Scarpe allacciate: dagli studenti trentini lezioni di convivenza

Nell’anno scolastico 2014/2015, mentre “i viaggi della speranza” dalla Libia verso l’Italia assumono contorni sempre più drammatici, gli studenti del Liceo “Leonardo Da Vinci” di Trento decidono di impegnarsi in un progetto per favorire l’incontro, il dialogo e il confronto con i richiedenti protezione internazionale accolti in Trentino. L’iniziativa, realizzata con il sostegno dell’associazione “Il Conto dei Sogni” e con il contributo del Cinformi della Provincia autonoma di Trento, si chiama “Scarpe allacciate”.

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Scarpe allacciate: dagli studenti trentini lezioni di convivenza

Nell’anno scolastico 2014/2015, mentre “i viaggi della speranza” dalla Libia verso l’Italia assumono contorni sempre più drammatici, gli studenti del Liceo “Leonardo Da Vinci” di Trento decidono di impegnarsi in un progetto per favorire l’incontro, il dialogo e il confronto con i richiedenti protezione internazionale accolti in Trentino. L’iniziativa, realizzata con il sostegno dell’associazione “Il Conto dei Sogni” e con il contributo del Cinformi della Provincia autonoma di Trento, si chiama “Scarpe allacciate”.

Messico: il massacro degli studenti

– Michela Giovannini –

Articolo tratto da unimondo.org

I fatti accaduti recentemente nello stato di Guerrero, sebbene vengano liquidati da più parti come questioni legate esclusivamente a poliziotti conniventi con la criminalità organizzata (si veda ad esempio la superficialità di questo articolo di Repubblica on-line), sono un esempio eclatante degli stretti legami esistenti tra classe politica, forze dell’ordine e criminalità organizzata in Messico.

Un veloce riepilogo dei fatti: nella notte tra il 26 e il 27 settembre nella città di Iguala due diversi attacchi da parte della polizia municipale e bande armate legate ai narcos lasciano 6 morti, 25 feriti di cui due in gravi condizioni, e 57 desaparecidos. Dei morti, tre sono studenti della Escuela Normal Rural di Ayotzinapa, che assieme ad altri loro compagni si erano recati a raccogliere fondi e stavano rientrando a bordo di vari autobus che avevano occupato.

Foto del Centro de Derechos Humanos de la Montaña Tlachinollan

– Michela Giovannini –

Articolo tratto da unimondo.org

I fatti accaduti recentemente nello stato di Guerrero, sebbene vengano liquidati da più parti come questioni legate esclusivamente a poliziotti conniventi con la criminalità organizzata (si veda ad esempio la superficialità di questo articolo di Repubblica on-line), sono un esempio eclatante degli stretti legami esistenti tra classe politica, forze dell’ordine e criminalità organizzata in Messico.

Un veloce riepilogo dei fatti: nella notte tra il 26 e il 27 settembre nella città di Iguala due diversi attacchi da parte della polizia municipale e bande armate legate ai narcos lasciano 6 morti, 25 feriti di cui due in gravi condizioni, e 57 desaparecidos. Dei morti, tre sono studenti della Escuela Normal Rural di Ayotzinapa, che assieme ad altri loro compagni si erano recati a raccogliere fondi e stavano rientrando a bordo di vari autobus che avevano occupato. I fondi sarebbero serviti per la partecipazione all’annuale marcia del 2 ottobre, data in cui si ricorda il massacro di Tlatelolco a Città del Messico, dove nel 1968 vennero uccisi più di 300 studenti. Anche i desaparecidos sono tutti studenti, sebbene il numero scenderà a 43 nei giorni immediatamente successivi all’agguato, visto che molti si erano nascosti per paura di ulteriori rappresaglie. Gli altri tre morti sembrano “accidentali”: si ipotizza uno scambio di bersaglio, dato che nel secondo attacco viene preso di mira un autobus che trasportava una squadra di calcio giovanile. 7 milioni di giovani non studia né lavora per mancanza di una qualsiasi opportunità.

I fatti di Iguala hanno scatenato un’ondata di reazioni in tutto il paese e anche all’estero, e l’8 ottobre si sono svolte manifestazioni in varie città messicane, latinoamericane, statunitensi ed europee, per esigere il ritrovamento degli studenti scomparsi e denunciare le responsabilità del governo statale e federale: “li avete presi vivi, li rivogliamo vivi”, si leggeva su numerosi cartelli in varie parti del mondo. Lo stesso giorno a San Cristóbal de las Casas sono scese in piazza più di 20 mila basi d’appoggio zapatiste, che hanno marciato in silenzio per esprimere il loro dolore di fronte ai fatti di Ayotzinapa, e mostrare ancora una volta che, dietro ai loro passamontagna, ci sono persone che continuano una resistenza ed una lotta che trascendono i confini del Chiapas.

Secondo il vescovo Raúl Vera quanto successo si inscrive in una strategia di criminalizzazione del dissenso e di vero e proprio massacro di chi è impegnato nelle lotte sociali. Secondo il religioso si tratta di vere e proprie tattiche di terrorismo di stato, che hanno antecedenti nel massacro di Acteal, o nella repressione avvenuta nel 2006 a San Salvador Atenco, zona “calda” per l’opposizione di varie organizzazioni locali al progetto del nuovo aeroporto (recentemente tornato in auge). Vera sottolinea come la crudeltà accomuni questi crimini: nel 1997 ad Acteal 45 persone di etnia tsotsil, uomini e donne, bambini e bambine, vennero massacrate a sangue freddo da un gruppo di paramilitari, protetti da esercito regolare e polizia, mentre stavano pregando in una chiesa. Ad Atenco, quando era governatore l’attuale presidente del Messico Enrique Peña Nieto, e durante il passaggio della Otra Campaña zapatista, si verificarono gravi abusi: due morti, centinaia di detenzioni arbitrarie e violenze sessuali su almeno 26 donne ad opera della polizia.  Vera denuncia: “non sappiamo dove finiscano i cartelli dei narcos e dove cominci il crimine organizzato che sta nella struttura politica e negli apparati di giustizia. Siamo stanchi di questa spaventosa connivenza.”  Anche Alejandro Solalinde, attivo nella protezione dei migranti dal crimine organizzato e già minacciato di morte, denuncia che non si tratta di questioni legate ai cartelli del narcotraffico, ma della vera e propria politica dello stato: “questi giovani non erano narcos o terroristi, erano studenti, ma per lo Stato tutti quelli che dissentono sono terroristi. Al governo le Escuelas Normales Rurales causano irritazione, per questo devono sempre subire retate, persecuzioni e ordini di chiusura”.

Nel frattempo continuano a susseguirsi notizie sul ritrovamento di fosse comuni, ma ancora non è dato sapere se i resti siano quelli degli studenti o di vittime di regolamenti di conti nell’ambito delle guerre tra cartelli, pratica piuttosto diffusa in tutto il paese, soprattutto negli stati più colpiti dal fenomeno del narcotraffico. Un gruppo di periti forensi argentini, riconosciuto dagli stessi familiari dei desaparecidos, è stato incaricato di portare a termine esami sul DNA dei corpi ritrovati nelle fosse clandestine per verificarne la compatibilità con quello degli studenti scomparsi. Ad oggi, tuttavia, i periti non hanno ancora avuto accesso all’area delle indagini.

Anche Amnesty International denuncia il fatto che le famiglie degli scomparsi debbano subire le conseguenze di un’inchiesta giudiziaria “caotica e ostile”. Esperti di diritti umani delle Nazioni Unite affermano che questa è considerata come una prova del fuoco per il Messico in materia di diritti umani e che fatti simili non possono essere tollerati in uno stato di diritto. Puntano il dito contro l’impunità che in Messico ha caratterizzato fino ad ora i casi di sparizioni forzate, esecuzioni extragiudiziali e torture. In questo senso, è lunga e tortuosa la strada che al Messico resta ancora da percorrere e troppe circostanze testimoniano come il massacro di Iguala non sia semplicemente un affare di narcos. Questo, come ha scritto La Jornada, è un crimine di Stato.

Foto del Centro de Derechos Humanos de la Montaña Tlachinollan

Afghanistan, infine il dopo Karzai: governo bicefalo, cittadini disillusi

Giuliano Battiston

Lunedì 29 settembre si chiuderà il sipario sul lungo governo di Hamid Karzai, al potere dal 2001. Al suo posto, nell’ampia residenza dell’Arg, il palazzo presidenziale di Kabul, si insedierà Ashraf Ghani, la cui nomina verrà suggellata con una cerimonia solenne ma meno festosa del previsto. Gli afghani e la comunità internazionale avrebbero voluto celebrare “il primo trasferimento pacifico e democratico di potere nella storia recente” del paese centroasiatico, ma le cose non sono andate per il verso giusto. La transizione è avvenuta in modo perlopiù pacifico (per gli standard afghani), ma tutt’altro che democratico (perfino per quegli standard).

Da Reset-Dialogues on Civilizations

Giuliano Battiston

Lunedì 29 settembre si chiuderà il sipario sul lungo governo di Hamid Karzai, al potere dal 2001. Al suo posto, nell’ampia residenza dell’Arg, il palazzo presidenziale di Kabul, si insedierà Ashraf Ghani, la cui nomina verrà suggellata con una cerimonia solenne ma meno festosa del previsto. Gli afghani e la comunità internazionale avrebbero voluto celebrare “il primo trasferimento pacifico e democratico di potere nella storia recente” del paese centroasiatico, ma le cose non sono andate per il verso giusto. La transizione è avvenuta in modo perlopiù pacifico (per gli standard afghani), ma tutt’altro che democratico (perfino per quegli standard). Ashraf Ghani, ex ministro delle Finanze e rettore dell’università di Kabul, già alto funzionario della Banca mondiale e docente in prestigiose università degli Stati Uniti, è il nuovo presidente della Repubblica islamica d’Afghanistan, ma nessuno può dire con certezza quanto abbiano contribuito le frodi nel determinare la sconfitta dello sfidante, l’ex ministro degli Esteri Abdullah Abdullah.

Dalle urne al negoziato politico

Più che il legittimo risultato del voto, l’elezione di Ashraf Ghani è infatti il frutto di un lungo e defatigante negoziato politico che si è protratto per mesi. Subito dopo il ballottaggio del 14 giugno, Abdullah Abdullah ha denunciato le frodi su “scala industriale” che sarebbero state commesse a suo danno con la complicità di alcuni esponenti della Commissione elettorale indipendente, i quali avrebbero aiutato il tecnocrate Ghani a recuperare il distacco del primo turno, quando tra otto candidati Abdullah Abdullah ottenne il 45% dei voti (2 milioni e 970mila), e Ghani soltanto il 31.5% (circa 2 milioni). All’annuncio dei risultati preliminari del ballottaggio – che attribuivano a Ghani 1 milione di voti in più rispetto ad Abdullah – l’ex consigliere del comandante Massud ha pensato di forzare la mano, mobilitando i suoi sostenitori, organizzando proteste, manifestazioni, picchetti per le strade di Kabul, mentre alcuni membri del suo staff lasciavano trapelare l’ipotesi minacciosa di un governo parallelo e, quindi, di una frattura del paese per linee etniche (tagiki versus pashtun), preludio di una nuova guerra civile.

Abdullah è così riuscito a ottenere il riconteggio totale dei voti, sotto la supervisione delle Nazioni Unite, mentre l’eventualità di un nuovo conflitto ha allarmato la Casa Bianca e il Dipartimento di Stato: il 12 luglio il segretario di Stato Usa John Kerry è stato inviato a Kabul, dove ha messo subito le cose in chiaro. Senza un accordo politico, ha sostenuto Kerry, gli Stati Uniti avrebbero interrotto ogni forma di sostegno – finanziario e militare – all’Afghanistan, la cui economia si regge prevalentemente sugli aiuti internazionali. L’8 agosto Kerry è tornato nella capitale afghana, dove ha presieduto alla firma di un accordo preliminare per un governo di unità nazionale. Da allora e fino a sabato 20 settembre Abdullah Abdullah e Ashraf Ghani hanno litigato sulla spartizione del potere. Il primo, convinto di essere stato frodato, chiedeva di più; il secondo, certo di essere eletto presidente, recalcitrante a cedere fette di potere. Domenica 21 settembre finalmente hanno trovato l’intesa e firmato un nuovo, definitivo accordo di 4 pagine, sotto gli occhi di Jan Kubis, rappresentante della missione Onu in Afghanistan (a breve lascerà l’incarico a Nicholas Haysom), dell’ambasciatore statunitense a Kabul, James Cunningham, e del presidente uscente Hamid Karzai. Davanti alle telecamere, si sono detti tutti soddisfatti, ma al di là delle rituali frasi di convenienza rimangono molte incognite.

Cosa prevede il governo di unità nazionale

Nelle 4 pagine firmate da Abdullah e Ghani sotto gli occhi scrupolosi dei partner internazionali si delinea infatti un futuro istituzionale anomalo e precario, perché legato a un governo bicefalo. Il presidente rimane sulla carta la più alta autorità del paese, ma accanto a lui l’accordo introduce una nuova figura istituzionale, quella del Chief Executive Officer (Ceo), che verrà nominato durante la cerimonia per l’insediamento del nuovo presidente e che avrà i poteri di “un primo ministro”. Se al presidente spetta presiedere il Gabinetto di governo (Kabina), con il compito di determinare le scelte strategiche, al Ceo spetta la presidenza di un nuovo organo, il Consiglio dei ministri (Shura-e-Waziran), che ha il compito di monitorare e realizzare le scelte del Gabinetto. Abdullah ha ottenuto inoltre che le nomine più importanti siano divise equamente tra il presidente e il “primo ministro”. Secondo alcune indiscrezioni, i ministri dell’Interno e delle Finanze verranno scelti da Ghani, mentre quelli della Difesa e degli Esteri da Abdullah. Il negoziato politico ha dunque prodotto un prototipo sperimentale di ingegneria istituzionale, che riduce i rischi sul breve periodo ma che rischia di produrne molti in futuro.

Non a caso, tra gli analisti si è aperto il balletto delle previsioni. C’è chi scommette che un simile governo, soggetto a spinte centrifughe prima ancora di essere inaugurato, duri poco. Chi teme, come Scott Smith, direttore dei programmi su Afghanistan e Asia centrale per lo U.S. Institute of Peace, che finisca per “istituzionalizzare la rivalità che ha paralizzato l’Afghanistan nel corso dei mesi passati”, rendendo più difficile quelle riforme nel campo della governance di cui il paese ha disperato bisogno. Chi si dice convinto che le agende politiche di Abdullah e Ghani siano talmente diverse da risultare incompatibili, tanto più nei prossimi mesi, quando verranno meno gli ingenti aiuti finanziari degli stranieri grazie ai quali Karzai si è assicurato negli anni la stabilità politica interna. E c’è infine chi ricorda la sfida più importante che il governo “Ghanidullah” – come è stato ironicamente battezzato – dovrà affrontare: riconquistare la fiducia degli elettori.

Cittadini disillusi

Nel suo primo discorso dopo l’annuncio della vittoria, Ghani ha insistito nel dire che l’accordo trovato con Abdullah non riflette una semplice spartizione del potere, che l’estenuante negoziato rinforza l’unità nazionale ed esclude rischi potenziali di frammentazione interna. Ma più che l’unità nazionale, ad uscire rinforzata da mesi di discussioni, pugni sui tavoli, negoziati notturni, conferenze stampa incrociate, è la disillusione degli afghani. In molti si sono recati alle urne per voltare pagina, per archiviare la lunga parentesi del governo Karzai, per reclamare istituzioni stabili ed efficienti, invocando il primato del voto e della volontà popolare sugli accordi di palazzo di una leadership corrotta e predatoria. A distanza di mesi, si ritrovano con un governo nuovo, sì, ma frutto della forma più antica e meno nobile della politica: la spartizione del potere, negoziata a porte chiuse e imposta dall’esterno.

Da Reset-Dialogues on Civilizations

art.11: l’Italia ripudia la guerra (…ma non il mercato della guerra)

Tratto da Sentire – Scandali sotto il sole

 

– C. Perer –

E’ una foto di un grande artista come Steve McCurry,  a ricordarci il problema. Anche il Papa lo ha detto spesso le guerre esistono intanto-inquanto esiste il mercato delle armi. E non si dica: banale constatazione. Se solo smettessimo di produrle forse non finirebbe la triste lotta dell’uomo contro l’uomo, ma almeno sarebbe una lotta ad armi pari: sassi e bastoni come profetizzò Albert Einstein immaginando la terza guerra mondiale. Che invece si sta già combattendo qua e là con droni, armi elettroniche degne di un video-game. E l’Italia che fa? Produce e vende, poi magari esprime anche un alto commissario Ue per la difesa che andrà a parlare di pace e di come far finire le guerre.

L’Italia nella sua costituzione ripudia la guerra …non ripudia però il mercato della guerra. Vende anche a chi non ha un pezzo di pane sotto i denti. Le forze armate del Ciad, uno dei paesi più poveri del continente africano, stanno infatti per ricevere dall’azienda italiana Alenia Aermacchi (gruppo Finmeccanica) un nuovo esemplare dell’aereo di trasporto tattico C-27J “Spartan”. In questi giorni, il velivolo da guerra sta effettuando gli ultimo test di volo dall’aeroporto di Torino Caselle; un altro C-27J è stato consegnato al Ciad nel dicembre 2013. Per i due velivoli, il regime di N’Djamena ha sborsato più di 106 milioni di dollari; l’accordo con Alenia Aermacchi prevede la fornitura di un anno di supporto logistico, di parti di ricambio per due anni, due kit di protezione balistica, un kit di ricerca e soccorso e uno di evacuazione medica.

Lo “Spartan” è in grado di effettuare molteplici missioni militari tra cui il trasporto truppe, merci e sanitario, il lancio di materiali e di paracadutisti, il supporto alle operazioni di protezione civile. Può imbarcare sino a 11 tonnellate di carico (compresi 60 militari o 46 paracadutisti), ha una velocità di crociera di 583 Km/h e un raggio d’azione compreso tra i 4.260 e i 5.926 Km, a secondo del carico trasportato.

Il Ciad è il secondo paese africano dopo il Marocco ad acquistare il velivolo di Alenia Aermacchi. I C-27J sostituiranno la coppia di Antonov An-26 di produzione russa entrati in servizio nel 1989. Grazie ai nuovi velivoli da trasporto made in Italy, le forze armate del Ciad potranno estendere il loro raggio d’azione sino al Mediterraneo o all’equatore, coprendo un’area dell’Africa caratterizzata dai sempre più numerosi conflitti.

E uno dei più grossi accordi di fornitura venne siglato da mister Mario Monti con il Qatar. Do you remember?

(in collaborazione con Antonio Mazzeo)

21 settembre 2014

Da Giornale Sentire

E’ una foto di un grande artista come Steve McCurry,  a ricordarci il problema. Anche il Papa lo ha detto spesso le guerre esistono intanto-inquanto esiste il mercato delle armi. E non si dica: banale constatazione. Se solo smettessimo di produrle forse non finirebbe la triste lotta dell’uomo contro l’uomo, ma almeno sarebbe una lotta ad armi pari: sassi e bastoni come profetizzò Albert Einstein immaginando la terza guerra mondiale. Che invece si sta già combattendo qua e là con droni, armi elettroniche degne di un video-game. E l’Italia che fa? Produce e vende, poi magari esprime anche un alto commissario Ue per la difesa che andrà a parlare di pace e di come far finire le guerre.

L’Italia nella sua costituzione ripudia la guerra …non ripudia però il mercato della guerra. Vende anche a chi non ha un pezzo di pane sotto i denti. Le forze armate del Ciad, uno dei paesi più poveri del continente africano, stanno infatti per ricevere dall’azienda italiana Alenia Aermacchi (gruppo Finmeccanica) un nuovo esemplare dell’aereo di trasporto tattico C-27J “Spartan”. In questi giorni, il velivolo da guerra sta effettuando gli ultimo test di volo dall’aeroporto di Torino Caselle; un altro C-27J è stato consegnato al Ciad nel dicembre 2013. Per i due velivoli, il regime di N’Djamena ha sborsato più di 106 milioni di dollari; l’accordo con Alenia Aermacchi prevede la fornitura di un anno di supporto logistico, di parti di ricambio per due anni, due kit di protezione balistica, un kit di ricerca e soccorso e uno di evacuazione medica.

Lo “Spartan” è in grado di effettuare molteplici missioni militari tra cui il trasporto truppe, merci e sanitario, il lancio di materiali e di paracadutisti, il supporto alle operazioni di protezione civile. Può imbarcare sino a 11 tonnellate di carico (compresi 60 militari o 46 paracadutisti), ha una velocità di crociera di 583 Km/h e un raggio d’azione compreso tra i 4.260 e i 5.926 Km, a secondo del carico trasportato.

Il Ciad è il secondo paese africano dopo il Marocco ad acquistare il velivolo di Alenia Aermacchi. I C-27J sostituiranno la coppia di Antonov An-26 di produzione russa entrati in servizio nel 1989. Grazie ai nuovi velivoli da trasporto made in Italy, le forze armate del Ciad potranno estendere il loro raggio d’azione sino al Mediterraneo o all’equatore, coprendo un’area dell’Africa caratterizzata dai sempre più numerosi conflitti.

E uno dei più grossi accordi di fornitura venne siglato da mister Mario Monti con il Qatar. Do you remember? – See more at: http://www.giornalesentire.it/article/italia-ratifica-trattato-internazionale-sul-commercio-di-armi.html#sthash.mFxJMxvw.dpuf

Afghanistan, accordo sulla presidenza a Ghani

– Francesco Semprini –
Giunge finalmente a conclusione il processo elettorale iniziato il 14 giugno scorso: «La Commissione ha verificato in base ai voti espressi che Ghani è il nuovo presidente e Abdullah il Chief executive del futuro governo». Ma la pacificazione è lontana, e l’instabilità è grande.

L’accordo c’è, la pacificazione è lontana. Un timido progresso sul futuro dell’Afghanistan è giunto ieri con la firma di un’intesa da parte dei due candidati del ballottaggio presidenziale del 14 giugno, Abdullah Abdullah e Ashraf Ghani, per la costituzione, una volta annunciato il nome del successore di Hamid Karzai, di un governo di unità nazionale guidato da un presidente e da un «Chief Executive». Questa la notizia giunta nel corso di una sofferta alba domenicale, a cui ha fatto seguito, nel giro di poche ore, l’annuncio del vincitore da parte della Commissione elettorale indipendente (Iec). E’ l’ex ministro delle Finanze, Ghani appunto, che succede così ad Hamid Karzai nel primo trasferimento democratico dei poteri presidenziali della recente storia afghana. 

Tratto da La Stampa

 

– Francesco Semprini –

Giunge finalmente a conclusione il processo elettorale iniziato il 14 giugno scorso: «La Commissione ha verificato in base ai voti espressi che Ghani è il nuovo presidente e Abdullah il Chief executive del futuro governo». Ma la pacificazione è lontana, e l’instabilità è grande.

L’accordo c’è, la pacificazione è lontana. Un timido progresso sul futuro dell’Afghanistan è giunto ieri con la firma di un’intesa da parte dei due candidati del ballottaggio presidenziale del 14 giugno, Abdullah Abdullah e Ashraf Ghani, per la costituzione, una volta annunciato il nome del successore di Hamid Karzai, di un governo di unità nazionale guidato da un presidente e da un «Chief Executive». Questa la notizia giunta nel corso di una sofferta alba domenicale, a cui ha fatto seguito, nel giro di poche ore, l’annuncio del vincitore da parte della Commissione elettorale indipendente (Iec). E’ l’ex ministro delle Finanze, Ghani appunto, che succede così ad Hamid Karzai nel primo trasferimento democratico dei poteri presidenziali della recente storia afghana. 

«La Commissione ha verificato in base ai voti espressi che Ghani é il nuovo presidente e Abdullah il “Chief executive” del futuro governo», ha detto il presidente della Ies, Ahmad Yousaf Nuristani, ringraziando gli afghani per la partecipazione al processo elettorale. Sembra che Ghani abbia incassato circa 750 mila voti in più del suo avversario, sebbene si taccia sulla cifra ufficiale. L’accordo, assai complesso, sblocca almeno in questa prima fase, un’impasse che dura da mesi e che ha visto Abdullah accusare brogli nel corso della tornata elettorale. Tanto che la Iec ha dovuto procedere a una verifica degli 8,1 milioni di voti espressi nel ballottaggio.

Uno sblocco per il quale è stato determinante l’intercessione del segretario di Stato Usa, John Kerry, e il lavoro delle Nazioni Unite attraverso la missione in Iraq (Unama). L’intesa raccoglie il plauso del Palazzo di Vetro, della Casa Bianca, e di Kerry che ora auspica l’avvio di riforme. Ma in realtà cosa potrebbe celare questa timido progresso? E soprattutto, quanto manca ancora alla pacificazione del Paese? Ne abbiamo parlato con alcune fonti che operano in Afghanistan, secondo cui il rischio è, al di là dei proclami, una ingovernabilità di fatto. 

La formula del «Chief Executive» non ha mai riscosso grande simpatie, anche perché occorre capire quali poteri avrà e che differenza ci sarà con il presidente. Tanto è vero che Abdullah non ha riconosciuto il risultato elettorale con la vittoria di Ghani (data per certa), sino a quando non si è arreso dinanzi a un pragmatico ragionamento. Il punto è che alcuni grandi finanziatori dell’ex ministro degli Esteri impedivano la firma «previa concessione di alcune misure e garanzie a loro favorevoli». Forse queste sono arrivate, ma se non dovessero essere rispettate? L’ostruzionismo diverrebbe antagonismo nei confronti del governo. Tutto questo rischia di influire sulla firma dell’accordo bilaterale con gli Usa e altri Paesi per mantenere parte dei contingenti Isaf. L’Italia che sembrava si mantenesse sugli 800 militari, sembra essere disposta ora, secondo i piani del ministro della Difesa Roberta Pinotti, a lasciarne appena 200, a fronte dei 300 della Spagna, mentre gli Usa puntano sui 9 mila. «Ma a pesare sulla scelta degli italiani e degli spagnoli – spiegano le fonti – è la decisione americana di rimanere o meno nelle province occidentali». 

In caso di alleggerimento in quella regione i contingenti europei sarebbero troppo scoperti e potrebbero decidere di non rimanere. Nel frattempo le condizioni di sicurezza del Paese sono peggiorate: i taleban, fanno la voce grossa, e promettono di scatenare tutta la loro potenza di fuoco una volta avviato il ritiro parziale, mentre nel frattempo non lesinano attentati a obiettivi istituzionali e truppe straniere. L’esercito afghano, perde circa 400 uomini al mese, e «chiede la licenza di uccidere – ci rivelano le fonti – altrimenti sarebbero loro ad essere uccisi, o i taleban immediatamente scarcerati dai giudici». Questo implica che il sistema giudiziario è inaffidabile, viene da chiedersi, finanche corrotto in certi casi. 

E tutto questo mentre le vittime civili sono aumentate del 15% nei primi otto mesi del 2014, rispetto allo stesso periodo dell’anno precedente, come rivela il rappresentante speciale del segretario generale dell’Onu in Afghanistan, Jan Kubis. Parlando dinanzi ai membri del Consiglio di Sicurezza Onu, Kubis ha aggiunto che gli incidenti sul campo, divenuti la causa principale delle vittime civili, hanno causato 2.312 morti e 4.533 feriti. Nel complesso fra gennaio ed agosto vi è stato un aumento, rispetto ai primi otto mesi del 2013, del 16% di donne e del 24% di bambini uccisi o feriti. In un contesto di questo genere, il passo in avanti compiuto con la firma per il governo del Paese, pur facendo ben sperare, appare ancora più timido. E vien da chiedersi: ma esiste davvero un futuro e una coscienza di pacificazione nei destini dell’Afghanistan in perenne conflitto?

Tratto da La Stampa

Lento scivolare verso il basso

Massimiliano Pilati
«È così che accade. Si scivola lentamente, un passo alla volta verso il basso. Quasi senza accorgersene. Per poi, magari, chiedersi: ma chi è stato? Come abbiamo fatto?». Inizia così l’editoriale di Ugo Morelli sul Corriere del Trentino di giovedì a commento delle uscite per affossare il disegno di legge contro l’omofobia.
In molti sono pronti a dire che «l’omofobia in Trentino non esiste», a dire che «ci sono cose molto più importanti in questa fase». È di ieri il no dell’assessora alla cultura di Lavis per uno spettacolo dove vi è un bacio saffico (sul collo). Un no giustificato usando queste parole: «La sessualità normale è tra maschio e femmina. Se noi parliamo della sessualità tra femmina e femmina non siamo più nella normalità».

Da “Il Corriere del Trentino” del 6 settembre 2014

Massimiliano Pilati

«È così che accade. Si scivola lentamente, un passo alla volta verso il basso. Quasi senza accorgersene. Per poi, magari, chiedersi: ma chi è stato? Come abbiamo fatto?». Inizia così l’editoriale di Ugo Morelli sul Corriere del Trentino di giovedì a commento delle uscite per affossare il disegno di legge contro l’omofobia.
In molti sono pronti a dire che «l’omofobia in Trentino non esiste», a dire che «ci sono cose molto più importanti in questa fase». È di ieri il no dell’assessora alla cultura di Lavis per uno spettacolo dove vi è un bacio saffico (sul collo). Un no giustificato usando queste parole: «La sessualità normale è tra maschio e femmina. Se noi parliamo della sessualità tra femmina e femmina non siamo più nella normalità».
Sono piccole cose — si dirà — commenti solo personali, uscite provocatorie. Ma una piccola esternazione aggiunta all’altra rischiano di fare abitudine e nuovamente tornano le parole di Morelli: «Si scivola lentamente, un passo alla volta verso il basso».
Sono veramente questioni secondarie? Il Forum trentino per la pace e i diritti umani ha scelto per il prossimo futuro di lavorare proprio sul tema dei diritti negati e dei conflitti che generano. È fondamentale capire che senza il rispetto dei diritti di tutti noi non vi può essere pace sociale.
È importante affrontare tali conflitti e cercare assieme di crescere superandoli per non arrivare un giorno a guardarci allo specchio e chiederci: «Ma chi è stato? Come abbiamo fatto?».

Da “Il Corriere del Trentino” del 6 settembre 2014

Siria: donne in lotta per la sopravvivenza

– Alessandro Graziadei –

Mentre l’attenzione del mondo è concentrata quasi esclusivamente sul conflitto nella Striscia di Gaza, in Siria si continua a combattere e a morire”. Così Ennio Remondino fotografava la scorsa settimana la situazione siriana dove in un conflitto che ormai va avanti da tre anni e mezzo, i morti sono circa 170mila, più di quanti ne sono stati uccisi durante i 15 anni (1975 – 1990) di guerra civile in Libano. “Solo nelle ultime tre settimane, in corrispondenza dell’escalation del conflitto tra Israele e Hamas a Gaza, in Siria il numero dei morti è stato almeno il doppio di quelli causati fino ad ora dagli attacchi israeliani”. In questo tragico scenario anche il quadro economico siriano è allarmante visto che dall’inizio del conflitto le industrie del petrolio e del gas siriane hanno subito perdite per quasi 21,4 miliardi di dollari, 3,5 miliardi bruciati negli assalti, mentre 17,9 miliardi sono per i mancati profitti.  “All’inizio delle rivolte nel 2011 – ha spiegato il 23 luglio il ministro del petrolio Suleiman Abbas – la Siria produceva 385mila barili di petrolio al giorno, oggi è scesa a 17mila e la produzione di gas è stata dimezzata”.

Foto @refugeewomen

Articolo pubblicato su Unimondo.org

Alessandro Graziadei-
Mentre l’attenzione del mondo è concentrata quasi esclusivamente sul conflitto nella Striscia di Gaza, in Siria si continua a combattere e a morire
”. Così Ennio Remondino fotografava la scorsa settimana la situazione siriana dove in un conflitto che ormai va avanti da tre anni e mezzo, i morti sono circa 170mila, più di quanti ne sono stati uccisi durante i 15 anni (1975 – 1990) di guerra civile in Libano. “Solo nelle ultime tre settimane, in corrispondenza dell’escalation del conflitto tra Israele e Hamas a Gaza, in Siria il numero dei morti è stato almeno il doppio di quelli causati fino ad ora dagli attacchi israeliani”. In questo tragico scenario anche il quadro economico siriano è allarmante visto che dall’inizio del conflitto le industrie del petrolio e del gas siriane hanno subito perdite per quasi 21,4 miliardi di dollari, 3,5 miliardi bruciati negli assalti, mentre 17,9 miliardi sono per i mancati profitti.  “All’inizio delle rivolte nel 2011 – ha spiegato il 23 luglio il ministro del petrolio Suleiman Abbas – la Siria produceva 385mila barili di petrolio al giorno, oggi è scesa a 17mila e la produzione di gas è stata dimezzata”. Peggio ancora, negli ultimi mesi l’ISIS ha preso il controllo dei principali giacimenti petroliferi di Deir Ezzor, nella Siria orientale, iniziando a vendere autonomamente il petrolio in Iraq e Turchia.

rifugiati e milioni di altri sfollati interni, la Siria della guerra e della crisi economica è diventata la più grande emergenza al mondo per quanto riguarda le migrazioni forzate. Dall’inizio del 2014 più di 100.000 rifugiati siriani sono stati registrati ogni mese nei paesi vicini e si prevede che il numero totale di rifugiati raggiunga quota 3,6 milioni entro la fine dell’anno. Tra loro ci sono già molte donne sole e in la lotta per la sopravvivenza. Questo è il quadro allarmante che ricostruisce il rapporto “Donne sole – La lotta per la sopravvivenza delle donne rifugiate siriane” pubblicato in inglese lo scorso 8 luglio dall’Alto Commissariato delle Nazioni Unite per i Rifugiati (UNHCR) e secondo il quale più di 145.000 famiglie siriane rifugiate in Egitto, Libano, Iraq e Giordania hanno per capofamiglia una donna. Il rapporto che si basa sulle testimonianze dirette di 135 donne, raccolte in più di tre mesi di interviste realizzate all’inizio del 2014, racconta la lotta intrapresa da queste donne per conservare la loro dignità e prendersi cura delle loro famiglie in case sovraffollate e fatiscenti, rifugi di fortuna e tende. Molte di esse vivono sotto la minaccia di violenza o sfruttamento mentre i loro figli affrontano livelli crescenti di sofferenza. “Obbligate ad assumersi la responsabilità esclusiva delle loro famiglie dopo che i loro uomini sono stati uccisi, catturati o costretti in altro modo a separarsi dalla famiglia, sono ora travolte da una spirale di disagio, isolamento e ansia” ha spiegato l’UNHCR.

La principale difficoltà segnalata dalle donne intervistate è stata la mancanza di risorse tanto che un terzo delle donne riferisce di non avere abbastanza da mangiare. “La maggior parte di queste donne sta lottando per pagare l’affitto, mettere il cibo in tavola e acquistare i beni di prima necessità per la casa – ha sottolineato l’Alto Commissariato dell’Onu -. Molte hanno ormai terminato i loro risparmi arrivando persino a vendere le loro fedi nuziali”. Solo una su cinque ha un lavoro retribuito, molte hanno difficoltà a ottenere un posto di lavoro e alcune mandano i loro giovani figli a lavorare. Un quinto di loro riceve sostegno da parte di altri familiari, poche traggono beneficio dalla generosità delle comunità locali e solo un quarto riceve assistenza in denaro dall’UNHCR e da altre agenzie umanitarie. Due terzi delle donne che ricevono assistenza economica dipendono completamente da essa.

Oggi oltre 150 organizzazioni stanno fornendo servizi e sostegno alle donne rifugiate siriane e alle loro famiglie, ma il rapporto ha rivelato che tale assistenza economica è insufficiente rispetto al necessario. Anche se non mancano esempi di donne rifugiate che prendono l’iniziativa, sostenendosi a vicenda e dandosi da fare per trovare soluzioni alla loro lotta quotidiana per la sopravvivenza, António Guterres, Alto Commissario delle Nazioni Unite per i Rifugiati, ha chiesto un nuovo intervento urgente da parte di donatori, governi ospitanti e agenzie umanitarie: “Per centinaia di migliaia di donne la fuga dalla loro patria in rovina è stato solo il primo passo di un cammino di difficoltà senza fine. Hanno finito i soldi, affrontano quotidianamente minacce alla loro sicurezza e vengono trattate come reiette anche se non hanno commesso nessun altro crimine che perdere i loro uomini in una guerra feroce. È vergognoso. Vengono umiliate per il fatto di aver perso tutto”.  

“Le donne rifugiate siriane sono il collante che tiene insieme una società spezzata. La loro forza è straordinaria, ma stanno lottando da sole. Le loro voci si levano invocando aiuto e protezione e non possono essere ignorate”, ha dichiarato Angelina Jolie, Inviata Speciale dell’UNHCR a titolo gratuito dall’aprile 2012. Le “voci” evocate dalla Jolie sono tante e le testimonianze di questo rapporto non lasciano dubbi sulle difficoltà affrontate. Nuha per esempio è venuta al Cairo con il marito, ma lui è stato ucciso mentre era al lavoro. “Io non voglio uscire di casa perché ho la tristezza nel cuore. Abbiamo lasciato la morte in Siria solo per scoprire che ci aspettava anche qui in Egitto”. “Una donna sola in Egitto è una preda per tutti gli uomini”, ha aggiunto Diala, che vive ad Alessandria. Molte donne si sono lamentate di subire regolarmente molestie verbali da parte di tassisti, autisti di autobus, affittacamere e fornitori di servizi, così come da altri uomini nei negozi, al mercato, sui mezzi pubblici e anche nei luoghi in cui avviene la distribuzione degli aiuti. Zahwa, in Giordania, dice di essere stata molestata anche da rifugiati quando stava prendendo i buoni pasto: “Vivevo una vita dignitosa, ma ora nessuno mi rispetta perché non sono accompagnata da un uomo”. Un’altra donna ha riferito di essere stata violentata, ma molte di esse non erano pronte a discutere di violenza sessuale e di genere.

Così anche per chi dalla guerra siriana è riuscito a fuggire in tempo, soprattutto se donna, la risposta internazionale non sembra riuscire a far fronte ad una situazione drammatica che dalla Siria alla Palestina passando per l’Ucraina sembra trovare la sola spiegazione possibile nelle parole di Natalie Clifford Barney: “È La guerra, questa giustificazione della stupidità umana”. Era il 1920 e nulla è cambiato.

Foto: Donna siriana che mostra il suo diploma @refugeewomen

Articolo pubblicato su Unimondo.org