Noi siriani: confronto con Sheik Abdo

 

19 811 bambini morti nel conflitto.
5,5 milioni di persone che hanno lasciato il paese.
6 milioni di sfollati interni.
E’ con questi numeri importanti, dati dal moderatore Raffaele Crocco, che si è aperto a Trento mercoledì 6 marzo l’evento “Noi siriani”, un dialogo e confronto con Sheik Abdo, attivista per i diritti umani e rifugiato siriano che dal 2015 si è fatto portavoce internazionale della Proposta di Pace per la Siria: un appello nato dal basso, dalla società civile siriana che vive all’interno delle tendopoli nel nord del Libano.
L’incontro, che si è svolto in una Sala Falconetto gremita di persone, è stato organizzato da Operation Daywork in collaborazione con  civico 13 sportello delle politiche giovanili di Provincia e Comune di Trento. e con il Forum trentino per la pace e i diritti umani in rappresentanza della rete in difesa di…
Due in particolare sono stati i temi centrali della serata.

Nella prima parte, Sheik Abdo ha raccontato della situazione che i rifugiati siriani stanno vivendo nei campi profughi del Libano, una realtà che conosce bene dal 2011. Soluzioni abitative precarie, alta mortalità infantile, irruzioni costanti dell’esercito libanese nei campi, arresti e maltrattamenti, bambini che non vanno a scuola, o che se ci vanno hanno garantito un livello appena minimo di istruzione: questi sono solo alcuni degli aspetti che caratterizzano la quotidianità di queste persone, e che dimostra quanto sia urgente trovare una soluzione urgente per il popolo siriano.

E’ proprio da questa consapevolezza che nasce la Proposta di Pace per la Siria, una richiesta che si articola in sei punti e che Sheik Abdo ha delineato bene nella seconda parte dell’incontro: la fine della guerra, l’aiuto alle vittime con assistenza e creazione di zone neutre, la lotta al terrorismo, il raggiungimento di una soluzione politica e “la creazione di un Governo di consenso nazionale che rappresenti tutti i siriani nelle loro diversità e ne rispetti la dignità e i diritti”. Tale proposta, ha sottolineato Sheik Abdo, è nata dagli stessi siriani ora profughi in Libano e non è fatta in quanto oppositori del regime, ma in quanto cittadini che vogliono la pace per il loro paese.

La mia aspettativa per oggi è di portare a voi la voce di questa gente che non è ascoltata: qui non sto parlando da siriano, ma da essere umano, perchè questa guerra riguarda tutti noi.”. L’augurio è che la Siria torni presto ad essere, come si augura Sheik Abdo, un paese “che rappresenti tutti”.

Oltre a questo evento pubblico, grazie al Forum trentino per la pace e i diritti umani è stato possibile far incontrare Sheik Abdo con Carlotta Sami, rappresentante dell’UNHCR per il Sud Europa che si trovava a Trento in occasione della presentazione del libro “Anche Superman era un rifugiato”. I due hanno quindi avuto modo di conoscersi e di discutere insieme sulla difficile situazione del popolo siriano, nella speranza che l’Onu possa appoggiare ufficialmente la proposta di pace.

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VICINO ORIENTE: TRACCE DI NON VIOLENZA IN CONTESTI DI GUERRA

Il Forum trentino per la pace e i diritti umani ha ospitato Hussain Shaban, professore e vicerettore dell’Università della nonviolenza e dei Diritti umani a Beirut, in un incontro di confronto e dialogo con Massimiliano Pilati, presidente del Forum, e Adel Jabbar, relatore e traduttore del dibattito.

Il professore ha come obiettivo quello di divulgare la cultura della nonviolenza attraverso studi e ricerche accademiche, tesi universitarie, formazioni di insegnanti e professori ma anche di uomini di religione e politici. Egli ha sottolineato l’importanza dell’educazione di giovani per sostenere la cultura della nonviolenza proprio per questo, in Libano, la materia è stata introdotta in tutti i gradi e ordini scolastici.

Shaban divulga la cultura della nonviolenza come strumento per agire nei nostri giorni, caratterizzati da un agire e un pensiero contrario, questa filosofia include il dialogo, la convivenza, la pace e l’attenzione ai diritti umani. Una società, come quella del Vicino Oriente, caratterizzata da disuguaglianze economiche e sociali, estremismo, fanatismo e integralismo diventa terreno fertile per pratiche e ideologie violente. Più le società sono arretrate più le pratiche violente possono radicarsi; è bene capire, secondo Shaban, che l’unico criterio per misurare lo sviluppo e il progresso di un territorio è il riconoscimento o meno dei diritti umani. Chi esercita ideologie violente – afferma il professore – fa del male non solo agli altri, togliendo loro umanità, ma anche a se stessi andando a diminuire la propria (e altrui) dignità umana.

Purtroppo queste ideologie non sono diffuse solo nelle società arabe, anche in quelle occidentali la pratica della violenza è diffusa: i mezzi utilizzati sono quelli di informazione e i mass media che, non presentando le notizie in modo oggettivo, o presentandone solo una parte, diventano strumenti che incitano alla violenza e all’odio e soprattutto raggiungono le persone con un estrema facilità. Per affrontare tale situazione Shaban indica che la volontà e la coscienza sono gli strumenti nonviolenti che si possono utilizzare per opporsi alla violenza diffusa: “strumenti giusti per obiettivi giusti, il fine fa parte del mezzo. Non c’è pace con la violenza, con le disuguaglianze e senza dialogo. Tramite la cultura della nonviolenza si possono affrontare situazioni anche critiche perseguendo la pace, l’uguaglianza e i diritti di tutte le persone”.

Radio Memoriæ: le guerre dimenticate

Tutti sanno che nel 1982 l’Italia vinse la Coppa del Mondo di Spagna: chi ricorda, dello stesso anno, la guerra Falklands/Malvinas tra Gran Bretagna e Argentina o quella tra Israele e Libano? E chi conosce la guerra civile del Guatemala, terminata solo nel 1996? Il 2015 è un anno di commemorazioni dedicate soprattutto alla Grande Guerra, ma il Novecento ha vissuto molti altri conflitti che ancora oggi segnano il nostro presente e che molto spesso non trovano spazio nei nostri ricordi.

Radio Memoriæ: le guerre dimenticate è un progetto rivolto a un gruppo di giovani che accompagnati da storici ed esperti nell’approfondimento di alcuni conflitti del secolo scorso e da giornalisti e tecnici nella traduzione del materiale, saranno ideatori e produttori di una vera e propria trasmissione radiofonica da loro realizzata e condotta. L’iniziativa è partita a giugno 2015 con una formazione residenziale e terminerà a inizio 2016 con la messa in onda della prima puntata del programma.

L’iniziativa mira a fornire un’esperienza di formazione e di crescita personale che sia al contempo piacevole e stimolante, anche grazie a una formazione full immersion realizzata in modalità residenziale: darà spazio alla storia intesa come approfondimento di contenuti, come metodo di ricerca e di studio, come occasione di scrittura di testi e al contempo ai diversi linguaggi giornalistici con particolare attenzione a quello destinato alla radio. Oltre a docenti ed esperti dei conflitti trattati, tra i relatori dei momenti formativi ci saranno giornalisti e professionisti accreditati. Dopo il periodo formativo (che si è tenuto tra il 26 e il 28 giugno), i partecipanti svolgeranno il lavoro di approfondimento individuale e di gruppo con il supporto di tutor ed esperti.

A settembre inizieranno il laboratorio radiofonico e la produzione del programma: si stima la messa in onda della prima puntata il 27 gennaio 2016, Giorno della Memoria, in onda sulle radio partner del progetto SanbaRadio e Radio TrentinoInBlu ma verrà proposto anche a emittenti nazionali.

L’iniziativa è realizzata con il contributo di Fondazione Caritro e Ufficio Giovani e Servizio Civile della Provincia di Trento da ACLI Trentine, Associazione 46° Parallelo,Forum Trentino per la Pace e i Diritti UmaniIsodarco – International School on Disarmament and Research on ConflictsUSPID – Unione scienziati per il disarmoConsulta degli studenti di Trento, Assessorato all’Istruzione della Provincia di TrentoUfficio Politiche Giovanili del Comune di Trento. Partner tecnici Radio TrentinoInBlu e SanbaRadio.

Ruanda: una memoria del conflitto

di Francesca Correr
All’inizio dell’aprile del 1994 cominciano i cento giorni bui della storia recente del Ruanda, tre mesi di massacro che portano all’uccisione di circa ottocento mila persone secondo i dati ufficiali dell’ONU: si parla di genocidio, ossia di distruzione sistematica di un gruppo etnico con lo scopo ultimo del suo annientamento, l’applicazione della “soluzione finale”.

A ventuno anni dagli eventi ruandesi riportiamo qui una breve cronologia dello strutturarsi del genocidio, sottolineando l’importanza della memoria non solo dei fatti in se stessi, concentrati nei tre mesi primaverili del ’94, ma anche di ciò che viene prima, che ha alimentato e permesso lo strutturarsi dello sterminio. Il genocidio ruandese, interpretato spesso come momento di anarchia brutale e inteso semplicisticamente come lotta sanguinaria tra enclave tribali, sottende invece logiche molto più vaste e complesse, nelle quali si intrecciano colonialismo e neocolonialismo, rapporti di potere, equilibri politici e istituzioni internazionali.

14Il Ruanda è un piccolo paese montano, grande all’incirca come la regione del Piemonte; considerato di scarsa importanza in epoca coloniale data la posizione remota e l’assenza di grandi risorse minerarie. Nella spartizione dell’Africa da parte degli stati europei durante l’Ottocento e il Novecento è assegnato ai tedeschi e poi ai belgi, che per anni appoggeranno la casta dei tutsi come élite di governo in un sistema di tipo monarchico.

Il Ruanda infatti è composto da un solo gruppo etnico, quello dei banyaruanda, diviso però in tre parti: i tutsi, tradizionalmente allevatori e proprietari terrieri, gli hutu, la maggior parte della popolazione, legati alle attività agricole, e un’esigua minoranza di twa, cacciatori.

Negli anni Cinquanta del Novecento anche il Ruanda si colloca tra i protagonisti dei processi indipendentisti degli stati africani: il Belgio cambia strategia politica e spiazzato di fronte alle richieste di indipendenza inizia ad aizzare la maggioranza hutu contro “gli invasori nilotici tutsi”. Latente era la questione della terra, scarsa e satura in un paese montagnoso e piccolo.

Le tensioni sociali si acuiscono e conducono a una vera e propria rivoluzione: il sistema che usando termini europei potremmo definire di tipo feudale, nel quale i tutsi possedevano la quasi totalità delle terre, viene sovvertito e questi ultimi sono massacrati. Molti si rifugiano nei paesi vicini (come il Congo e il Burundi).

L’indipendenza arriva nel 1962, con un governo hutu al potere: la società ruandese è divisa profondamente, con gruppi di tutsi alle frontiere che vivono  nei campi profughi e che si organizzano per rientrare in Ruanda.

Altra data importante per la storia politica del Paese è il 1973, anno del colpo di stato del generale Juvénal Habyarimana: inizia un ventennio nel quale il Ruanda è governato da un solo partito e dall’élite  razzista filo-hutu del clan Akazu. L’Europa non risulta tuttavia assente nelle logiche di potere degli stati africani anche a decolonizzazione avvenuta; il 30 settembre del 1990 un esercito di tutsi invade il Ruanda dal Burundi e il Presidente Habyarimana telefona al francese Mitterand chiedendo aiuto per fermare la loro avanzata.

La situazione di tensione e violenza decennale pare vedere uno spiraglio di rasserenamento nel 1993 con gli accordi di Arusha, in Tanzania, che prevedono una parziale spartizione del potere tra hutu e tutsi e il rientro di questi ultimi dai campi profughi: si misura, tuttavia, una mancata volontà di rispetto degli accordi e la situazione trascende con l’abbattimento dell’aereo nel quale viaggia il Presidente Habyarimana, di ritorno da un summit internazionale il 6 aprile 1994.

Questo momento sancisce l’inizio del genocidio; i tutsi vengono incolpati dell’abbattimento dell’aereo e si avvia una spirale di violenza capillare. I massacri però non si accendono dal nulla; vi è un sostrato di violenza ideologica costruito e preparato nei mesi e negli anni che modella un clima di legittimazione del genocidio.

Era stato creato tempo prima un esercito paramilitare chiamato Interahamwe (“quelli che lavorano, lottano e attaccano insieme”), che recluta in massa la popolazione hutu, addestrandola a riconosce il nemico in ogni tutsi, nel vicino di casa, nel compagno di scuola. Di fatto vengono stese vere e proprie liste di proscrizione di cittadini tutsi e hutu oppositori da eliminare.

La retorica anti-tutsi è spinta capillarmente dai mezzi di comunicazione, che giocano un ruolo fondamentale nello strutturarsi della violenza genocida: la RadioMille Colline trasmette filastrocche e canzoni che inneggiano allo sterminio: i tutsi sono scarafaggi da stanare e schiacciare.

La rivista Kangura plasma l’uomo tutsi come cospiratore contro gli hutu, invasore da scacciare, e diffonde i dieci comandamenti hutu che sanciscono le differenze etniche e qualitative tra i due gruppi e indicano i corretti comportamenti da seguire (per esempio il punto 8: “gli hutu devono smettere di avere pietà dei tutsi”). Un’altra copertina titola “Tutsi la razza di Dio. Quale arma dovremmo usare per eliminare gli scarafaggi?”; sulla pagina, a lato, l’immagine di un machete.

Il direttore di Kangura verrà poi incriminato per istigazione al genocidio attraverso i media dal tribunale internazionale di Arusha nel 2003: è la prima condanna per un crimine simile dopo il Processo di Norimberga.

Se il genocidio resta circoscritto ai confini statali ruandesi, le responsabilità riguardo ad esso si estendono ben oltre; basti sottolineare che l’inviato ONU Romeo Dallaire chiede più volte rinforzi e tratteggia ai superiori la situazione prossima all’esplosione ma alle sue richieste riceve solo rifiuti.

L’ignavia delle organismi internazionali si somma quindi alla spirale di odio alimentata da più fronti negli anni, alla costruzione di una retorica e di una ideologia che modella, pezzo per pezzo, un nemico “altro” da eliminare, in questo caso non da personale specializzato ma dall’intero popolo; Kapuscinski parla di “comunione criminale del popolo” e “cataclisma collettivo”, dove ognuno è soldato, investito di una missione da compiere con le armi che possiede.

Ricordare quindi non solo la brutalità in se stessa ma le sue radici, alimentate con vena programmatica, rimane importante anche due decenni dopo il genocidio perché la memoria sul Ruanda si mantenga viva e lucida.
Per approfondire:
“Ebano” di Ryszard Kapuscinski
“Rwanda. Istruzioni per un genocidio” di Daniele Scaglione

This is my land: insegnare storia in Palestina e in Israele

di Francesca Correr

Come la storia e il suo insegnamento nelle scuole possono edificare il presente e il futuro?
E come possono modellare le identità dei cittadini?
Da queste due domande prende spunto This is my land, un film documentario di Tamara Erde, regista israeliana che vive in Francia e che attraverso mezzi audiovisivi si occupa del conflitto israelo-palestinese sotto vari aspetti.
Questa volta la chiave di lettura prescelta è quella dell’insegnamento della storia nelle scuole di Israele e Palestina; l’idea nasce dall’esperienza personale dell’autrice, che all’inizio del film racconta di come durante gli anni della scuola non si fosse mai posta delle domande su come le venisse insegnata la storia nazionale o su come venisse diversamente raccontata in una classe palestinese.
Così dietro l’occhio della videocamera la regista diviene osservatrice privilegiata di alcune lezioni di storia contemporanea durante un anno scolastico in sei diverse scuole, da quella di Talmud di un insediamento israeliano della West Bank alla scuola palestinese di un campo profughi di Ramallah, passando per una scuola privata mista, con studenti e docenti palestinesi e israeliani.
La videocamera riprende le dinamiche pedagogiche e dialettiche delle lezioni di storia e conduce lo spettatore, e gli stessi docenti intervistati, a una riflessione complessa sul valore della storia nel plasmare le identità dei giovani e il loro posto nel mondo (in questo caso un mondo di conflitto quotidiano).
Vediamo così la costruzione di diverse, in genere opposte, interpretazioni delle date fondamentali della storia contemporanea dell’area e di tematiche quali l’occupazione delle terre e la loro rivendicazione. Sono tasselli di storia costitutivi del presente e allo stesso tempo elementi sui quali si incardina l’immaginario del futuro: i libri di testo mettono per iscritto questa distanza tra due storie diverse, parallele e conflittuali.
Così i bambini sono già attori del conflitto, per averlo vissuto sulla propria pelle in situazioni disperate o anche solo per vestirne la dialettica e la retorica pervasiva: le narrative dell’“altro”, che sia israeliano o palestinese, lo modellano come incarnazione di una politica di oppressione e violenza, come il pericolo alla porta di casa. Le identità, incarnate già nei più giovani, non possono che strutturarsi per opposizione, per incompatibilità.
Fa riflettere amaramente l’unica scena girata dalla regista fuori dai confini israelo-palestinesi; seguiamo una classe in visita al campo di concentramento austriaco di Mathausen – Gusen, bandiere israeliane in mano. Un ragazzo fuori dai cancelli parla dell’esperienza della visita al campo e dice di sentirsi molto più israeliano; capisce di doversi impegnare attivamente per la difesa del territorio contro i nemici che lo minacciano.
L’interpretazione della tragedia nazista sottolinea un uso della memoria che riproduce costantemente il dramma dello sterminio, senza però applicarlo in chiave plurale a tutti gli stermini, a tutte le ingiustizie. Un altro tassello verso un’identità chiusa, come fosse monolitica.
Il film mostra criticità e conflittualità ben lontane dal trovare una via di risoluzione pacifica: l’ottica adottata non è certo speranzosa ma propone una riflessione necessaria.

Alle tematiche trattate dal lavoro della Erde possiamo associare un progetto virtuoso che, riflettendo appunto sulla costruzione della storia in modo unilaterale e per opposizione, propone un dialogo tra le diverse interpretazioni degli eventi. Il progetto viene concretizzato in un libro dal titolo La storia dell’altro (2003), un esperimento didattico di un gruppo di insegnati israeliani e palestinesi. Il testo propone un percorso parallelo attraverso il quale si snodano le due storie, quella israeliana e quella palestinese: le due versioni degli eventi corrono ai margini delle pagine, al centro uno spazio bianco dove scrivere note, comparazioni.
Sono individuate alcune date chiave nella loro distinta trattazione, come quella della dichiarazione di Balfour (1917), della nascita dello Stato di Israele (1948) o della Guerra dei Sei Giorni (1967).
L’intento è coraggioso e realistico: non si cerca di scrivere una versione comune della storia passata, non condivisa, ma si accetta di leggere anche quella dell’altro, ci si accosta alla memoria storica e agli immaginari collettivi diversi. Si inizia a percepire con cosa cresce l’altro, con quali discorsi, quali interpretazioni e quali costruzioni del sé.
Ecco che si inizia a tracciare per lo meno la possibilità di una storia plurale; che non incida certezze ma coltivi un terreno di dubbi, domande e volontà di comprensione.

This is my land, Tamara Erde
Francia/Israele, 2014. 90’
Il trailer: http://www.tamaraerde.com/films/this-is-my-land/

La storia dell’altro. Israeliani e palestinesi, Peace Research Institute in the Middle East.
Pubblicato in Italia da Edizioni Una Città.

In Armenia fu genocidio o no? A cento anni dal «Grande Male»

di Francesca Correr
Il non-ti-scordar-di-me è il fiore azzurro scelto a simbolo della commemorazione del centenario del genocidio degli armeni, il «Grande Male». È anche il simbolo del gruppo musicale Genealogy, che rappresenta l’Armenia nella competizione canora dell’Eurovision Song Contest: cinque artisti come i cinque petali del non-ti-scordar-di-me, provenienti dai cinque continenti e figli della diaspora armena. La canzone presentata si intitola Face the shadow (Affronta l’ombra); il titolo originale, poi cambiato in corso d’opera, era però il più diretto Don’t deny! (Non negare!).
La criticità della memoria dello sterminio armeno è balzata alle cronache prepotentemente dopo le affermazioni del Papa nel giorno della Pasqua ortodossa, che ha ricordato quello armeno come “il primo genocidio del XX secolo”. Non si sono fatte attendere le rimostranze turche all’uso del termine “genocidio”. La Turchia infatti ha sempre mantenuto una posizione ufficiale di tipo negazionista: le violenze subite dagli armeni sono da considerarsi in seno alle bellicosità della Prima Guerra Mondiale. Il Parlamento Europeo, invece, ha riconosciuto ufficialmente il massacro degli armeni come genocidio il 15 aprile di quest’anno con una risoluzione che “deplora fermamente ogni tentativo di negazionismo”.
In questo breve testo si cerca di fornire un sintetico inquadramento generale del genocidio armeno e si propone poi una traccia che indirizzi il lettore al ricchissimo dossier presentato dall’Osservatorio Balcani e Caucaso dal titolo “Genocidio Armeno 1915-2015”.
Il genocidio degli armeni inizia la notte del 24 aprile 1915, nella capitale dell’Impero Ottomano: intellettuali, poeti e riferimenti culturali della comunità vengono prelevati dalle loro case e uccisi. Lo sterminio continua spostandosi a est, nelle terre armene, da dove cominciano quelle che verranno poi chiamate “marce della morte”. Gli uomini vengono uccisi e le donne e i bambini condotti attraverso il deserto siriano e lasciati morire di stanchezza, fame e sete.
Il bilancio di queste marce disperate e degli omicidi diretti si aggira attorno al milione e mezzo di vittime.
Il contesto socio-politico è quello di un governo ottomano in mano ai Giovani Turchi, che perseguono la costruzione di una modalità statale di stampo nazionalista: è fomentata l’unione dei popoli turchi (una lingua-una nazione) mentre la minoranza armena, indoeuropea e cristiana dal 300, diviene un obiettivo da colpire.
La partita si delinea anche nei suoi elementi di carattere geopolitico; legata agli equilibri e ai conflitti tra Impero Ottomano e Russia (gli intellettuali armeni sono accusati di tradimento di matrice filo-russa).
Ma la storia degli armeni è costellata di occupazioni e violenze; nel 1894 vi è un primo massacro di circa 300.000 persone, in risposta a una rivolta contro l’oppressione curda e turca. L’ombra della Russia zarista è già presente nell’appoggio delle rivendicazioni indipendentiste armene (non a caso l’Armenia poi diventerà uno degli stati dell’Unione Sovietica).
I conflitti di area continuano anche nel ‘900 e dopo la caduta dell’URSS; basti pensare alla guerra sconosciuta nel Nagorno-Karabakh del 1992-94 tra azeri e armeni (dal 1991 il Nagorno-Karabakh si definisce uno stato indipendente, abitato in prevalenza da armeni).
Il centenario del genocidio permette quindi la costruzione di una riflessione sulla memoria dell’evento in sé ma si dimostra anche un’occasione per approfondire la conoscenza di un’area che spesso non gode di protagonismo mediatico, marginale nei libri di storia.
L’Osservatorio Balcani e Caucaso propone un ampio dossier di approfondimenti di varia matrice legati al genocidio armeno.
Una parte del dossier, dal titolo “Attualità”, raccoglie vari articoli che analizzano il genocidio, e il suo centenario, sotto diversi aspetti. Simone Zoppellaro si sofferma sul dibattito internazionale sul riconoscimento del massacro armeno come genocidio e sui rapporti geopolitici che ne circondano la memoria (da quelli tra Armenia e Turchia alla posizione di Israele). Interessante anche la traduzione di un articolo di Maria Titizian che ci propone un augurio per il futuro: “Mentre un secolo di dolore, sofferenze e perdite si conclude, un altro nascerà. Facciamone il nostro secolo. Un secolo di successi. Iniziamo questo nuovo secolo, finalmente, il 25 aprile.”.
Il dossier è poi arricchito da un’ampia sezione di reportage, interviste e testimonianze: da segnalare l’attenzione al tema della diaspora e della storia dei rimpatri in Armenia dopo gli anni Quaranta attraverso le memorie familiari e personali, sguardi intimi che ricostruiscono una storia collettiva.
È possibile inoltre accedere a due contributi multimediali (un incontro con il fotografo Alvaro Deprit nell’ambito del seminario “Armenia” nel contesto di Rovereto Immagini 2012 e un tour virtuale dell’Armenian Genocide Museum) e a una lista di consigli di lettura sul tema.
Interessante inoltre la sezione “Eventi”: a Milano il 24 aprile si terrà la conferenza Il genocidio armeno tra storia e memoria mentre nel padovano si segnalano lo spettacolo teatrale Come polvere sul tavolo (24 aprile) e il seminario Riflessioni sulla storia armena a partire dal concetto di martirio in relazione al Genocidio del 1915 – “Metz Yeghern” (2 maggio).

Segnaliamo, infine, un romanzo ambientato a Milano, Come sabbia nel vento: una storia che intreccia Italia e Armenia e l’unversalità dell’amore, dell’odio, del dolore.

Che succede in Libano

– redazione di Internazionale –

tratto da internazionale.it

“L’uccisione dell’alto funzionario dei servizi segreti libanesi Wissam al Hassan ha fatto crescere il timore che il regime siriano, con le spalle al muro, stia cercando di ‘internazionalizzare’ la guerra civile per sopravvivere”, afferma Simon Tisdall sul Guardian.

Il presidente siriano Bashar al Assad sta alzando la posta in gioco per la sua uscita di scena, spiega Tisdall, e per questo cerca di ravvivare vecchie ostilità. In Libano sta cercando di riaprire il conflitto tra i diversi gruppi. Hezbollah, il partito sciita più potente del Libano, è ritenuto responsabile dell’uccisione di Hassan. Dopo l’omicidio i sunniti e i cristiani, che si oppongono al regime alawita in Siria e al governo filo siriano in Libano, sono scesi in strada.

“Solo un anno fa il cugino del presidente Assad, Rami Makhlouf, in un’intervista al New York Times, aveva detto chiaramente che il regime di Damasco avrebbe esteso il conflitto oltre i confini nazionali, se le rivolte fossero continuate”, conferma il quotidiano libanese Daily Star.

“Lo scenario peggiore sarebbe che il Libano si facesse coinvolgere nella guerra civile in Siria con il ritorno della violenza settaria, al di là di ogni retorica, l’élite religiosa e politica libanese dovrebbe impegnarsi per calmare la situazione prima che l’incendio divampi”, conclude il quotidiano degli Emirati Arabi UnitiGulf News.

Articolo della redazione di Internazionale, tratto da internazionale.it, 23 ottobre 2012