This is my land: insegnare storia in Palestina e in Israele

di Francesca Correr

Come la storia e il suo insegnamento nelle scuole possono edificare il presente e il futuro?
E come possono modellare le identità dei cittadini?
Da queste due domande prende spunto This is my land, un film documentario di Tamara Erde, regista israeliana che vive in Francia e che attraverso mezzi audiovisivi si occupa del conflitto israelo-palestinese sotto vari aspetti.
Questa volta la chiave di lettura prescelta è quella dell’insegnamento della storia nelle scuole di Israele e Palestina; l’idea nasce dall’esperienza personale dell’autrice, che all’inizio del film racconta di come durante gli anni della scuola non si fosse mai posta delle domande su come le venisse insegnata la storia nazionale o su come venisse diversamente raccontata in una classe palestinese.
Così dietro l’occhio della videocamera la regista diviene osservatrice privilegiata di alcune lezioni di storia contemporanea durante un anno scolastico in sei diverse scuole, da quella di Talmud di un insediamento israeliano della West Bank alla scuola palestinese di un campo profughi di Ramallah, passando per una scuola privata mista, con studenti e docenti palestinesi e israeliani.
La videocamera riprende le dinamiche pedagogiche e dialettiche delle lezioni di storia e conduce lo spettatore, e gli stessi docenti intervistati, a una riflessione complessa sul valore della storia nel plasmare le identità dei giovani e il loro posto nel mondo (in questo caso un mondo di conflitto quotidiano).
Vediamo così la costruzione di diverse, in genere opposte, interpretazioni delle date fondamentali della storia contemporanea dell’area e di tematiche quali l’occupazione delle terre e la loro rivendicazione. Sono tasselli di storia costitutivi del presente e allo stesso tempo elementi sui quali si incardina l’immaginario del futuro: i libri di testo mettono per iscritto questa distanza tra due storie diverse, parallele e conflittuali.
Così i bambini sono già attori del conflitto, per averlo vissuto sulla propria pelle in situazioni disperate o anche solo per vestirne la dialettica e la retorica pervasiva: le narrative dell’“altro”, che sia israeliano o palestinese, lo modellano come incarnazione di una politica di oppressione e violenza, come il pericolo alla porta di casa. Le identità, incarnate già nei più giovani, non possono che strutturarsi per opposizione, per incompatibilità.
Fa riflettere amaramente l’unica scena girata dalla regista fuori dai confini israelo-palestinesi; seguiamo una classe in visita al campo di concentramento austriaco di Mathausen – Gusen, bandiere israeliane in mano. Un ragazzo fuori dai cancelli parla dell’esperienza della visita al campo e dice di sentirsi molto più israeliano; capisce di doversi impegnare attivamente per la difesa del territorio contro i nemici che lo minacciano.
L’interpretazione della tragedia nazista sottolinea un uso della memoria che riproduce costantemente il dramma dello sterminio, senza però applicarlo in chiave plurale a tutti gli stermini, a tutte le ingiustizie. Un altro tassello verso un’identità chiusa, come fosse monolitica.
Il film mostra criticità e conflittualità ben lontane dal trovare una via di risoluzione pacifica: l’ottica adottata non è certo speranzosa ma propone una riflessione necessaria.

Alle tematiche trattate dal lavoro della Erde possiamo associare un progetto virtuoso che, riflettendo appunto sulla costruzione della storia in modo unilaterale e per opposizione, propone un dialogo tra le diverse interpretazioni degli eventi. Il progetto viene concretizzato in un libro dal titolo La storia dell’altro (2003), un esperimento didattico di un gruppo di insegnati israeliani e palestinesi. Il testo propone un percorso parallelo attraverso il quale si snodano le due storie, quella israeliana e quella palestinese: le due versioni degli eventi corrono ai margini delle pagine, al centro uno spazio bianco dove scrivere note, comparazioni.
Sono individuate alcune date chiave nella loro distinta trattazione, come quella della dichiarazione di Balfour (1917), della nascita dello Stato di Israele (1948) o della Guerra dei Sei Giorni (1967).
L’intento è coraggioso e realistico: non si cerca di scrivere una versione comune della storia passata, non condivisa, ma si accetta di leggere anche quella dell’altro, ci si accosta alla memoria storica e agli immaginari collettivi diversi. Si inizia a percepire con cosa cresce l’altro, con quali discorsi, quali interpretazioni e quali costruzioni del sé.
Ecco che si inizia a tracciare per lo meno la possibilità di una storia plurale; che non incida certezze ma coltivi un terreno di dubbi, domande e volontà di comprensione.

This is my land, Tamara Erde
Francia/Israele, 2014. 90’
Il trailer: http://www.tamaraerde.com/films/this-is-my-land/

La storia dell’altro. Israeliani e palestinesi, Peace Research Institute in the Middle East.
Pubblicato in Italia da Edizioni Una Città.

In Armenia fu genocidio o no? A cento anni dal «Grande Male»

di Francesca Correr
Il non-ti-scordar-di-me è il fiore azzurro scelto a simbolo della commemorazione del centenario del genocidio degli armeni, il «Grande Male». È anche il simbolo del gruppo musicale Genealogy, che rappresenta l’Armenia nella competizione canora dell’Eurovision Song Contest: cinque artisti come i cinque petali del non-ti-scordar-di-me, provenienti dai cinque continenti e figli della diaspora armena. La canzone presentata si intitola Face the shadow (Affronta l’ombra); il titolo originale, poi cambiato in corso d’opera, era però il più diretto Don’t deny! (Non negare!).
La criticità della memoria dello sterminio armeno è balzata alle cronache prepotentemente dopo le affermazioni del Papa nel giorno della Pasqua ortodossa, che ha ricordato quello armeno come “il primo genocidio del XX secolo”. Non si sono fatte attendere le rimostranze turche all’uso del termine “genocidio”. La Turchia infatti ha sempre mantenuto una posizione ufficiale di tipo negazionista: le violenze subite dagli armeni sono da considerarsi in seno alle bellicosità della Prima Guerra Mondiale. Il Parlamento Europeo, invece, ha riconosciuto ufficialmente il massacro degli armeni come genocidio il 15 aprile di quest’anno con una risoluzione che “deplora fermamente ogni tentativo di negazionismo”.
In questo breve testo si cerca di fornire un sintetico inquadramento generale del genocidio armeno e si propone poi una traccia che indirizzi il lettore al ricchissimo dossier presentato dall’Osservatorio Balcani e Caucaso dal titolo “Genocidio Armeno 1915-2015”.
Il genocidio degli armeni inizia la notte del 24 aprile 1915, nella capitale dell’Impero Ottomano: intellettuali, poeti e riferimenti culturali della comunità vengono prelevati dalle loro case e uccisi. Lo sterminio continua spostandosi a est, nelle terre armene, da dove cominciano quelle che verranno poi chiamate “marce della morte”. Gli uomini vengono uccisi e le donne e i bambini condotti attraverso il deserto siriano e lasciati morire di stanchezza, fame e sete.
Il bilancio di queste marce disperate e degli omicidi diretti si aggira attorno al milione e mezzo di vittime.
Il contesto socio-politico è quello di un governo ottomano in mano ai Giovani Turchi, che perseguono la costruzione di una modalità statale di stampo nazionalista: è fomentata l’unione dei popoli turchi (una lingua-una nazione) mentre la minoranza armena, indoeuropea e cristiana dal 300, diviene un obiettivo da colpire.
La partita si delinea anche nei suoi elementi di carattere geopolitico; legata agli equilibri e ai conflitti tra Impero Ottomano e Russia (gli intellettuali armeni sono accusati di tradimento di matrice filo-russa).
Ma la storia degli armeni è costellata di occupazioni e violenze; nel 1894 vi è un primo massacro di circa 300.000 persone, in risposta a una rivolta contro l’oppressione curda e turca. L’ombra della Russia zarista è già presente nell’appoggio delle rivendicazioni indipendentiste armene (non a caso l’Armenia poi diventerà uno degli stati dell’Unione Sovietica).
I conflitti di area continuano anche nel ‘900 e dopo la caduta dell’URSS; basti pensare alla guerra sconosciuta nel Nagorno-Karabakh del 1992-94 tra azeri e armeni (dal 1991 il Nagorno-Karabakh si definisce uno stato indipendente, abitato in prevalenza da armeni).
Il centenario del genocidio permette quindi la costruzione di una riflessione sulla memoria dell’evento in sé ma si dimostra anche un’occasione per approfondire la conoscenza di un’area che spesso non gode di protagonismo mediatico, marginale nei libri di storia.
L’Osservatorio Balcani e Caucaso propone un ampio dossier di approfondimenti di varia matrice legati al genocidio armeno.
Una parte del dossier, dal titolo “Attualità”, raccoglie vari articoli che analizzano il genocidio, e il suo centenario, sotto diversi aspetti. Simone Zoppellaro si sofferma sul dibattito internazionale sul riconoscimento del massacro armeno come genocidio e sui rapporti geopolitici che ne circondano la memoria (da quelli tra Armenia e Turchia alla posizione di Israele). Interessante anche la traduzione di un articolo di Maria Titizian che ci propone un augurio per il futuro: “Mentre un secolo di dolore, sofferenze e perdite si conclude, un altro nascerà. Facciamone il nostro secolo. Un secolo di successi. Iniziamo questo nuovo secolo, finalmente, il 25 aprile.”.
Il dossier è poi arricchito da un’ampia sezione di reportage, interviste e testimonianze: da segnalare l’attenzione al tema della diaspora e della storia dei rimpatri in Armenia dopo gli anni Quaranta attraverso le memorie familiari e personali, sguardi intimi che ricostruiscono una storia collettiva.
È possibile inoltre accedere a due contributi multimediali (un incontro con il fotografo Alvaro Deprit nell’ambito del seminario “Armenia” nel contesto di Rovereto Immagini 2012 e un tour virtuale dell’Armenian Genocide Museum) e a una lista di consigli di lettura sul tema.
Interessante inoltre la sezione “Eventi”: a Milano il 24 aprile si terrà la conferenza Il genocidio armeno tra storia e memoria mentre nel padovano si segnalano lo spettacolo teatrale Come polvere sul tavolo (24 aprile) e il seminario Riflessioni sulla storia armena a partire dal concetto di martirio in relazione al Genocidio del 1915 – “Metz Yeghern” (2 maggio).

Segnaliamo, infine, un romanzo ambientato a Milano, Come sabbia nel vento: una storia che intreccia Italia e Armenia e l’unversalità dell’amore, dell’odio, del dolore.

Sarajevo, il caso e la necessità

– Bernard Guetta –

Articolo pubblicato il 27 giugno 2014 da Internazionale
(Traduzione di Andrea Sparacino)

Foto: Tommaso Vaccari

– Bernard Guetta –

È una città piena di terrazze, tecnologia, giovani per strada, campanili cattolici, cupole musulmane e cipolle ortodosse. È una città dove si mescolano i secoli, le religioni e gli imperi defunti, e il cui boom economico dura da 15 anni. Eppure, prima ancora di essere una città, Sarajevo è un manuale di storia europea da leggere e rileggere.

Sabato ricorrerà il centenario dell’assassinio dell’arciduca d’Austria a Sarajevo, l’evento che avrebbe trascinato il vecchio mondo nella Prima guerra mondiale, una mostruosa mattanza in cui l’Europa ha creduto per l’ennesima volta di poter ristabilire gli equilibri tra le potenze rivali e che invece ha finito per distruggere l’ordine costituito.

Un secolo dopo, mentre si prepara a commemorare l’assassinio di Sarajevo, l’Europa è spinta dal caso e dalla necessità a fare un passo avanti verso l’unità modificando le politiche dell’Unione e democratizzando il suo funzionamento. A Bruxelles è arrivato il tempo del cambiamento, e intanto i proiettori della storia illuminano Sarajevo e ci ricordano fino a che punto il nostro continente è fragile e segnato da antichi rancori che potrebbero riesplodere in qualsiasi momento.

Dalla Grande guerra sono scaturite la rivoluzione russa, la prima affermazione degli Stati Uniti come potenza emergente sulla scena mondiale, la fine dell’impero ottomano e di quello austro-ungarico, l’espansione degli imperi coloniali francese e britannico e la nascita delle frontiere attuali del Medio Oriente, le stesse che oggi sono minacciate dall’azione dei jihadisti in Iraq e Siria.

Il mondo in cui viviamo non sarebbe lo stesso senza l’assassinio di Sarajevo, la cui conseguenza più tragica è stato l’incubo nazista, che non sarebbe mai esistito se i vincitori del 1918 non avessero imposto alla Germania una punizione inaccettabile e umiliante. In un certo senso l’ascesa di Hitler affonda le sue radici a Sarajevo.

Oggi la città bosniaca mostra i segni di un conflitto più recente e di un assedio criminale portato dai paramilitari serbi tra il 1992 e il 1996 e costato la vita a 10.000 persone. Quella nell’ex Jugoslavia è stata una di quelle guerre di spartizione un tempo così comuni, e ha minacciato la riconciliazione franco-tedesca al punto tale da convincere Helmut Kohl e François Mitterrand a cementare l’unità europea creando la moneta unica. Senza Sarajevo probabilmente non ci sarebbe l’euro.

In questi giorni non possiamo pensare a questa città rinata senza ricordarci che prima di crollare la Jugoslavia aveva dimenticato la guerra, come l’abbiamo dimenticata noi oggi. Eppure, senza che ce ne accorgiamo, una guerra è in corso ed è vicina, così vicina che ci conviene sperare che la nuova svolta di Bruxelles sia prontamente confermata, approfondita e assimilata.

Articolo pubblicato il 27 giugno 2014 da Internazionale
(Traduzione di Andrea Sparacino)

Foto: Tommaso Vaccari

A Sarajevo il 28 giugno

– Marzia Bona –

Fra le proposte letterarie attinenti all’anniversario dello scoppio della Grande Guerra, segnaliamo A Sarajevo il 28 giugno, opera in endecasillabi di Gilberto Forti*. Undici versioni del giorno che (forse) cambiò la storia.

A Sarajevo il 28 giugno è una raccolta di undici storie che gravitano attorno all’assassinio di Francesco Ferdinando e Sofia Chotek. Ripercorrendo gli eventi della giornata che fece da detonatore alla Prima guerra mondiale, l’attentato all’arciduca – nel quale fu accidentalmente uccisa anche la moglie Sofia – diviene pretesto per scandagliare la figura dell’erede al trono, la sua lunga attesa riempita da passatempi lussuosi, progetti imperiali e imposizioni dettate dall’etichetta di corte. A sua volta, la figura dell’arciduca si fa metafora della complessità e delle fragilità dell’Impero alla vigilia del conflitto che lo portò alla dissoluzione.

Recensione pubblicata il 27 giugno da Osservatorio Balcani e Caucaso

– Marzia Bona –

Fra le proposte letterarie attinenti all’anniversario dello scoppio della Grande Guerra, segnaliamo A Sarajevo il 28 giugno, opera in endecasillabi di Gilberto Forti*. Undici versioni del giorno che (forse) cambiò la storia.

A Sarajevo il 28 giugno è una raccolta di undici storie che gravitano attorno all’assassinio di Francesco Ferdinando e Sofia Chotek. Ripercorrendo gli eventi della giornata che fece da detonatore alla Prima guerra mondiale, l’attentato all’arciduca – nel quale fu accidentalmente uccisa anche la moglie Sofia – diviene pretesto per scandagliare la figura dell’erede al trono, la sua lunga attesa riempita da passatempi lussuosi, progetti imperiali e imposizioni dettate dall’etichetta di corte. A sua volta, la figura dell’arciduca si fa metafora della complessità e delle fragilità dell’Impero alla vigilia del conflitto che lo portò alla dissoluzione.

Il libro si lascia alle spalle la narrazione ufficiale degli eventi, per dare spazio e voce a personaggi che – in maniera diversa e a vario titolo – furono testimoni delle vicende. Il risultato è una ricostruzione caleidoscopica, che ripercorre antefatti e conseguenze del 28 giugno 1914. La figura dell’erede al trono, al centro della narrazione, diventa emblema dell’Impero, delle buone intenzioni ingessate dal protocollo, del lato umano di un personaggio passato alla storia come tragico emblema di un casus belli.

La versione ufficiale dei fatti che si trova nei libri di storia passa dunque in secondo piano, relegata al ruolo di struttura di servizio sulla quale ciascuna delle voci che dà forma al volume costruisce la propria narrazione; chi sottraendo, chi aggiungendo, chi proponendo uno sguardo laterale sugli eventi, gli undici frammenti che compongono quest’opera sono una sorta di Spoon River in terra balcanica.

Attraverso questo racconto corale si fanno strada punti di vista insoliti, narrazioni alternative arricchite da dettagli a volte poetici, a volte miseri che riguardano gli eventi del 28 giungo 1914 a Sarajevo. Così come nell’antologia di Edgard Lee Masters, l’opera di Gilberto Forti dà voce a prospettive oblique, dimenticate, versioni ipotetiche che si interrogano su “cosa sarebbe successo se…”.

Il risultato è una microstoria in endecasillabi che trascina il lettore fino all’ultimo capitolo, nella vana illusione che possa finalmente individuare il momento decisivo o il gesto determinante di quella giornata: la svolta della vettura lungo il tragitto prestabilito o la titubanza del comandante che fece involontariamente incrociare le strade dell’arciduca e del suo attentatore.

Gilberto Forti evita accuratamente di fornire una chiave di lettura univoca, offrendo una molteplicità di possibili spiegazioni, senza che alcuna screditi o sminuisca il valore esplicativo delle altre.

Le storie
Basata su un minuzioso lavoro di ricerca su materiali d’archivio e cronache dell’epoca, quest’opera di Gilberto Forti dà voce a personaggi immaginari ma estremamente verosimili. Ciascuno di essi offre il proprio frammento di verità utilizzando un differente registro narrativo, pur mantenendo sempre la forma del monologo: al diario del consigliere-regio che segue le vicende da Vienna si affiancano frammenti più colloquiali, come il resoconto dell’ultimo viaggio dei consorti verso Arstetten, dove Francesco Ferdinando e Sofia – «la moglie che non fu accettata mai, neanche da morta, come un’Asburgo» – saranno sepolti l’uno accanto all’altra.

C’è posto anche per le carte private di una nobildonna emigrata negli Stati Uniti, così come per una lezione di un docente universitario che scandaglia la psicologia dell’erede al trono – e assieme a questa, quella dell’Impero – per riconoscervi una pulsione di morte. Ciò che accomuna le molteplici voci narranti di quest’opera – nobili, militari, chierici o luminari – è il destino funesto piombato su ciascuno in seguito allo scoppio del conflitto.

Fra le numerose ipotesi che emergono dai frammenti raccolti nel libro trova spazio anche la storia dell’uniforme di Francesco Ferdinando, cucitagli addosso per suo stesso volere, come segno di devozione all’etichetta e al buon gusto. Questa, secondo il sergente Koppenstatter, sarebbe stata la vera causa dello scoppio della Grande Guerra. Il sergente conclude il proprio racconto con una delle metafore più forti del libro:

« Francesco Ferdinando se ne va,

e con lui se ne va la disciplina,

la stessa disciplina che l’ha ucciso,

la disciplina delle cuciture

che tenevano assieme il vecchio impero. »

Recensione pubblicata il 27 giugno da Osservatorio Balcani e Caucaso

*Gilberto Forti (Roma 1922 – Milano, 1999) nasce da famiglia di religione ebraica. Le leggi razziali del 1938 lo costringono ad abbandonare gli studi. Milita come partigiano nella guerra di Resistenza, dopo di che inizia a collaborare con l’agenzia di stampa statunitense Associated Press e nel 1956 passa a lavorare per l’editore Rusconi. Alla sua carriera di giornalista affianca una proficua attività di traduttore dall’inglese, dal tedesco e dallo svedese. Oltre a A Sarajevo il 28 giugno (1984), ha pubblicato sempre per Adelphi Il piccolo almanacco di Radetzky (1983), a sua volta una cronaca del tramonto dell’Impero, mentre nel 2008 è uscita, per Zandonai, la raccolta I latitanti, ambientata sull’appenino emiliano all’epoca della Resistenza.

Il futuro dell’Europa dipende dall’Ucraina?

Osservatorio Balcani e Caucaso
eventi@balcanicaucaso.org
0464 424230

Centro Europeo di Eccellenza Jean Monnet
centrojeanmonnet@unitn.it
0461 283473

-conferenza-
28 Maggio ore 15:00
Aula 5, Dipartimento di Sociologia e Ricerca Sociale,
Università di Trento, Via Verdi 26
Trento 

Centro Europeo di Eccellenza Jean Monnet dell’Università di Trento, Forum trentino per la Pace e i Diritti Umani, Osservatorio Balcani e Caucaso
Conferenza che grazie al contributo di diplomatici, studiosi e giornalisti intende aiutare la comprensione della grave crisi che ha investito l’Ucraina in questi mesi e ragionare sulle possibili soluzioni del conflitto in corso

PROGRAMMA

Saluti
– Sara Ferrari, Assessora provinciale all’università e ricerca
– Massimiliano Pilati, Presidente del Forum trentino per la Pace e i Diritti Umani
– Marco Brunazzo, Centro Europeo di Eccellenza Jean Monnet Università di Trento

Intervengono
– Paolo Bergamaschi, Parlamento Europeo
– Paolo Calzini, Jonhs Hopkins University Bologna Center
– Giorgio Comai, Osservatorio Balcani e Caucaso, Dublin City University
– Piotr Dutkiewicz, Institute of European and Russian Studies Carleton University
– Danilo Elia, Osservatorio Balcani e Caucaso
– Aldo Ferrari, Università Ca’ Foscari di Venezia
– Maura Morandi, Ambasciata di Danimarca in Kiev
– Lamberto Zannier, Organizzazione per la sicurezza e la cooperazione in Europa

Coordina i lavori
Luisa Chiodi, Osservatorio Balcani e Caucaso

 

INFO:

Osservatorio Balcani e Caucaso
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Alluvione nei Balcani. I primi aiuti dal Trentino

– Associazione Trentino con i Balcani –

La Protezione Civile della Provincia Autonoma di Trento è pronta a partire con una colonna mobile alla volta delle aree alluvionate della Bosnia e della Serbia. La disponibilità a mettere a disposizione uomini e mezzi è stata data ieri 19 maggio – sentito il presidente della Provincia autonoma di Trento – al Dipartimento nazionale della Protezione civile, che aveva contatto il Trentino ed altre due regioni, il Friuli Venezia Giulia ed il Molise. Leggi il comunicato.

Radio Free Europe

Qui
il dossier su sito di Osservatorio Balcani e Caucaso
All’interno l’articolo con le indicazioni per l’invio di aiuti.

– Associazione Trentino con i Balcani –

La Protezione Civile della Provincia Autonoma di Trento è pronta a partire con una colonna mobile alla volta delle aree alluvionate della Bosnia e della Serbia. La disponibilità a mettere a disposizione uomini e mezzi è stata data ieri 19 maggio – sentito il presidente della Provincia autonoma di Trento – al Dipartimento nazionale della Protezione civile, che aveva contatto il Trentino ed altre due regioni, il Friuli Venezia Giulia ed il Molise. Leggi il comunicato.Radio Free Europe
Condividiamo la lettera di un’amica.
Cari amici e care associazioni,

vi scrivo perché da poche ore anche i canali di comunicazione italiani hanno fatto arrivare la notizia della catastrofe ambientale che ha colpito nei giorni scorsi in particolare la Serbia e la Bosnia-Erzegovina e in parte anche la Croazia. Intere città e centinaia di villaggi sono stati travolte da pesanti inondazioni, tant’è che è le autorità statali hanno dichiarato lo stato d’emergenza.Nelle ultime ore in molti di questi luoghi ha smesso di piovere, ma l’acqua ha causato molti danni e la maggior parte della popolazione è rimasta senza niente. Oltre ad aver perso le loro case, non hanno cibo a sufficienza, acqua potabile, vestiti, scarpe, oggetti per l’igiene, coperte e tutto ciò che serve per sopravvivere. Senza contare che non hanno notizie dei propri familiari, non sanno se sono vivi o se mai li potranno rivedere.Le autorità locali si sono attivate per formare dei punti di accoglienza nelle scuole, nelle case di riposo, nelle palestre, negli studentati ed in altri posti in cui l’acqua ha causato meno danni o non è riuscita ad arrivare.
La situazione, nonostante ciò, è davvero drammatica soprattutto perché non si sa quanto tempo ci vorrà per far tornare tutto come prima, e se sarà davvero possibile farlo tornare come prima. Lo potete capire anche da soli dando un’occhiata qui come su molti altri siti che ne parlano in rete.
Per questo una rete di persone anche sul territorio trentino si è attivata per raccogliere viveri e tutto ciò che è necessario, per quanto possibile, al fine di supportare le vittime serbe e bosniache delle inondazioni.

In collaborazione con il Klub “Sloga” di Vicenza, la Croce Rossa di Belgrado, la diaspora serba di Vicenza, il consolato ed il governo della Repubblica di Serbia, abbiamo attivato dei punti di raccolta in vari loghi della nostra Provincia, comeMezzolombardo, Riva del Garda, Ala, Mori, Rovereto e da oggi anche TRENTO, di cui io sono referente.

(Da tutti questi centri di raccolta ciò che viene raccolto viene spedito a Vicenza con furgoni che sono stati messi a disposizione, raggiunge Ljubljana e da lì viene inviato tutti in Serbia, in Bosnia ed in Croazia, nei luoghi in cui c’è più necessità. Anche la Croce Rossa di Trento ha attivato le sue reti per raccogliere viveri in aiuto a queste popolazioni.)

PREGO TUTTI VOI CON IL CUORE DI RISPONDERE AL NOSTRO APPELLO PORTANDO QUELLO CHE POTETE PRESSO IL PUNTO DI RACCOLTA DI TRENTO.

Resto a disposizione,

FATE GIRARE

STAY HUMAN!

Nataša Vučković
FORZA TRENTO, PER L’UMANITA’!
Riportiamo i link per aiutare le popolazioni colpite:  Croce Rossa Bosnia Erzegovina  // Croce Rossa Serbia  // Associazione per l’Ambasciata della democrazia locale a Zavidovici-ONLUS    //  Helpfloodedserbia.org //  Caritas con causale  “Europa/Alluvioni Balcani” // Leggi l’appello di Oxfam Italia con le testimonianze dalle zone colpite e le indicazioni su come aiutare la popolazione

Qui il dossier su sito di Osservatorio Balcani e Caucaso

Priorità per la presidenza italiana dell’UE: la macroregione adriatico-ionica e i Balcani

 

 

 

Osservatorio Balcani e Caucaso (OBC)
Centro Europeo di Eccellenza Jean Monnet – Università di Trento

sono lieti di invitarti alla conferenza

Priorità per la presidenza italiana dell’UE:
la macroregione adriatico-ionica e i Balcani


Martedì 6 maggio 2014, ore 10:00

TRENTO – Aula 11, Dipartimento di Sociologia e Ricerca Sociale, via Verdi 26


Nel semestre di presidenza italiana dell’Unione Europea verrà definita la strategia per la macroregione adriatico-ionica (EUSAIR). Sarà una tappa importante anche per le due Province autonome di Trento e di Bolzano che hanno aderito a questa macroregione, oltre che alla costituenda macroregione alpina.

Intervengono:
Sara FERRARI, assessora provinciale all’università e alla ricerca
Andrea STOCCHIERO, ricercatore del CeSPI – Centro Studi Politiche Internazionali
Luisa CHIODI, direttrice scientifica di OBC

Barbara FORNI, Rappresentanza del Parlamento Europeo in Italia

Roberto BELLONI, Centro Jean Monnet, Università degli Studi di Trento

INFO:
eventi@balcanicaucaso.org
0464 424230

La Scelta

“Anche nei momenti più bui il destino di ogni uomo non è predeterminato. E’ sempre possibile spingere la storia in una direzione opposta”