Appelli

“PREPARARE LA PACE” – 12 aprile

In questo momento così tragico per la guerra in corso in Ucraina e denso di incognite per le sorti dell’umanità, noi vogliamo guardare al futuro e scegliamo di preparare la pace. Siamo consapevoli che si tratta della strada più difficile, perché si scontra con il paradigma degli antichi (si vis pacem para bellum) che poi è rimasto lo stesso dei moderni, perché l’attitudine alla guerra ha accompagnato la vicenda umana e perché questo ci richiede di fare i conti con la parte più inconfessabile della nostra natura. Ma è anche l’unica strada/possibilità se intendiamo dare un futuro all’umanità. Un futuro che è già incerto per effetto delle conseguenze che la crisi climatica del pianeta sta avendo sugli ecosistemi vitali per la sopravvivenza del genere umano. Una “terza guerra mondiale a pezzi” – come l’ha definita Papa Francesco – che produce cultura dell’esclusione e dello scarto. La stessa crisi pandemica che ha sin qui provocato la morte di oltre sei milioni di persone ci pone di fronte all’urgenza di cambiare i nostri stili di vita e in primo luogo il nostro rapporto con gli altri esseri viventi.

Come se non bastasse, l’occupazione dell’Ucraina da parte del regime di Putin ci ha precipitati nella distruzione e nel dolore, in una nuova guerra che, con il coinvolgimento delle superpotenze, potrebbe diventare nucleare. Ovvero letale per tutta l’umanità. Per fermare tutto questo non occorre solo il cessate il fuoco, pure urgente e indispensabile. E’ necessario un cambiamento profondo dei paradigmi che ci hanno portati sin qui, «un’altra impostazione, un modo diverso di governare il mondo ormai globalizzato».

Preparare la pace significa investire nella cultura della pace. La pace non è – come spesso si tende a semplificare – assenza di guerra (sappiamo che le armi uccidono anche quando non sparano) e non si costruisce nel territorio della guerra, quando a prevalere è invece il sibilo sinistro degli strumenti di morte e distruzione. La pace si costruisce con l’educazione e la gestione nonviolenta dei conflitti. Spesso si crede che la nonviolenza sia il terreno per le anime belle o per chi in maniera ipocrita intende sottrarsi al conflitto. No, non c’era alcuna viltà nella resistenza dei ragazzi della Rosa Bianca contro il regime hitleriano, nel mettere il proprio corpo di fronte ad un carro armato come avvenne nelle strade di Praga nel 1968 o a Piazza Tienanmen a Pechino nel 1989. O nell’opporsi con le proprie istituzioni parallele nei ghetti della segregazione dell’apartheid in Sudafrica o, ancora, nella disobbedienza civile negli Stati americani dove i neri erano deprivati di ogni diritto.

Come scrive Mohandas Karamchand Gandhi «la nonviolenza è una lotta contro l’ingiustizia più attiva e più concreta della ritorsione, il cui effetto è solo quello di aumentare l’ingiustizia». Non accettando il terreno delle armi e della violenza, si rovescia il tavolo, s’impone un altro terreno di confronto, paradossalmente ancor più radicale perché nella nonviolenza i fini e i mezzi dell’agire richiedono coerenza. Non si riempiono gli arsenali se si vuole la pace. Passare da 25 a 38 miliardi di euro l’anno per le spese militari di un paese come l’Italia che “ripudia la guerra” (art.11 della Costituzione Italiana) vuol dire una cosa sola, aumentare l’ingiustizia. Sono ancora nei nostri occhi le immagini degli ospedali durante la pandemia dove i medici erano costretti a scegliere – per mancanza di strutture sanitarie – chi tenere in vita e chi no. Se si vuole la pace – come afferma Aldo Capitini – non si deve preparare la guerra, bensì preparare la pace. Eccolo il cambio di paradigma.

L’Europa politica come proposta di pace

L’Ucraina è parte integrante dell’Europa. Noi pensiamo che l’Europa debba svolgere un ruolo cruciale nel porre fine alla guerra ed essere al centro di una soluzione stabile del conflitto in corso. Il progetto politico europeo nasce nel pieno della seconda guerra mondiale come proposta di pace, anche se tenderà ad arenarsi di fronte alla contrapposizione fra le grandi potenze e la costruzione dei blocchi politico-militari negli anni della guerra fredda. Non a caso troverà un nuovo slancio a ridosso della caduta del muro di Berlino, dando vita ad un processo di allargamento guardato con sospetto dai nostalgici del vecchio bipolarismo che vedono nella nascita dell’Europa politica l’aprirsi di una nuova fase di relazioni internazionali non più segnata dai vecchi egemonismi.

In particolare nella risposta alla crisi pandemica, l’Europa ha segnato negli ultimi due anni un positivo passo in avanti nella ricerca di una politica economica comune (pensiamo al Next Generation EU e al debito), strada che andrebbe proseguita anche sul piano della politica estera comune (compreso un corpo civile di pace europeo). È su questo terreno che chiediamo si esplicitino le capacità progettuali, intellettuali e valoriali dell’Europa nell’immaginare un ruolo autonomo e autorevole dell’Ucraina come territorio “sul confine” fra grandi civiltà che nell’incontro, nel dialogo e nell’ibridazione culturale hanno saputo dare il meglio di sé.

Come fu nell’immediato secondo dopoguerra anche oggi la soluzione può venire dalla capacità della politica di generare contesti inediti in grado di rappresentare un reciproco e comune interesse di pace, di sicurezza e di feconde relazioni. Il Trentino – Alto Adige / Südtirol, forte di una consolidata prassi di autogoverno e dell’esperienza autonomistica potrebbe prestare il proprio bagaglio culturale e politico in questo contesto trasferendo buone prassi, basi giuridiche e formative in una realtà geopolitica dove i concetti di sovranità e di autodeterminazione appaiono al contrario generatori di nuove tensioni.

Un Cantiere di Pace

Una piccola regione europea come il Trentino Alto Adige – Südtirol può ben poco di fronte alla dimensione di una guerra che coinvolge le strategie dei potenti della Terra, di fronte alle quali il diritto internazionale e le stesse Nazioni Unite sono messe all’angolo – anche per effetto di un sistema in larga misura obsoleto e di una riforma auspicata da decenni ma mai realizzata – ed esautorate dai forum dei paesi arricchiti.

Eppure crediamo nella diplomazia dal basso che – verso l’Ucraina come in passato in altri ambiti di conflitto acuto – ha saputo e sa realizzare una forte capacità di mobilitazione, di prossimità e anche di relazioni improntate al dialogo e alla pace. In questo solco si muove la proposta di dar vita in questa terra ad un Cantiere di pace che si propone i seguenti ambiti di azione.

Solidarietà. In queste ore le nostre comunità sono impegnate in uno straordinario lavoro di solidarietà verso la popolazione ucraina, tanto nell’accoglienza come nell’invio di aiuti umanitari e delle strutture della protezione civile. Mettendo sin d’ora in campo le necessarie progettualità per la ricostruzione nei mesi e negli anni del dopoguerra.

Interposizione nonviolenta. Stanno mettendosi in moto carovane di interposizione nonviolenta che vedono la partecipazione di esponenti della nostra società civile. Pur nella consapevolezza che in un contesto di degenerazione violenta del conflitto il terreno per un’azione efficace diviene di difficile praticabilità, indicare che fermare il conflitto è possibile anche per iniziativa di donne e uomini di buona volontà assume un valore di profonda testimonianza. E lo sarebbe in misura ancora maggiore se capace di coinvolgere rappresentanti delle istituzioni europee, nazionali e regionali ad ogni livello.

Autogoverno e stato di diritto. Nella speranza che il dialogo prenda il sopravvento sulla violenza, vorremmo che sul tavolo delle trattative, in queste ore come dopo il cessate il fuoco, il tema dell’autonomia nel rispetto dello stato di diritto potesse trovare piena cittadinanza. Un percorso costituzionale orientato all’indipendenza dell’Ucraina, alla salvaguardia delle diverse popolazioni, religioni, appartenenze linguistiche anche sulla base della nostra esperienza autonomistica. E a salvaguardare l’autonomia degli spazi e delle voci critiche di chi si oppone alla guerra.

Europa delle regioni. Pensiamo che la nostra Regione debba dar vita ad un’azione di diplomazia dal basso che veda protagoniste le regioni europee, a partire dall’idea di Europa federativa che nasce a Ventotene e dalle esperienze maturate di autogoverno regionale. Facciamo dunque appello alle istituzioni della nostra autonomia, agli istituti storici e di ricerca, all’Università, ai think tank che si occupano di relazioni e di politica internazionale perché siano congiuntamente protagonisti di un’iniziativa di diplomazia dal basso affinché il conflitto in corso possa aprire una pagina nuova nella costruzione dell’Europa politica.

Sobrietà e responsabilità. E infine, di fronte all’intreccio di crisi di natura militare, ambientale, sanitaria, energetica, alimentare, migratoria dovremmo prendere atto che s’impone un serio ragionamento sul nostro modello di sviluppo e i nostri stili di vita, improntato alla consapevolezza del limite delle risorse e alla necessità di riconsiderare i nostri consumi affinché siano sempre più improntati alla sobrietà e alla responsabilità. Perché questa è la strada concreta per togliere terreno alla cultura di guerra

Sono questi i titoli dell’agenda di lavoro di un Cantiere di pace che intende riprendere e valorizzare le esperienze migliori che questa terra – anche grazie ad un uso intelligente e creativo dell’autonomia – ha saputo realizzare proprio sul terreno della diffusione della cultura della pace, dell’approccio nonviolento verso i conflitti, della formazione e della diplomazia popolare. Nello specifico, l’intento è quello di mettere sul tavolo del confronto proposte che possano indicare vie d’uscita praticabili nonché una piattaforma di impegni e relazioni per il futuro di un paese, l’Ucraina, che guarda all’Unione Europea.

Sottoscrivono:

Per informazioni ed aggiornamenti, scrivere a: cantieredipace.trentino@gmail.com