Diritti alla pace: i risultati su guerra e pace

Perché la guerra?

Anche se sparissero eserciti e armi la guerra non sparirebbe, sembrano dire i nostri giovani.

Le guerre – che a volte sono state necessarie per liberare i popoli oppressi – sembrano esserci perché ci sono ingiustizie economiche e sociali e, per questo, alle minacce bisogna rispondere con la diplomazia e la disponibilità al compromesso. Anche perché spesso le guerre non hanno risolto i problemi che le hanno provocate. Quote maggioritarie di giovani sembrano condividere queste posizioni.

No alla guerra (ma a volte forse serve)

Un generale e condiviso No war sembrerebbe emergere dalle dichiarazioni dei ragazzi intervistati. Non è la guerra la risposta in caso si sospetti la produzione di armi atomiche o chimiche o se si teme la minaccia ai valori nazionali; non è la guerra dell’amico contro suoi nemici a giustificare la chiamata alle armi; non basta che siano tutelati i civili per appoggiare il conflitto armato. Per la maggior parte dei giovani intervistati, la guerra è l’extrema ratio per difendersi da estreme minacce come stermini di massa e terrorismo.

Non solo ISIS

Ai ragazzi è stato proposto un elenco di sette possibili minacce alla pace internazionale ed è stato chiesto loro di indicare le tre ritenute più pericolose: ebbene, gli studenti intervistati condividono quasi all’unanimità la preoccupazione trasmessa quotidianamente dai media poiché 3 su 4 (75%) indicano la presenza di gruppi politici o religiosi estremisti che usano metodi di lotta violenta come una delle minacce peggiori. Interessante, però, che il 56% indichi gli interessi economici relativi alle materie prime e all’energia e il 32% le forti disuguaglianze economiche tra nazioni sviluppate e terzo mondo. Al contrario, la convivenza tra popoli con culture differenti è percepita come minacciosa da un’esigua quota di intervistati (18%).

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E chi si impegna davvero per difendere la pace? 

Non certo i Governi, sembrerebbero dire i nostri ragazzi. Sono gli uomini comuni, i medici che abbandonano il loro Paese per andare in un altro, a costruire la pace con il loro impegno. Durante l’intervista è stato chiesto ai ragazzi di dare un punteggio (da 1 a 10) a una serie di organizzazioni, Stati, istituzioni a seconda del loro impegno per la pace: Medici senza frontiere e Emergency sono i protagonisti di questa responsabilità (prendono un voto superiore a 7 rispettivamente nel 68% e 66% dei casi).

I governi di Israele, Cina, Russia, Palestina, la stessa Italia e gli USA, invece, occupano gli ultimi posti di questa classifica virtuale, essendo ritenuti impegnati per la pace (voto oltre il 7) da quote minoritarie di intervistati.

Si potrebbe replicare che i giovanissimi poco conoscono di quello che avviene sui tavoli della diplomazia internazionale così come nei CdA delle associazioni, ma è pur vero che questo dato qualcosa ci dice: oggi la pace non si costruisce con gli accordi diplomatici (che pure i giovani sostengono), ma è fatta giorno per giorno da uomini e donne “di buona volontà” che, lontani dalle lotte di potere e dalla spartizione di confini e ricchezze, mettono la loro vita e la loro conoscenza al servizio di chi è in sofferenza. E il diritto alla salute sembra essere un elemento importante a tutela della pace.

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E l’Italia? In pace (ma non troppo)

La maggioranza degli studenti intervistati (56%) ci ritiene ‘prevalentemente’ in pace, ma è appena il 2% a ritenerci ‘sicuramente’ tali. E come mai? Non sono i migranti o i partiti politici sfiduciati a minare la nostra tranquillità, quanto piuttosto corruzione e illegalità, l’incapacità di rispettare e far rispettare le leggi.


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La pace è importante? – Sì, al di là di tutto, la pace è importante e una dimensione della vita su cui vale la pena impegnarsi. Magari poi nella quotidianità non sarà così, ma sicuramente la tensione e l’aspirazione dei nostri giovani è questa. Anche se rimane un 8% di giovani poco interessati.


Alcune differenze di genere… la pace è donna!

La ricerca, tra le poche sul tema realizzate in Italia, ha puntato a costruire un primo quadro descrittivo generale che non consente elaborazioni per sottogruppi della popolazione intervistata. Tuttavia, i dati sembrano indicare delle differenze di genere: in particolare, le femmine sembrano essere mediamente più disponibili alla pace.

Rispetto ai coetanei, le studentesse trentine:
1)     in maggior misura ritengono la pace una questione importante:

2)     in maggior misura affermano che la storia dimostra che le guerre non risolvono i problemi che le hanno generate:


3)     In maggior misura ritengono che alle minacce sia più utile rispondere con il compromesso e la diplomazia:

Infine, in generale, poste di fronte ad alcune possibili giustificazioni della guerra, le femmine più dei maschi rifiutano queste possibilità e, contemporaneamente affermano che la guerra è sempre sbagliata: i “pacifisti” sono infatti circa il 9% delle femmine e il 3% dei maschi (6% nel totale).

Abbiamo dunque preso i nostri libri di storia (umili testi di scuola media, non monografie da specialisti) e siamo riandati a cento anni di storia italiana in cerca d’una “guerra giusta”. D’una guerra cioè che fosse in regola con l’articolo 11 della Costituzione. Non è colpa nostra se non l’abbiamo trovata. 

Don Lorenzo Milani


Documento redatto da Arianna Bazzanella – 18 aprile 2015