Il Forum Pace aderisce all’appello della Fondazione S. Ignazio sulla residenza Fersina

Rilanciamo questa lettera, nata dal lavoro congiunto e dalla collaborazione della rete di soggettività che concorrono a comporre il Coordinamento Accoglienza Vallagarina, con cui anche il Forum è in dialogo.

La Fondazione S. Ignazio, pur con la sofferenza  che traspare dalle sue considerazioni, ha trovato il coraggio di denunciare una situazione che si trascina oramai da troppo tempo.

Le scelte adottate ormai più di due anni fa dall’Amministrazione provinciale rispetto all’accoglienza di persone migranti e richiedenti asilo hanno rivelato i limiti e le incongruenze che fin dal principio numerose realtà associative della società civile avevano segnalato. Molti avevano allora obiettato che allontanare quelle donne e quegli uomini (arrivati in Trentino da Paesi disastrati) da soluzioni abitative distribuite sul territorio dove costruire condizioni di accoglienza e rispetto, per concentrarli in poche strutture, era una soluzione che si sarebbe ben presto rivelata inadeguata da ogni punto di vista.

Per molte di queste persone che stavano sperimentando forme di inserimento nelle comunità attraverso la scuola e il lavoro, si è interrotto un cammino, alcune opportunità sono state perdute, con effetti sulla dispersione scolastica e con la riduzione di diritti fondamentali (che per altro la magistratura ha ben presto riconosciuto come legittimi).

La concentrazione a Trento dei migranti e richiedenti asilo in centri inadatti allo scopo soprattutto in questo periodo di pandemia, e la riduzione dei servizi a poco più che vitto e alloggio, non ha prodotto alcun risultato positivo.

Il personale volontario è stato invitato a “starsene fuori” e decine di ragazzi hanno perso riferimenti che si erano rivelati preziosi per la costruzione di un proprio futuro.  Alcune Associazioni hanno continuato ad assicurare sostegno e aiuto, ma quanti sono arrivati nel nostro Trentino dopo il 2018 hanno trovato servizi gravati da difficoltà e divieti che hanno impoverito quel tessuto di accoglienza che il precedente sistema aveva costruito.

Da qualche tempo, finalmente, l’amministrazione provinciale ha riconosciuto l’opportunità di chiudere anche la residenza “Fersina” e di ricollocare in modo più decoroso il centinaio di persone che ancora vi alloggia, per le quali, con la collaborazione di realtà che operano nel campo dell’assistenza e dell’accoglienza, sono state individuate delle soluzioni abitative alternative. A seguito di questo orientamento i soggetti coinvolti hanno assunto impegni, modificato i propri piani di lavoro, destinato del personale.

Ora la Provincia ha rimesso tutto in discussione e per quei cento “dimenticati” tutto torna in alto mare.

Il “fai e disfa” non giova a nessuno: non ai migranti che hanno visto alcuni di loro lasciare la struttura e sono rimasti spettatori; non a una prospettiva di accoglienza diffusa di cui molti cittadini hanno sperimentato la validità. Non possiamo stare zitti di fronte a questo ennesimo esempio di improvvisazione.

Un’ultima osservazione: molti di coloro che sono stati concentrati nelle strutture di raccolta e lì parcheggiati e seguiti in modo discontinuo, non hanno ancora acquisito gli strumenti necessari – la conoscenza della lingua italiana in primo luogo – per vivere in senso pieno la vita nel nuovo contesto. Ciò li pone in una condizione marginale, provvisoria e insignificante rispetto a quanti potrebbero invece guardare a loro come a nuovi cittadini e al tessuto sociale in cui dovrebbero inserirsi.

Le associazioni che firmano questa presa di posizione si associano alla Fondazione S. Ignazio e a quanti con essa hanno sottoscritto il comunicato stampa recentemente pubblicato e auspicano che finalmente esca dall’ombra una realtà che la pandemia può aver allontanato dai nostri pensieri, ma che continua a gridare la sua insostenibilità.

Associazioni firmatarie

  • Associazione “Ubalda Girella”
  • Associazione Noi Oratorio Borgo Sacco
  • Associazione S. Caterina, Rovereto
  • Associazione “La macchia”
  • Associazione “Lucicate”
  • ANPI Rovereto e Vallagarina
  • MLAL (Movimento Laici America Latina)
  • Forum trentino per la pace e i diritti umani
  • Centro Pace Ecologia Diritti Umani Rovereto

Adesioni individuali

  • Bruna Fiorini
  • don Sergio Nicolli
  • Camillo Zadra

Beyond Borders: i Balcani raccontati da Quilombo Trentino e Operazione Colomba

Frontiere e migrazioni. Di questo parleranno Pietro Maffezzoli, volontario di Quilombo Trentino, Sara e Maddalena, volontarie di Operazione Colomba.

L’occasione è il secondo episodio di Beyond Borders: interviste oltre i confini d’Europa, una serie di appuntamenti promossi da Operazione Colomba per raccontare le migrazioni e il lavoro di volontari e volontarie oltre i confini dell’Unione Europea.

Mercoledì 31 marzo, dalle 17.30 in diretta Facebook su Operazione Colomba e Quilombo Trentino e sul canale YouTube di Operazione Colomba, la giornalista Nicole Corritore (Osservatorio Balcani Caucaso Transeuropa) dialogherà con loro sulle loro esperienze e sulle prospettive per i Balcani occidentali e le isole dell’Egeo orientale, dove le due organizzazioni realizzano iniziative di solidarietà nei confronti di attivisti locali e di chi attraversa quelle rotte per arrivare in Europa.

Beyond Borders: interviste oltre i confini d’Europa

Beyond Borders è un’iniziativa di Operazione Colomba per portare la voce di volontarie e volontari, operatori e operatrici che vivono e lavorano ai confini della Fortezza Europa.

La prima intervista oltre i confini d’Europa: Eleonora Selmi e il lavoro di Medici Senza Frontiere a Lesbo

La prima intervista di questo ciclo porta il racconto di Eleonora Selmi, ostetrica e operatrice di Medici Senza Frontiere attiva a Lesbo da novembre 2019, in dialogo con Maddalena Landi. Il suo progetto si concentrava nella clinica pediatrica e di maternità attiva dentro al campo di Moria: in particolare, si occupava – insieme ad alcune ostetriche locali – delle donne in gravidanza e non solo, operando sempre a stretto contatto con il reparto di salute mentale attiva nel campo.

Nel novembre 2019, Moria – che poteva ospitare fino a 2.000 persone – ne ospitava 13mila: a marzo 2020, i migranti presenti a Moria erano oltre 20mila.

A Lesbo, Medici Senza Frontiere gestisce una clinica pediatrica fuori dal campo di Moria che offre assistenza sanitaria di base e sostegno alla salute mentale ai minori e servizi di salute sessuale e riproduttiva alle donne incinte.

Dopo l’incendio di Moria, Eleonora Selmi ha visto anche la nascita del nuovo campo, Kara Tepe e racconta come l’intera valle sia un luogo dove le persone tentano di sopravvivere, in condizioni degradanti, dove gli episodi di violenza sono all’ordine del giorno.

In quel contesto – e non solo – Medici Senza Frontiere ha effettuato 7.400 sedute individuali di salute mentale, 46.600 visite ambulatoriali, 11.600 vaccinazioni.

La rotta balcanica e noi

La rotta balcanica rimane la principale via d’accesso all’Europa per migranti e richiedenti protezione internazionale provenienti dalla Turchia: in quella regione, non trova soluzione la crisi umanitaria in atto, con Governi locali incapaci o privi della volontà di far fronte alla situazione e un’Unione Europea che appare comunque distaccata.

La situazione nei Balcani.

I Balcani sono un passaggio obbligato nella rotta migratoria che dalla Turchia e dalla Grecia porta all’Europa settentrionale e occidentale, reso ancora più inevitabile dalla progressiva chiusura della rotta mediterranea e dall’assenza di passi in avanti verso il superamento del modello della Fortezza Europa

“La rotta balcanica, ufficialmente chiusa dal 2016, in realtà ha continuato ad esistere ed essere attiva, cambiando i Paesi di transito. Così se l’Ungheria ha blindato il confine, le persone hanno intrapreso strade nuove per provare ad arrivare in Europa”.

Così scriveva Francesca Scappini su Atlante delle Guerre e dei Conflitti nel descrivere la rotta balcanica ancora a gennaio scorso.

Questa situazione continua a rimanere tragica: nella regione, sono circa 20mila le persone in stallo, continuamente rimbalzate tra una frontiera e l’altra. Una situazione resa ancora più grave dalla pandemia in atto e dall’uso strumentale che ne viene fatto dai governi della regione: “A Sarajevo la polizia da giorni sta confinando i migranti in un centro di detenzione alla periferia della capitale. Vengono bloccati lungo le strade e trasportati a forza. La prossima settimana analoghi rastrellamenti verranno condotti nell’area di Bihac, al confine con la Croazia”.

A questo aspetto, poi, se ne affianca un altro: i Balcani sono e rimangono una delle regioni più instabili, dal punto di vista geopolitico, del mondo. La loro vicinanza distorce spesso questa percezione ma sappiamo bene quanto gli equilibri tra gli Stati di quella regione siano fragili: la pressione – sociale e politica – e la crisi umanitaria acuiscono le tensioni interne ed esterne agli Stati, aumentando in maniera considerevole attriti mai risolti.

Per rimanere aggiornati su quanto avviene nei Balcani, seguite Lungo la rotta balcanica.

Il ruolo dell’Italia.

L’Italia ha un ruolo diretto in questa emergenza: “il governatore del Friuli Venezia Giulia, la regione italiana che confina con la Slovenia, ha dichiarato che nel 2020 le persone riportate in Slovenia sono state 1.321. Tra gennaio e settembre del 2019, secondo il ministero dell’interno, erano state solo 250”. 

A luglio scorso, nel corso di un’interrogazione parlamentare, l’allora Sottosegretario al Ministero degli Interni Achille Variati, ad una richiesta di chiarimenti circa le pratiche di respingimento informale da parte dell’Italia verso la Slovenia, affermava “le procedure informali di riammissione in Slovenia vengono applicate nei confronti dei migranti rintracciati a ridosso della linea confinaria italo-slovena, quando risulti la provenienza dal territorio sloveno, anche qualora sia manifestata l’intenzione di richiedere la protezione internazionale”. 

In seguito la Ministra dell’Interno Luciana Lamorgese ha fatto marcia indietro dichiarando che solo le persone senza documenti in regola, e non i richiedenti asilo, vengono riportati in Slovenia. Per questi respingimenti, il 18 gennaio 2021 il Viminale è stato condannato dal Tribunale di Roma: la Giudice, nella sua ordinanza, scrive infatti che 

“Lo Stato italiano non avrebbe dovuto dare corso ai respingimenti informali in mancanza di garanzie sull’effettivo trattamento che gli stranieri avrebbero ricevuto [in Croazia, ndr] in ordine al rispetto dei loro diritti fondamentali, primi fra tutti il diritto a non subire trattamenti inumani e degradanti e quello di proporre domanda di protezione internazionale”. 

Non solo: aggiunge che il ministero “era in condizioni di sapere” delle “vere e proprie torture inflitte dalla polizia croata”. A questi profili, poi, si aggiunge la pratica – documentata – dei respingimenti a catena che riportano i migranti e le migranti a ritroso lungo la rotta balcanica.

Allo stesso modo, l’Organizzazione Internazionale sulle Migrazioni (IOM) ancora lo scorso febbraio denunciava i respingimenti e le espulsioni di massa da parte degli Stati membri e dell’Unione Europea ai suoi confini esterni. L’IOM, in particolare, ricorda anche che questo genere di azioni sono proibite dal diritto internazionale ed europeo, condannando “nei termini più forti gli abusi su rifugiati e migranti su qualunque confini”.

Continua la raccolta fondi di Ipsia del Trentino.

Il 17 febbraio Ipsia del Trentino insieme a CGIL del Trentino, Uil del Trentino, CISL del Trentino, Arci del Trentino, Caritas del trentino e ACLI Trentine aps hanno dato vita a SOS Bosnia – raccolta fondi per la rotta balcanica.

L’appello è rivolto alla cittadinanza trentina e ha lo scopo di sostenere i migranti e le migranti che si trovano in condizioni disumane lungo tutta la rotta balcanica.

La somma raccolta verrà usata per realizzare cinque ricoveri temperati lungo la rotta balcanica che potranno ospitare al massimo 50 persone ciascuno (100 in periodo no COVID). Qui profughi e rifugiati potranno ripararsi dalle intemperie e ricevere un primo ristoro.

Dis-conosciuti – l’abitare di richiedenti asilo e rifugiati in Trentino

Lunedì 22 marzo, dalle 18.30, sulla pagina Facebook dello Sportello Antidiscriminazioni di Trento andrà in onda in streaming l’incontro Dis-conosciuti: l’abitare di richiedenti asilo e rifugiati in Trentino. Lo Sportello dialogherà con la sociologa e ricercatrice Giulia Storato che, un paio di anni fa, ha svolto una ricerca su questi temi,  finanziata dal Fondazione Caritro, in collaborazione con la Fondazione Franco Demarchi di Trento e in partnership con ATAS Onlus, Centro Astalli Trento, Cinformi.

Attraverso azioni e strumenti per combattere la povertà e investendo nelle persone, in politiche per le pari opportunità, l’inclusione sociale, la lotta alle diseguaglianze e garantendo un equo accesso alla casa e a servizi sociali di qualità. Il Trentino più sociale è inclusivo, previene ogni forma di violenza, discriminazione e mette al centro il ben-essere e i diritti della persona (pag. 75).

Così si esprime il documento preparatorio della Strategia Provinciale per lo Sviluppo Sostenibileil tema della casa e della lotta alle povertà e alla marginalizzazione viene affrontato con chiarezza, come parte integrante della strategia per garantire a tutte e tutti una vita più dignitosa, in una società capace di prendersi cura di tutte le persone e che sappia lottare contro ogni forma di disuguaglianza.

Il quadro della SPROSS guarda al futuro: l’oggi descrive una situazione di perenne emergenza e grave fragilità abitativa. Una ricerca condotta da fio.PSD nel maggio 2020 riporta le osservazioni di chi lavora con la grave marginalità sul funzionamento del sistema di accoglienza dei migranti, in particolare richiedenti asilo e titolari di protezione Internazionale, e quali siano stati gli effetti dei flussi migratori sui servizi per senza dimora, a livello nazionale.