda uno di loro che subito si corregge – però certo qui è meglio che nel bosco». Un altro si affretta a chiarire: «Scriva che i soldi spesi per noi non ci arrivano direttamente in tasca. La gente di Gorizia pensa che abbiamo casa e denaro dal governo ma non è così. Non siamo venuti per approfittarci degli italiani». Un’eco alle parole del prefetto. 

Parlano volentieri, ci offrono il tè, non si offendono se la macchina fotografica indaga, con la nostra penna, le loro sofferenze. Uno di loro è un ex militare nella zona di Torkham, al passo di Khyber: «I talebani volevano che io riferissi ogni giorno su quel che avveniva alla frontiera. Se ti rifiuti, mi hanno detto, è meglio che te ne vai o ci lasci la vita. Ecco perché son qui». Un altro ammette, viene da Londra dove viveva da clandestino: «Perché me ne sono andato dall’Afghanistan? Se sei stato in quel Paese sai perché. Vogliamo vivere in pace non ne possiamo più di questa guerra che non finisce mai». Un altro aggiunge: «Spiegalo ai tuoi lettori: in Afghanistan e in Pakistan c’è la guerra. Non è finita, siete solo voi che ve ne state andando». La guerra rimane. 

Articolo tratto dal blog di Emanuele Giordana Great Game
La foto è di Monika Bulaj